Iperconnessi ma divisi, come si risolve il paradosso del digitale?


Nel 2008 social vuol dire condivisione e ottimismo. Nel 2018 per molti sembra essere sinonimo di autoreferenzialità


Iperconnessi ma divisi, come si risolve il paradosso del digitale?

 

E se vivessimo in un paradosso? Che i mezzi digitali che ci permettono di essere più connessi di sempre – con chiunque nel mondo, in ogni momento – ci rendano al contempo più divisi? Here Comes Everybody (“Uno per uno, tutti per tutti: Il potere di organizzare senza organizzazione”), scrive il Professor Clay Shirky nel 2008, definendo le nuove geometrie di un sistema democratico in cui l’incontro tra mezzi digitali e movimenti sociali avrebbe dovuto realizzare la promessa di un governo «by the people, for the people, of the people» (“dalle persone, per le persone, delle persone”). Lo stesso anno, Barack Obama viene eletto grazie ad una mobilitazione senza precedenti di individui che, attraverso la rete, elevano la carica di cittadino ben oltre l’esercizio del voto: veri e propri imprenditori civici che formano ed informano il dibattito politico, organizzandosi ed organizzando una democrazia del confronto costruttivo.

Nel 2008, social vuol dire condivisione, ottimismo, imprenditorialità. Nel 2018, per molti social sembra essere sinonimo di polarizzazione, pessimismo, autoreferenzialità. Mezzo mondo ha accesso agli stessi strumenti d’informazione, ma accede a verità senza comuni denominatori. Di conseguenza, il disaccordo prevale sui fatti, e i fatti lo dimostrano: un crescente maggioranza della metà delle famiglie americane rifiuta l’idea di un matrimonio tra persone con affiliazioni politiche differenti, specialmente dopo l’elezione del 2016; la libertà di stampa nel mondo è in declino per il settimo anno consecutivo; la politica a dell’ “anti-” non è più l’antipolitica, ma una nuova normalità.

La trasformazione della rete

Cos’è cambiato in dieci anni? Come ha fatto il World Wide Web – nelle parole del suo creatore, Tim Berners-Lee – a trasformarsi da un libero spazio per la creatività in un campo di battaglia per la disinformazione? Che la connettività ci renda inevitabilmente più divisi? Non necessariamente. Alla radice della questione ce ne sono altre due. Primo, se è vero che il Web è alla sua origine un’infrastruttura neutra, allo stesso tempo le architetture che vengono costruite sulla base del Web – i maccanismi della piattaforme social, le modalità e gli incentivi di interazione e ricerca – indirizzano significativamente i nostri comportamenti. Secondo, c’è da chiedersi se i social e le intelligence artificiali che li animano siano causa o catalizzatore dalla polarizzazione – e violenza – online cui assistiamo sempre di più. Tay Tweets, il chatbot sperimentato da Microsoft e rapidamente divenuto voce razzista e addirittura nazista della rete non discrimina naturalmente (né è discriminatore il disegno dell’algoritmo elaborato dagli sviluppatori).

Al contrario, l’intelligenza artificiale apprende dalle migliaia di opinioni ed emozioni che noi (umani) esprimiamo nello spazio digitale: come un Frankenstein del 21esimo secolo, queste tecnologie sono ritratto delle nostre degenerazioni. Entrambe le ipotesi ospitano verità. Da una parte, l’accumularsi di filtri nei corridoi del Web fa sì che le nostre visioni crescano in isolamento, incentivando la nostra ricerca del retweet e diminuendo la nostra capacità (e il nostro interesse) di esercitate rispetto. Dall’altra parte, la tecnologia non può assolverci dalla mancanza di convenzioni civiche ed etiche che esibiamo online, in qualche modo disinibiti dalla decenza che manifesteremmo – ed esigeremmo – in piazze pubbliche.

Noi architetti del web

Quindi, è possibile creare una sintesi tra la tesi ottimista del 2008 e la sua deriva antitetica del 2018? Si, perché siamo noi – governi, aziende, utenti – gli architetti ed operatori del Web. Risolvere il paradosso della connettività – che ci rende più polarizzati non per indole ma per le istruzioni che le impartiamo, più o meno volontariamente – è una questione di azione collettiva ed etica individuale. Se le conseguenze di un Web diviso aprono faglie nelle nostre società così gravi da comprometterne il funzionamento, allora è necessario che tutti i partiti responsabili per la sua gestione convergano verso interessi comuni. Siccome il Web non conosce confini, il processo deve essere globale – sia in dimensioni che in partecipazione.

Un parallelo efficace è la Conference of the Parties che unisce governi, aziende, società civile, e cittadini nella lotta al cambiamento climatico. In parallelo, è necessaria una riscoperta del significato di cittadinanza in un mondo in cui l’effetto dei nostri gesti online sembra evolvere più rapidamente della nostra consapevolezza delle loro conseguenze. Verosimilmente, non accetteremmo che qualcuno gridi cori neonazisti o razzisti su un autobus – e la legge condannerebbe un tale comportamento, non solo le nostre norme sociali. Perché le stesse convenzioni non si applicano online? Che lo sviluppo di un codice etico del digitale sia solo una questione di tempo? In tal caso, l’esigenza è che nasca più prima che poi – e non sorgerà spontaneamente. Sembra che la connettività stia oggi alla società come le leggi di gravità stanno alla fisica: combatterle è uno sforzo vano, canalizzarle il principio della nostra libertà. Creare un futuro più condiviso e condivisibile comincia dal mettere la tecnologia al servizio pubblico. Realizzarlo è una scelta personale che passa per un’azione globale.

L'autore

Leonardo Quattrucci

Quattrucci Consigliere politico del Direttore generale dello European Political Strategy Centre, il think tank della Commissione europea che riporta direttamente al Presidente. Nominato da Forbes magazine nella classifica inaugurale dei 30 Under 30 europei in politica, è anche un Junior Fellow all'Aspen Institute Italia e un Global Shaper del World Economic Forum. Nel 2016 ha ricevuto il Premio Italia Giovane nella categoria "Istituzioni". Leonardo si è laureato in Public Policy presso l'università di Oxford e in Relazioni Internazionali presso la John Cabot University.