Mobilità in calo e talenti stranieri da attrarre, così cambia la forza lavoro


Secondo un recente report di Boston Consulting Group la propensione a muoversi dei lavoratori è diminuita dal 64% al 57%


Mobilità in calo e talenti stranieri da attrarre, così cambia la forza lavoro

Gestire la trasformazione della forza lavoro in un’epoca di rapidi mutamenti è la principale preoccupazione dei leader delle grandi aziende. L’impatto di intelligenza artificiale e automazione sulle professioni si fa già sentire e le conseguenze continueranno a protrarsi nel lungo termine. Molte posizioni richiedono nuove capacità digitali o una profonda competenza tecnica ed è complesso trovare i profili adeguati per riempirle. La corsa ai talenti, quindi, è una sorta di nuova corsa all’oro in cui anche l’evoluzione demografica gioca un ruolo fondamentale. Alcuni dipendenti anziani vanno in pensione, sostituiti da colleghi più giovani e, talvolta, meno esperti, portatori di nuova cultura e nuove ambizioni. Altri, più maturi, con esperienza ma meno competenze tecniche, rimangono in azienda e convivono con i Millennials, nativi digitali. Di fronte a queste sfide, i leader aziendali e i responsabili delle politiche economiche dovrebbero esaminare più da vicino la geografia del lavoro, cosa vogliono i dipendenti e dove possono trovare le competenze necessarie per affrontare il cambiamento. È necessario che le aziende e gli Stati, che tutto analizzano, cerchino ora di capire come affrontare il futuro della forza lavoro. Ciò include il reperimento di candidati stranieri in un momento in cui la politica di immigrazione sta cambiando in molti paesi.

I lavoratori si spostano meno

Una bussola interpretativa è offerta dall’ultimo report di The Boston Consulting Group “Decoding Global Talent 2018”, la più ampia indagine mondiale sulle persone in cerca di lavoro (oltre 360.000 intervistati in 197 paesi). Sembra controintuitivo ma, negli ultimi quattro anni – risale al 2014 l’ultimo studio BCG su questo tema – la propensione globale a muoversi è diminuita da 64% a 57%, tra i fattori le regolamentazioni più severe nelle principali destinazioni (Regno Unito, Stati Uniti), il miglioramento dell’economia in paesi precedentemente molto mobili (ad esempio in Europa centrale e dell’Est) e la globalizzazione del lavoro (quindi i lavoratori sentono meno il bisogno di muoversi). Controcorrente alcuni paesi, che registrano +10% di mobilità, come Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Canada, Brasile e India. Le donne sono meno propense a muoversi (53% rispetto al 61% degli uomini), mentre i giovani (61% dei ventenni rispetto al 44% degli ultra-sessantenni), il talento digitale (67% di chi è esperto in queste professioni è propenso a lasciare il Paese d’origine) e alcune regioni (ad esempio l’Africa) sono molto più mobili della media.

A non essere mutate significativamente sono le ragioni per trasferirsi all’estero. Ai vertici non c’è lo stipendio, ma la ricerca di un posto che soddisfi prima di tutto il bisogno di conciliazione tra carriera e vita personale. Tuttavia queste aspirazioni variano molto da un paese all’altro: il mondo occidentale è più concentrato sulle relazioni e sull’equilibrio, il mondo in via di sviluppo è più attento all’apprendimento e alla carriera, alcune regioni danno priorità alla retribuzione (ad esempio la Russia, l’Ucraina), diversi paesi asiatici cercano la sicurezza del posto di lavoro (come l’Indonesia). Rispetto allo studio del 2014, cambia il ranking, ma non cambiano le destinazioni preferite da chi pensa di lasciare il proprio paese per cercare lavoro: gli Stati Uniti sono ancora in testa alla classifica, la Germania ruba il secondo posto al Regno Unito (che passa dal 2° al 5° posto, ipotizziamo a causa della Brexit), seguita da Canada e Australia. La Svizzera scende dal 5° all’8° posto, probabilmente a causa dell’inasprimento delle quote di immigrazione. Londra continua a guidare la classifica delle città (il marchio città si differenzia dal marchio paese), seguita da New York e Berlino. Abu Dhabi e Dubai diventano più attraenti, Hong Kong entra la top 30.

Il trend italiano

Rispetto al 2014, l’Italia mantiene il nono posto tra i paesi preferiti dagli stranieri per cercare lavoro. Nel dettaglio è la nona destinazione preferita dai più istruiti e l’ottava per le donne. Per gli italiani, in linea con il trend globale, la propensione ad andare all’estero per lavorare è scesa dal 59% nel 2014 al 55% nel 2018. Si differenziano invece i giovani italiani (under 30): il 75% di loro si dichiara disponibile a lavorare all’estero, una percentuale molto più alta della media globale (61%). Tra le dieci destinazioni di interesse per gli italiani, il Regno Unito ruba la pole position agli Stati Uniti. Seguiti da Germania, Svizzera, Spagna, Francia, Australia, Canada, i Paesi Bassi e la Svezia (che entra nella top ten). Per intercettare, in un mercato globale del lavoro, i talenti migliori, trattenerli e farli crescere, le aziende devono innanzitutto pensare a fornire sempre nuovi stimoli di crescita e attuare una strategia di reskilling continuo del personale. Il mondo delle professioni è, infatti, in continuo cambiamento e quindi è fondamentale far fronte già oggi a quelle che saranno le esigenze future.

Matteo Radice, Partner e Managing Director di The Boston Consulting Group

L'autore

La redazione di LINC