La tecnologia in campo cambia le regole del calcio


In difesa del VAR che nasce per migliorare il mondo del pallone e aiuta gli arbitri a non sbagliare


La tecnologia in campo cambia le regole del calcio

 

Non si può parlare solamente di innovazione tecnologica. Perché il VAR, video assistant referee, è stato per il calcio italiano l’equivalente di una rivoluzione copernicana. Non ha solamente mutato il contesto di gioco, introdotto nuove regole e interpretazioni da parte degli attori protagonisti, ma ha soprattutto introdotto figure professionali inedite, digitali, che prima non esistevano. Facciamo un passo indietro. La tecnologia in campo è atterrata come un’astronave aliena nel campionato di Serie A in questa stagione.

Tra scetticismi e punti di domanda è in uso anche al Mondiale in corso in Russia. La moviola in campo, come tradotta a volte in modo spannometrico, è un sistema di supporto all’arbitro mediante l’impiego di strumenti tecnologici. L’utilizzo del VAR è stato approvato dall’IFAB (International Football Association Board), l’organizzazione preposta a promuovere le novità regolamentari, nel giugno 2016. Con un perimetro di intervento limitato a quattro situazioni di gioco:

  • per stabilire la regolarità di un gol;
  • per decidere se espellere un giocatore;
  • per decidere se dare un rigore;
  • per correggere l’ammonizione o l’espulsione del giocatore sbagliato

Fisicamente e geograficamente la VAR Room è una stanza allestita in ogni stadio o, più raramente, all’esterno. Ci lavorano i tecnici deputati alla valutazione dei gol/ non gol e i due arbitri: VAR e AVAR. Il primo è l’arbitro video, una nuova professionalità introdotta proprio grazie all’innovazione tecnologica e formato alla valutazione delle azioni di campo con la metodologia classica della moviola digitale. L’AVAR non è altro che un assistente del primo. A inizio gennaio 2018 il primo bilancio semestrale di utilizzo della moviola in campo ha segnalato 45 interventi complessivi: 18 rigori concessi grazie alla revisione video e 7 tolti. In nove occasioni sono stati annullati dei gol per fuorigioco e in tre invece sono stati concessi dopo aver fischiato. Rivoluzione alla ricerca dell’equità.

La testimonianza

Ma la novità più interessante secondo Mauro Bergonzi, ex arbitro con 150 direzioni in Serie A e oggi stimato moviolista televisivo a Mediaset è «il fatto che giocatori e tifosi si siano snaturati rispetto ad una tradizione centenaria: l’esultanza». Il momento del boato, ormai, è una silenziosa sospensione plastica tra il fischio dell’arbitro e il probabile fischio successivo alla revisione. L’urlo vero e proprio in diversi casi può essere rimandato anche di un paio di minuti come successo nel settembre 2017 in Benevento-Bologna: primo storico gol del Benevento in Serie A con Lucioni, esplosione di gioia dello stadio Vigorito e tutto rimangiato dopo 2 minuti.

Una specie di “Ritorno Al Futuro” del gol che qualche anno fa nessuno avrebbe mai immaginato. «Ma il VAR – prosegue Bergonzi – non deve snaturare il gioco del calcio, piuttosto aiutare il direttore di gara a sbagliare meno e non commettere errori che possano compromettere l’esito di una partita. Fondamentale è che i nuovi arbitri video intervengano solo nei casi di chiari errori oggettivi». Quest’anno (e per i prossimi anni…) l’Italia si è divisa su un rigore.

Quello fischiato contro la Juventus in una notte stregata allo stadio Santiago Bernabeu con il Real Madrid di fronte. In Champions League il VAR non esiste, ma se ci fosse stato sarebbe cambiata la decisione dell’arbitro Oliver? La risposta è molto semplice: No. Perché il contatto tra i due giocatori resta una valutazione soggettiva del direttore in campo e, in quel caso, non c’erano gli estremi per decretare un chiaro errore di valutazione. Al Mondiale in Russia il VAR però c’è. È l’Italia che manca, per la prima volta dopo 60 anni. L’unica rivoluzione che dal nostro divano non avremmo mai voluto vivere.

L'autore

Dario Donato