Se i social network prendono il posto dei sindacati e lo sciopero nasce su WhatsApp


Il caso più recente è quello del Brasile dove, per oltre dieci giorni, gli auto-trasportatori hanno paralizzato le città


Se i social network prendono il posto dei sindacati e lo sciopero nasce su WhatsApp

Il caso più recente è quello del Brasile dove a fine maggio, per oltre dieci giorni, gli auto-trasportatori hanno paralizzato le strade protestando contro il rincaro dei prezzi del carburante. I blocchi rilevati dalla polizia stradale sono stati oltre 1.300 con conseguenze gravissime per l’economia del Paese tanto da portare le autorità brasiliane a mobilitare finanche l’esercito per cercare di normalizzare la situazione. Ad aver reso peculiare lo sciopero monstre, però, sono stati i social network, in particolare WhatsApp che sembra aver quasi completamente soppiantato le tradizionali sigle sindacali. L’organizzazione della mobilitazione, infatti, è passata attraverso l’app di messaggistica istantanea che è stata determinante anche nel momento in cui i sindacati sembravano aver trovato un accordo con il presidente Michel Temer.

I sindacati

Nonostante i rappresentanti sindacali, nel tentativo di far ripartire un’economia ormai al collasso, avessero siglato un’intesa con Temer, infatti, i camionisti, sfruttando il tam – tam del passaparola virtuale, hanno detto “no”, rinnovando i blocchi. «Abbiamo provato a farlo molte volte prima di WhatsApp, ma non ha mai avuto tanto successo» – ha dichiarato uno dei partecipanti allo sciopero al Washington Post. E non è tutto: i camionisti hanno usato WhatsApp anche per ottenere il sostegno dei loro concittadini. Inviando messaggi vocali hanno spiegato le ragioni della loro protesta e, nonostante i diffusi disagi e i supermercati sforniti anche dei beni di prima necessità, secondo il sondaggio dell’istituto Datafolha, l’87% dei brasiliani ha dichiarato di essere a favore degli auto- trasportatori. WhatsApp, dunque, ha dimostrato tutta la sua capacità di penetrazione, rivelandosi particolarmente adatto ai movimenti organizzati anche perché, a differenza di Facebook o Twitter, richiede che gli utenti prendano parte a dei gruppi, identificando in maniera ancora più precisa il target di riferimento e favorendo intimità e segretezza nella condivisione dei contenuti, disponibili anche nelle modalità della messaggistica vocale e delle foto. Ma attenzione, il social può anche essere un grande facilitatore di bufale e fake news oltre che di intimidazioni, come accaduto proprio in occasione dello sciopero brasiliano. Diversi camionisti non intenzionati a partecipare allo sciopero hanno infatti dichiarato di aver ricevuto minacce via WhatsApp e di essere quindi stati costretti a unirsi alla protesta pur non condividendone appieno le ragioni. Come noto, la situazione si è poi risolta con l’accettazione da parte del governo brasiliano di alcune delle richieste dei lavoratori, a partire dal taglio del costo del diesel di 0,46 reais per litro, e con le dimissioni del Ceo di Petrobras, il gigante petrolifero controllato dallo Stato. Ma quello brasiliano non è l’unico caso di sciopero social.

Il caso cinese

In Cina è accaduto qualcosa di simile. Protagonisti, ancora una volta, sono stati i camionisti che sono scesi in strada per protestare contro condizioni di lavoro sempre più proibitive. E tutto è iniziato proprio con unappello anonimo online indirizzato «ai 30 milioni di autisti di tutta la Cina», vessati dal rincaro di carburante e pedaggi autostradali. Solo qualche settimana prima, le proteste erano toccate a gruisti e operai del settore edile e anche in questo caso era stato centrale l’elemento social tanto che una direttiva governativa aveva invitato «tutti i siti web, in tutte le regioni, a eliminare immediatamente qualsiasi notizia sulle proteste». A prescindere da come la si pensi sui singoli casi, dunque, ciò che fa realmente scalpore, è la capacità dei social di determinare e indirizzare eventi tanto importanti che un tempo erano limitati ai confini di una singola fabbrica o di una specifica sigla sindacale. La nuova comunicazione rompe invece i ranghi tradizionali della società, imponendo a tutti di ripensare le proprie modalità di azione e, soprattutto, di interazione. I lavoratori, infatti, mai come oggi sono soggetti attivi, capaci di generare contenuti e risposte anche autonomamente, scavalcando le organizzazioni tradizionali. Aspetto che vale anche in ambito politico.

Restando sempre in Brasile, infatti, gli osservatori sostengono che l’influenza dei social network sarà notevole anche sulla classe dirigente, specie considerando la grande pressione a cui il Paese è sottoposto. Per questo, il sindacato e tutti i corpi intermedi sono chiamati a una nuova sfida fatta di ascolto ma soprattutto di dialogo anche attraverso i social network e con il web, strumenti particolarmente vicini alle persone. In questo senso, l’analisi dei big data può essere determinante per cercare di capire quali e quante prospettive le nuove tecnologie della comunicazione potranno aprire nel mondo del lavoro e più in generale nelle nostre comunità. Tra le ultime novità, ad esempio, i licenziamenti intimati via WhatsApp che negli scorsi mesi hanno destato parecchio scalpore anche in Italia. Segno che qualcosa sta realmente e velocemente cambiando e che l’istantaneità che ha fatto la fortuna delle comunicazioni via social, in alcuni casi, potrebbe non essere poi così apprezzabile.

L'autore

Silvia Pagliuca

Silvia Pagliuca Giornalista professionista e Comunicatore pubblico, è laureata in scienze e tecnologie della comunicazione, con Master in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale e Master in giornalismo presso il campus IULM - Mediaset. Scrive di lavoro, startup, innovazione e imprenditoria per Corriere della Sera, Corriere Imprese e Corriere del Trentino. Collabora come copywriter e consulente in comunicazione per diverse realtà pubbliche e private.