Decreto dignità, il terreno scivoloso delle «causali»


Si rischia di portare a un aumento del turnover tra i lavoratori


Decreto dignità, il terreno scivoloso delle «causali»

 

È l’introduzione delle causali lo spauracchio numero uno del Decreto Dignità, o Decreto 2.0, come è stato già ribattezzato dal Governo. Il testo, che oggi arriva al vaglio delle Commissioni parlamentari con la speranza di poter ottenere entro la fine della settimana l’approvazione alla Camera, rischia di portare a un drastico aumento del turnover tra i lavoratori e a un’impennata del contenzioso, proprio per via delle «causali», contestate sia nel merito che nel metodo. Gli addetti ai lavori, infatti, si chiedono in quali casi sia possibile riscontrare «esigenze temporanee e oggettive» o «incrementi temporanei significativi e non programmabili dell’attività ordinaria», come richiesto dalla legge.

Francesco Seghezzi del centro studi Adapt

«È molto difficile dare una definizione univoca e declinare in maniera oggettiva queste indicazioni. E lasciando molto spazio alla libera interpretazione, il contenzioso aumenterà considerevolmente. Quindi, anziché assumere nelle fattispecie previste dalle causali correndo il rischio di finire in tribunale, si preferirà ricorrere a un altro lavoratore. Una prospettiva che, complice la disoccupazione che sfiora ancora l’11%, non sembra difficile da realizzarsi» – avverte Francesco Seghezzi, Direttore di Fondazione ADAPT. Concorda Marco Leonardi, economista dell’Università Statale di Milano: «La normativa crea un evidente problema di rinnovo dei contratti a termine per centinaia di migliaia di lavoratori: non tutti potranno essere rinnovati o perché hanno superato i 24 mesi oppure perché hanno superato i 12 mesi di contratto e gli imprenditori vorranno evitare di ricorrere alle causali poiché spaventati dal contenzioso, già molto caro e presumibilmente ancora più diffuso. Questo strumento, dunque, non risponde alle esigenze del Paese e non aiuta a ridurre il precariato, missione di fondo della normativa».

Il giustificato motivo

La verbalizzazione di un «giustificato motivo» per tutti i contratti a termine o relative proroghe che portino il rapporto a superare la soglia dei 12 mesi, dunque, è il primo punto dolente del decreto. Non a caso il governo ha già presentato una serie di emendamenti congiunti per correggere il tiro. Tra questi, si prevede che il ritorno delle causali e la pausa di 20 giorni tra un contratto e l’altro possano non riguardare i contratti che passano attraverso le agenzie per il lavoro. Dovranno dunque essere le imprese e non più le agenzie come previsto inizialmente, a dover indicare il perché della richiesta dei dipendenti con contratti di somministrazione. E sempre su questo fronte, si stabilisce che ogni azienda potrà avere il 20% dei lavoratori assunti con contratti in somministrazione e a tempo determinato. Inoltre, si prevede l’introduzione di un regime transitorio fino a ottobre per l’applicazione delle nuove norme. Secondo quanto previsto dalla prima stesura del testo, i lavoratori con un contratto a termine in essere stipulato senza causale, sarebbero potuti andare incontro, con quasi assoluta certezza, alla fine del rapporto di lavoro. Con il regime transitorio, invece, le imprese potranno rinnovare e prorogare i contratti a termine oltre i 12 mesi senza indicare la causale, avendo così il tempo necessario per riorganizzare il proprio organico e per adeguarsi a quanto richiesto dalla normativa.

Riccardo Barberis, ad ManpowerGroup Italia

«L’attuale versione del decreto contiene molti elementi non del tutto chiari che ci auguriamo possano essere meglio definiti e in alcuni caso modificati nei prossimi giorni. Sono diverse le sfumature che generano confusioni tra somministrazione e contratto a termine, così come diverse sono le previsioni normative che vedono alto il rischio di alimentare il contenzioso giuridico e l’incertezza operativa. Ma il rischio più grande – sottolinea Riccardo Barberis, amministratore delegato di Manpower Italia – è per chi un lavoro lo cerca davvero, persone di cui noi conosciamo i volti, le storie e le difficoltà tra cui si destreggiano, o per chi comincia a trovare una continuità contrattuale, dunque una stabilità, e che ora si vedrà preclusa questa possibilità».

