Se Wikipedia sceglie il silenzio


Tutte le coseguenze dell’oscuramento delle pagine italiane di Wikipedia


Se Wikipedia sceglie il silenzio

Per poco meno di quarantotto ore, le pagine italiane di Wikipedia sono state oscurate, tra la notte del 3 e il pomeriggio del 5 luglio scorsi. A centinaia di migliaia di utenti è stato improvvisamente precluso l’accesso alla sconfinata enciclopedia online che trae il suo nome dall’aggiunta del prefisso hawaiano “wiki”, che vuol dire “veloce”, al tradizionale suffisso “-pedia”, che viene invece dal greco “paideia, educazione”. Una sbalorditiva e preziosa quantità di informazioni di cui erano, ormai da più di vent’anni, abituati a fruire. Come se i corridoi virtuali di questo immenso dedalo di dati – già profetizzato da Borges, tempo addietro, con la sua Biblioteca infinita, illimitata e periodica – fossero ritornati, almeno temporaneamente, silenziosi, solitari e segreti. L’auto-oscuramento di tutti i contenuti dell’enciclopedia libera e collaborativa, replica di quello avvenuto nell’ottobre 2011 contro il Ddl Intercettazioni, è nato come un’alzata di scudi della comunità dei wikipediani italiani contro l’accelerazione paventata dal Parlamento Europeo sulla nuova Direttiva sul Copyright, in discussione proprio il 5 luglio. E che, qualora approvata, avrebbe comportato – sostiene una nota di Wikipedia – “una significativa limitazione alla libertà di Internet, creando ostacoli all’accesso alla rete, imponendo nuove barriere, filtri e restrizioni”. Un silenzio auto-imposto, dunque, per chiedere “a tutti i deputati del Parlamento Europeo di respingere l’attuale testo della direttiva e di riaprire la discussione, a partire dall’abolizione degli artt. 11 e 13, nonché l’estensione della libertà di panorama a tutta l’UE e la protezione del pubblico dominio”.

I due articoli “incriminati”, in particolare, approvati insieme all’emendamento passato lo scorso giugno, sono l’articolo 11 che prevede la cosiddetta link tax, cioè l’obbligo di ottenere una licenza quando si condividono articoli con un rimando a un collegamento ipertestuale, e l’articolo 13, che istituendo il cosiddetto upload filter impedisce di caricare contenuti protetti da copyright su piattaforme online come Youtube o Instagram. Gli analisti hanno negli scorsi giorni evidenziato che molti dei pericoli paventati dovrebbero, in realtà, essere di gran lunga ridimensionati. E lo stesso Europarlamento ha smentito, chiarendo che Wikipedia e altre enciclopedie online senza scopi commerciali o con finalità di ricerca e di studio sarebbero state ad ogni modo escluse dalle regole previste dal testo di legge, già emendato, al voto del Parlamento UE. Nel pomeriggio del 5 luglio la discussione sulla Direttiva Copyright è stata sospesa e rimandata a settembre e i contenuti di Wikipedia sono tornati istantaneamente accessibili, contemporaneamente al concludersi del voto. Ma se l’indomani il Financial Times ha titolato “Google boosted by halt to Copyright reform”, Le Figaro ha scritto “Le Parliament europeén rejette la directive sur les droits d’auteur”, Corriere della Sera “Copyright valore per tutti” e Repubblica “Così i colossi del web hanno fermato la riforma del copyright in Europa”, il dibattito non sembra ancora destinato, almeno per il momento, a sopirsi. Perché profonde sono le trasformazioni che investono il mondo digitale e le tensioni che lo attraversano, con un inevitabile impatto sul mondo del lavoro e sul nostro modo di concepirlo.

L’urgenza e la necessità, da un lato, di garantire una remunerazione a chi produce contenuti editoriali e digitali, ritenendo che la protezione della proprietà intellettuale sia al contempo essenziale per favorire lo sviluppo dell’innovazione e che vada pertanto conciliata con il diritto all’accesso a Internet, che la normativa non metterebbe comunque, si sostiene, in discussione. D’altra parte, la libertà della rete, vista e ribadita come un bene in sé da chi ritiene che copyright e brevetti costituiscano, al contrario, degli insormontabili impedimenti all’innovazione e alla diffusione di nuove idee. Tensioni che troveranno, senza dubbio, la loro via per comporsi in equilibrio. Ma il prorompente silenzio di Wikipedia, al di là delle sue implicazioni più immediate, ha forse anche tanto altro da raccontarci. Su quanto profondamente sia cambiato, ad esempio, il nostro modo di rifornirci delle più svariate e magari elementari nozioni, se il blackout dell’immensa piattaforma erede di Diderot e di D’Alembert, ha avuto sulla nostra quotidianità, quantunque temporaneamente, un effetto forse paragonabile a quello della distruzione della Biblioteca di Alessandria, dove, nel quarto secolo dopo Cristo, era catalogato quasi tutto il sapere del mondo. E, ancora, sulle nuove modalità comunicative con le quali è possibile oggi, per i giganti del web e dell’hi-tech, inserirsi nel dibattito pubblico: affermare, cioè, come per sottrazione. Parlare, scegliendo il silenzio.

L'autore

Carmelo Benvenuto

Carmelo Benvenuto Carmelo Benvenuto è laureato in Lettere e Filosofia con specializzazione in Filologia greca e latina presso l'Università di Bari “Aldo Moro” e l' Università di Roma “Tor Vergata”. Ha ottenuto un Master in Relazioni Istituzionali, Lobbying e Comunicazione d’Impresa presso la Business School del Sole 24 Ore e un Master online in Marketing e Comunicazione digitale. E' molto interessato a tematiche relative alla cultura, alla ricerca e al sociale e ha collaborato con alcune testate online e nell’organizzazione di rassegne culturali. Collabora con Havas PR dal dicembre 2016, lavorando su progetti cross-practice con focus su scienza, innovazione e temi sociali.