Si torna a scuola…ma in quanti la finiscono? Persi oltre 3 milioni di studenti in 20 anni


Sale l’allerta: nel 2017 la dispersione scolastica è tornata a crescere per la prima volta dopo anni


Si torna a scuola…ma in quanti la finiscono? Persi oltre 3 milioni di studenti in 20 anni

Nella settimana in cui riaprono le scuole e 8 milioni e mezzo di alunni riprendono posto tra i banchi, si torna a parlare dei problemi endemici del sistema scolastico italiano. Con il suonare della prima campanella riprende il valzer delle supplenze e si riaccendono le polemiche su programmi, voti e corsi. Ma l’inizio dell’anno può essere anche l’occasione per  riflettere su quanti, tra gli studenti oggi in classe, concluderanno il percorso iniziato. E qui iniziano le cattive notizie. La dispersione scolastica in Italia è in aumento e  i numeri preoccupanti sono due.

L’Italia e gli altri paesi

Un primo alert arriva dal Ministero dell’Istruzione: nel 2017 la dispersione scolastica è tornata a crescere per la prima volta dopo anni, più precisamente dal 13,8% al 14%. Un dato che ci allontana dall’obiettivo del 10% fissato dall’Unione europea per il 2020. E che ci pone tra gli ultimi a livello europeo, facendoci sfigurare anche sul piano mondiale. Tra i paesi sviluppati infatti Giappone, Norvegia e Corea hanno un tasso di dispersione a 18 anni pari allo zero.  Russia, Thailandia, Kazakistan sotto il 5%.  Australia, Israele, Canada, Giordania e Singapore sotto il 10%. Il secondo campanello d’allarme arriva dal portale Tuttoscuola. Secondo una recente indagine in vent’anni 3,5 milioni di ragazzi hanno abbandonato i banchi, con un costo per la collettività di 55 miliardi di euro. Un’emergenza che prende il nome di «drop out». «L’Italia – si legge nel report – si vanta di avere la scuola più inclusiva d’Europa, ma negli ultimi anni abbiamo escluso milioni di studenti. Il tasso di abbandono più elevato è in Sardegna (33%), seguita dalla Campania (29,2%), il più basso in Umbria (16,1%). Il Nord Ovest ha la stessa dispersione del Sud (25%)». In altre parole dei 590 mila adolescenti che in questi giorni iniziano le scuole superiori almeno 130mila non arriveranno al diploma.

Le conseguenze per  il lavoro

Un paradosso se si pensa ai danni sia per gli individui che per il Paese.Il fallimento formativo si traduce in minori possibilità lavorative, marginalità sociale,  rischi per  la salute e povertà. Sul fronte del lavoro in particolare i libri possono ancora fare la differenza. Guardando ai percorsi professionali studiare conviene: i disoccupati con la licenza media sono il doppio dei diplomati e il quadruplo dei laureati. In più una buona istruzione riduce sensibilmente la possibilità di rientrare nelle schiere dei Neet, i ragazzi under29 che non studiano e non lavorano – oltre 2 milioni in Italia secondo l’ultimo rapporto Ocse. La scuola, non è forse così banale ripeterlo, è quindi il crocevia obbligato per una società più equa. E un primo passo per far ripartire l’ascensore sociale è evitare che, sui nostri 8 milioni di ragazzi in classe, uno su quattro finisca con il chiudere i libri per sempre.

L’altro è incoraggiare i giovani a conoscere nel dettaglio il mercato del lavoro. E un aiuto può arrivare dalle previsioni occupazionali. Ne è un esempio  il rapporto Meos di ManpowerGroup in cui si legge che da ottobre crescono le opportunità di assunzione nella manifattura (+ 7%), nell’ambito dell’energia elettrica, del gas e acqua, della finanza, delle assicurazioni, dell’ immobiliare e nei servizi commerciali. Informazioni strategiche se si pensa che secondo un recente studio McKinsey circa il 40% della disoccupazione giovanile in Italia è legata al disallineamento tra il sistema educativo e quello produttivo. Non è quindi solo questione di dover studiare ma anche di sapere cosa studiare per garantirsi (davvero) il futuro.

 

L'autore

Diana Cavalcoli

Diana Cavalcoli Laureata in Lettere, si specializza in Cultura e storia del sistema editoriale all’Università degli studi di Milano. Frequenta il Master in giornalismo Walter Tobagi ed è iscritta all’Ordine dei Giornalisti dal 2015. Ha lavorato per Adnkronos a Milano e attualmente scrive per il Corriere della Sera occupandosi di lavoro, startup e innovazione