«Per ridurre davvero i contratti a termine sarebbe meglio usare altre leve» – suggerisce infatti il prof. Leonardi, identificando tra le misure più efficaci «l’eliminazione delle causali e il rafforzamento della decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato, non solo per la prima transizione». «Aumentando i costi del tempo determinato e dei licenziamenti – chiarisce il professore – il mercato sarà più rigido e una quota consistente di lavoratori si troverà già dai prossimi mesi in una situazione di grave difficoltà. Intervenire con dei correttivi è una questione di buonsenso».

I numeri

Marco Leonardi, consigliere economico

Del resto, sui numeri sono circolate visioni contrastanti. L’Inps, basandosi sui dati della Ragioneria dello Stato, ha parlato di 80 mila persone interessate. Ma la stima da molti è stata ritenuta ottimistica. Non ultimo Veneto Lavoro che ha fatto presente come nel 2017 i contratti a tempo determinato o di somministrazione siano stati ben 617 mila. «Gli 80 mila contratti conteggiati dall’Inps sono quelli superiori ai 24 mesi. Quelli tra i 12 e i 24 mesi soggetti alla causale sono addirittura 360 mila. Dunque, se gli imprenditori si rifiuteranno di ricorrere alle causali e preferiranno assumere un lavoratore diverso, i disoccupati potranno essere molti più di 8 mila all’anno» – afferma Leonardi. «Dire che solo 8 mila persone all’anno resteranno fuori dal mercato del lavoro per effetto della normativa significa essere quantomeno gentili» – conferma Seghezzi, ricordando: «In Italia i contratti a termine sono oltre 3 milioni, pari al 15% del totale degli occupati. Numeri in linea con la media europea e inferiori a quelli di altri Paesi che arrivano fino al 20%» – fa presente il direttore di Adapt. «Ciò che dobbiamo comprendere – evidenzia – è che l’orizzonte economico in cui operiamo è cambiato e introducendo una stretta sulla temporaneità dei contratti senza puntare a una governance diversa del mercato del lavoro fatta di politiche attive, nuovo welfare, riqualificazione professionale, il decreto, per come è scritto oggi, difficilmente potrà portare a risultati positivi».

Come noto, però, sono attese diverse modifiche che potrebbero cambiare anche significativamente l’esito della legge. Tra i correttivi già noti figurano i 32 emendamenti Lega – M5S con: la possibilità di ricorrere ai voucher non solo nel settore agricolo, ma anche in quello turistico e negli enti locali, gli sgravi per gli under 35 con una sostanziale estensione di quanto previsto dalla legge di Stabilità varata dal governo Gentiloni, la restituzione dello 0,5% sui contributi per chi deciderà di assumere un lavoratore dopo aver rinnovato un contratto a termine, il potenziamento dei centri per l’impiego, le norme per salvare i precari della scuola e l’aumento delle indennità ai lavoratori licenziati anche in caso di conciliazione.

«Confidiamo che si possa trovare la migliore formula perché il Decreto Dignità possa davvero mettere in campo misure dignitose per lavoratori e aziende. Noi di ManpowerGroup proseguiamo, orgogliosi di quanto facciamo ogni giorno, nel garantire lavoro, tutele e formazione a centinaia di miglia di lavoratori che transitano nei nostri uffici, supportando le aziende che necessitano sia di flessibilità che di risorse a tempo indeterminato. Due esigenze diverse, determinate dal business e dalle condizioni del mercato» – conclude Barberis.

 

L'autore

Silvia Pagliuca

Silvia Pagliuca Giornalista professionista e Comunicatore pubblico, è laureata in scienze e tecnologie della comunicazione, con Master in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale e Master in giornalismo presso il campus IULM - Mediaset. Scrive di lavoro, startup, innovazione e imprenditoria per Corriere della Sera, Corriere Imprese e Corriere del Trentino. Collabora come copywriter e consulente in comunicazione per diverse realtà pubbliche e private.