Lavoro senza orario, tra smart working e gig economy


Cosa succede quando il lavoro agile si lega alle vite degli interpreti dell’economia dei lavoretti?


Lavoro senza orario, tra smart working e gig economy

 

Sei anni fa, il CEO di una compagnia globale mi spiegò come ai suoi collaboratori chiedesse di rispondere sempre e ovunque a telefonate, mail e messaggi. Le nostre festività non sono le festività degli altri e i nostri fusi orari non corrispondono ai fusi di altri Paesi, precisò. Lui stesso si atteneva a queste basilari norme di netiquette, svegliandosi a metà sonno per decidere sull’emergenza del momento, controllando la posta anche durante gli allenamenti e le competizioni di Ironman, disciplina in cui primeggiava.

I cinesi, gli indiani – aggiunse – non vanno a sciare, non si sfidano in barca a vela, non hanno mogli che cadono in depressione se i mariti disertano la recita scolastica dei figli. E le donne – gli chiesi – le donne con figli? Devono uscire dal mercato del lavoro o inventare start up di mamme che scambiano i vestiti dei figli? A certi livelli di competizione bisogna delegare, rispose. Ovviamente erano i figli a essere delegati, non il lavoro. E dunque, scuole private, collegi, task force di tate.

Sin qui però abbiamo parlato di carriere di alto livello, sottoposte a continue verifiche di redditività e comunque adeguatamente retribuite. Ma cosa succede quando questa trasformazione digitale del lavoro, che dissolve la logica dell’unità di luogo (l’ufficio), e anche quella degli orari, cosa succede quando lo smart working tocca le vite degli interpreti della gig economy?

I precari dei lavoretti

Il livello più elementare corrisponde suppergiù a quello che ai miei tempi era fare la baby sitter o andare a cogliere le mele in Trentino. I detrattori lo chiamano “caporalato dei lavoretti” (per esempio, recapitare i pasti usando come principali strumenti di lavoro la propria bicicletta e il proprio smartphone). Ma almeno non è lavoro in nero, vengono pagati i contributi e credo che nessuno si immagini recapitatore a pedali di pizze e sushi per tutta la vita. Lo si fa sinché conviene, poi si smette in favore di un lavoro vero. Ossia un impiego che di solito non è né la battaglia col coltello in bocca per carriere da megadirigenti né l’intermezzo tonificante di sussultare in bici sul pavé, con lo zaino a cubo sulla schiena.

È, per esempio, provare a fare il giornalista, oppure l’addetto al booking, o l’assistente di un trader. Anche per questo genere di lavori la trasformazione digitale ha fatto sì che non ci siano orari. C’è il vantaggio dell’elasticità per cui magari si può portare il pupo a fare le vaccinazioni, o lavorare a casa di notte perché di giorno si studia da maestro di yoga e si può abitare dove l’affitto costa poco, ché tanto basta la fibra da 1 Giga.

Anche il datore di lavoro è avvantaggiato: l’impiegato costa di meno, dal momento che non occupa uno spazio e utilizza i propri telefono, computer, abitazione/ufficio. Per giunta i suoi orari sono flessibili e quindi si può interpellarlo a tutte le ore. Manca però ancora un passaggio: quello in cui gli smart worker siano retribuiti quanto un lavoratore dipendente della vecchia guardia, un old-fashioned worker.

L'autore

Camilla Baresani

Camilla Baresani Scrittrice. Di origine bresciana, vive a Milano. È autrice di romanzi - gli ultimi due sono "Gli sbafatori", Mondadori e "Il sale rosa dell'Himalaya", Bompiani -, di saggi e di racconti. Collabora con diversi giornali, tra cui "Io Donna" e "Sette" del "Corriere della Sera", "Il Foglio", "IL" di "Il sole 24 ore" e "LINC". È docente di Scrittura creativa al Master in giornalismo multimediale della università IULM ed è presidente del Centro Teatrale Bresciano.