Decreto dignità in aula, Maffè: «Promette stabilità ma genera incertezze»


Le causali aumenteranno l’incertezza nel rapporto tra datori di lavoro e lavoratori


Decreto dignità in aula, Maffè: «Promette stabilità ma genera incertezze»

 

Il decreto dignità approda a Montecitorio. Oggi si apre il secondo giorno di discussione con l’intenzione di arrivare al voto entro giovedì. Purché, però, si superino – con l’ombra della fiducia – i 450 emendamenti presentati dalle opposizioni, convinte che il decreto non faccia bene al mercato del lavoro italiano. Opinione, questa, condivisa da numerosi imprenditori ed esperti, tanto che c’è chi, come Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di Strategia d’Impresa alla SDA Bocconi School of Management, lo definisce un «provvedimento scellerato». Ma andiamo con ordine.

Il decreto arriva al vaglio della Camera dei Deputati con diverse revisioni rispetto al testo originario. Anzitutto, chi assume stabilmente lavoratori under 35 potrà usufruire del bonus del 50% dei contributi previdenziali già previsto dal governo Gentiloni e ora esteso fino al 2020. L’esonero sarà riconosciuto per un massimo di 3 anni con un tetto di 3 mila euro su base annua. Quanto alle coperture, il vicepremier e ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, parla di circa 300 milioni di euro a triennio, ma si può arrivare fino a 600 milioni in sei anni, dal 2019 al 2024.

I voucher

La seconda importante novità riguarda la reintroduzione dei voucher che potranno essere utilizzati nel settore alberghiero in aziende fino 8 dipendenti e in agricoltura entro 10 giorni (e non 3 come in precedenza). Aspetto, questo, che ha fatto saltare sulla sedia buona parte delle opposizioni oltre ai sindacati con la Cgil che, in caso di approvazione definitiva, è pronta a proporre nuovamente un referendum abrogativo. Le associazioni del commercio, invece, richiedono un ampliamento della norma anche al loro settore. Ancora: i contratti a termine potranno durare al massimo 24 mesi (non più 36) in presenza di causali o 12 mesi in assenza di causali e per ogni azienda è previsto un tetto massimo di contratti a termine del 30% sul totale dei dipendenti, compresi i lavoratori somministrati. Ogni rinnovo, poi, avrà un costo contributivo aggiuntivo dello 0,5% con massimo 4 proroghe.

Gli effetti

L’aumento contributivo sarà dovuto anche per i contratti a termine in somministrazione mentre non si applicherà ai contratti di colf e badanti, correzione effettuata dopo che Assindatcolf ha lanciato l’allarme su un costo aggiuntivo di 160 euro a famiglia. Inoltre, per dare il tempo alle imprese di adeguarsi alle nuove normative si è previsto un periodo transitorio: fino al 31 ottobre la nuova norma non si applicherà ai contratti già in corso. Ma questi correttivi rispondono alle reali esigenze del mercato del lavoro italiano?

Carlo Alberto Carnevale Maffè è Associate Professor of Practice di Strategy and Entrepreneurship presso SDA Bocconi School of Managemen

«Assolutamente no. Questo decreto esaspera l’inadeguatezza delle norme italiane del lavoro, producendo una riduzione della domanda e una maggior propensione degli imprenditori a investire sul capitale tecnologico più che sulle risorse umane – afferma il professor Carnevale Maffè, ricordando che servirebbero invece maggiore flessibilità e più welfare pubblico – Il decreto ha una finalità condivisibile, ovvero ridurre gli effetti negativi del precariato, ma per come è stato scritto produrrà solo un aumento di costi per le imprese. È un atto scellerato con cui si prendono in giro i cittadini e le istituzioni». Gli errori commessi, secondo il professore, sono numerosi. «È inappropriato associare temporaneità e precarietà – evidenzia – e lo è altrettanto parlare di poca dignità in relazione a un lavoro temporaneo». Ancora, il tetto del 30% di contratti a termine è irrealistico: «È una cifra che non si basa su alcun calcolo statistico ma che risponde a un’impostazione dirigista che non farà che togliere competitività alle aziende poiché non tiene conto delle specificità delle singole realtà. Si pensi al settore turistico, a quello agricolo o alla moda che vivono di picchi di domanda».

Allo stesso modo, le causali aumenteranno l’incertezza nel rapporto tra datori di lavoro e lavoratori: «sono generiche e infondate in termini economico-organizzativi. Le imprese, per non rischiare di incorrere in pesanti sanzioni, finiranno con il lasciare a casa i lavoratori. Dunque, avremo decine di migliaia di nuovi disoccupati, molti di più degli 8 mila paventati dall’Inps». Quanto all’esonero contributivo per le assunzioni degli under 35, secondo l’esperto è un ulteriore abbaglio: «Un’azienda – spiega – non basa le scelte di assunzione su bonus temporanei. Questa è una vecchia concezione». Infine, la riflessione amara rispetto a quanto il decreto potrebbe significare per le agenzie di somministrazione: «È un attacco insensato di natura prettamente ideologica. Si trattano le agenzie per il lavoro come se fossero delle forme di caporalato autorizzato quando invece fanno un lavoro egregio per favorire la qualificazione del lavoro e in Italia sono fondamentali». «Purtroppo – conclude – il Decreto Dignità non farà che rendere il nostro Paese ancora meno attrattivo per gli imprenditori. E gli investitori stranieri, vista questa ennesima inaffidabilità del legislatore italiano, voleranno via».

L'autore

Silvia Pagliuca

Silvia Pagliuca Giornalista professionista e Comunicatore pubblico, è laureata in scienze e tecnologie della comunicazione, con Master in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale e Master in giornalismo presso il campus IULM - Mediaset. Scrive di lavoro, startup, innovazione e imprenditoria per Corriere della Sera, Corriere Imprese e Corriere del Trentino. Collabora come copywriter e consulente in comunicazione per diverse realtà pubbliche e private.