Lavoro e spazio


Dal co-working agli ambienti dinamici. La geografia dei nostri uffici è cambiata radicalmente negli ultimi vent’anni


Lavoro e spazio

Non c’è nulla che faccia realizzare lo scorrere del tempo come l’abbigliamento. La casuale visione di un film del passato evoca le immagini impresse nella nostra memoria attraverso una maglia a righe o il taglio di un pantalone, un po’ come la madeleine risveglia i ricordi di Proust ne La recherche. Non è un caso, quindi se un noto spot di un’azienda tecnologica americana ha usato l’immagine della scrivania come simbolo del cambiamento del mondo del lavoro, facendo leva su emozioni simili a quelle appena rievocate.

La rivoluzione degli uffici

La geografia dei nostri uffici è cambiata radicalmente negli ultimi vent’anni anche se l’accelerazione la stiamo vivendo proprio oggi. Come già accaduto per i cubicles degli anni ’90 (che venivano da HP), il design contemporaneo saccheggia le esperienze delle imprese tech della Silicon Valley modulando gli uffici in enormi open space, spesso colorati e caratterizzati da soluzioni differenziate in funzione dell’attività che vi si svolge.

L’activity based working è il modello di riferimento per realizzare isole con scrivanie a rotazione, sale riunioni con dotazioni differenti per il lavoro di team o le virtual conference, stanzini per la concentrazione e il silenzio, spazi per le telefonate e molte aree di natura ricreativa e relazionale. Se negli anni ’90 la chimera era la collaborazione tra le persone, nel mondo contemporaneo questi spazi hanno l’obiettivo di scrostare l’organizzazione dai simboli e dalle distanze gerarchiche per promuovere un ambiente innovativo e dinamico.

L’ufficio destrutturato

Ma non è solo il contenuto che è cambiato, cambiano pure i contenitori. Si lavora in posti molto diversi, dal lavoro a casa a quello in co-working, dal treno al caffè sotto casa. Il confine fisico tra lavoro e vita personale non passa più con la rigidità novecentesca ben rappresentata dal muro di Berlino, ma si snoda tra momenti diversi della giornata e si interseca, creando un caleidoscopio di situazioni di vita personale e lavorativa che rende ogni persona sempre più responsabile della propria organizzazione.

L’atomizzazione della vita personale creata dalla modernità si estende ad uno degli ultimi baluardi collettivi, l’ufficio. Come certi piatti degli chef più acclamati l’ufficio è “destrutturato”, scomposto, polverizzato. Ma potenti si sviluppano le correnti contrarie che provengono da opposizioni diverse. Vi sono i tradizionalisti che sottolineano la confusione, il rumore e la mancanza di riservatezza; gli estremisti che non capiscono perché debba esserci una scrivania in ufficio quando si può lavorare dalla spiaggia; i recidivi che si affrettano a prenotare una sala riunione solo per sé ogni mattina per “ristrutturare” l’ufficio singolo (con un effetto involontariamente ridicolo pari a quello di chi chi ricompone la parmigiana destrutturata in strati).

Uno sguardo al futuro

E i prossimi vent’anni? Nessuno lo sa veramente, visto l’incombere sempre del Cigno Nero, ma è probabile che saranno caratterizzati da una crescente dematerializzazione delle relazioni di lavoro che si concluderà con l’abbattimento dell’ultimo simbolo delle organizzazioni novecentesche, il management. Forse, l’atto lavorativo diventerà sempre più un gesto, un atto creativo liberandosi dal fardello pesante della fisicità dei processi, delle ridondanze simboliche e quasi-religiose delle organizzazioni contemporanee, dalla ritualità relazionale fantozziana che ci succhia tempo ed energie senza produttività.

Tutto il resto sarà riempito da utili estensioni quali algoritmi, robot, sistemi automatizzati, ma come ha ben previsto Max Weber (quando parlava della modernità avendo come riferimento i tram elettrici) la gran maggioranza di noi non avrà bisogno di capire come si programmano e progettano a differenza di quanto si crede.

L'autore

Luca Solari