De Graaf: «Il digitale cambia il modo di lavorare, non i lavori»


Il direttore per il mercato unico digitale si occupa per la Commissione Europea di innovazione


De Graaf: «Il digitale cambia il modo di lavorare, non i lavori»

 

Dal 25 maggio è in vigore anche in Italia il GDPR, General Data Protection Regulation, il nuovo Regolamento europeo in materia di privacy: l’ultimo atto di una serie di iniziative volte a rendere davvero accessibili a tutti le opportunità offerte dal Mercato unico. Le nuove tecnologie stanno cambiando gli scenari in modo così rapido e imprevedibile da rendere impossibile un intervento di corto raggio nel mondo dei diritti: così l’azione più importante è quella di metodo, volta alla creazione di habitat normativi ed economici più che di risultati di corto respiro.

Ne è certo Gerard de Graaf, Direttore per il Mercato unico digitale all’interno della “Direzione generale delle Reti di comunicazione, dei contenuti e delle tecnologie”, il servizio della Commissione responsabile delle politiche dell’UE in materia di Mercato unico digitale, sicurezza di Internet e scienza e innovazione digitale.

Come sta cambiando il mercato del lavoro in Europa e quali opportunità di impiego può creare il digitale?

«La crescente penetrazione delle tecnologie digitali nelle nostre vite sta producendo cambiamenti significativi in vari ambiti, incluso il mercato del lavoro. Penso che dobbiamo essere onesti con i nostri cittadini: alcuni dei cambiamenti.saranno dolorosi per alcuni settori. Le autorità pubbliche, a livello sia comunitario sia nazionale, hanno la responsabilità di proteggere i membri più deboli delle nostre società, fornendo anche supporto economico quando serve. Ma dobbiamo evitare il panico ingiustificato. Sì, alcuni lavori spariranno, altri cambieranno, ma se guardiamo alla storia del cambiamento tecnologico, molti lavori che a oggi non sono neppure immaginabili verranno creati. Dobbiamo però chiarire un punto: né la Commissione europea né i governi nazionali creeranno la maggior parte di tali lavori. Ciò che possiamo e dobbiamo fare è creare le giuste condizioni normative ed economiche per garantire che l’iniziativa privata possa prosperare, per esempio facilitando l’accesso al capitale per le start-up digitali; preservando la concorrenza, anche dichiarando anticoncorrenziali le pratiche dei giganti digitali; assicurando che tutti possano veramente utilizzare il nostro “gioiello della corona”, il nostro Mercato unico, anche quando si tratta di tecnologie digitali. Per questo motivo abbiamo lanciato nel 2015 la strategia del Mercato unico digitale e stiamo lavorando duramente per completarlo entro il 2019».

Il completamento del Mercato unico digitale creerà quasi 4 milioni di nuovi posti di lavoro. In quali settori ci saranno più opportunità?

«Penso che dovremmo essere molto umili ed evitare di fare specifiche previsioni sui settori vincenti e quelli perdenti, specialmente guardando a un orizzonte temporale superiore al trimestre. Ci sono, però, alcuni comparti in Europa nei quali siamo storicamente molto competitivi e sui quali stiamo investendo massicciamente in vista dello sviluppo digitale – per esempio il settore dell’automotive. Tuttavia, il punto chiave delle tecnologie digitali è che sono in continua trasformazione. Per esempio, siamo in grado di prevedere con precisione che cosa potrà fare la stampa 3D o il tessuto intelligente per l’industria della moda? Oppure possiamo dire quanto e come il turismo sarà cambiato dalla realtà aumentata e dai servizi di geolocalizzazione?»

Qual è l’impatto dell’Intelligenza artificiale e dell’Internet delle cose sul mercato del lavoro?

«Sarei prudente nel fare previsioni, ma chiaramente entrambi gli ambiti avranno effetti profondi sul mercato del lavoro e avremo sicuramente bisogno di professionisti con le giuste competenze per assicurare che tali tecnologie forniscano un valore aggiunto alle nostre vite – penso per esempio agli analisti di dati e agli specialisti della sicurezza informatica. Non dobbiamo, però, commettere l’errore di dare per estinti insegnanti, infermieri, idraulici, in virtù dei progressi tecnologici. Avremo ancora bisogno di insegnanti, infermieri e idraulici che sappiano usare le nuove tecnologie per fornire servizi migliori e forse anche per godersi il loro lavoro più di quanto facciano adesso. Per quanto riguarda il ruolo dell’Unione europea su tali temi, per il momento la nostra posizione è che è ancora troppo presto per regolamentare in maniera troppo rigida questi ambiti, tranne per assicurare certe garanzie basilari in termini di sicurezza informatica, privacy e sicurezza dei consumatori, valori che sono mantenuti, o addirittura rafforzati quando necessario».

Il Facebook Datagate ha mostrato la vulnerabilità dell’ambiente digitale e la mancanza di consapevolezza da parte degli utenti: le norme attuali sono insufficienti?

Più trasparenza e più consapevolezza sarebbero certamente gradite, ma dovremmo anche evitare di attribuire la colpa delle violazioni dei dati e di simili sfortunati eventi a coloro che sono meno equipaggiati per prevenirli, cioè gli utenti finali. Del resto, se una macchina si rompe mentre la guidi, di solito incolpiamo il produttore, non il conducente… Non credo che le normative europee sulla privacy e la sicurezza informatica siano insufficienti. Se si guarda, per esempio, al nuovo Regolamento generale sulla protezione dei dati, che aggiorna e rafforza la preesistente Direttiva del 1995, le norme sono piuttosto severe. Il vero test riguarda e riguarderà l’applicazione seria di tali norme, responsabilità delle autorità nazionali».

L’Italia sta provando a innovare la propria PA e a colmare anni di ritardo in fatto di digitale: qual è a suo avviso, la situazione nel nostro Paese?

«La mia direzione è responsabile del Digital Economy and Society Index (DESI), uno strumento con il quale teniamo traccia delle prestazioni di tutti gli Stati membri dell’UE in varie dimensioni dell’economia digitale. Se guardiamo i numeri dobbiamo ammettere che l’Italia non sta andando molto bene (per il 2017 l’Italia si è classificata ancora al 25° posto su 28 Paesi totali, ndr), anche se ci sono segnali di miglioramenti rispetto all’anno precedente, per esempio in termini di penetrazione e utilizzo della banda larga. Le aree in cui l’Italia potrebbe forse aumentare i suoi sforzi sono l’adozione delle tecnologie digitali da parte delle PMI e investimenti più ambiziosi per garantire che tutti i cittadini sviluppino le giuste competenze per muoversi nell’ambiente digitale. Lo sviluppo delle “competenze digitali” a tutti i livelli e in tutti gli ambiti (per esempio tramite il supporto alla “Digital Skills and Jobs Coalition” e il lancio dell’iniziativa “Digital Opportunities Traineeships”) è una priorità fondamentale della Commissione Europea e in particolare del Commissario responsabile, Mariya Gabriel»

L'autore

Giuliana Grimaldi Giornalista professionista e digital strategist. Collabora con Tgcom24.mediaset.it. Dal 2007 è coordinatrice didattica del corso di alta formazione "Il piacere della scrittura" dell'Università Cattolica del Sacro Cuore


Successivo »