Lo scienziato? Solo per 3 bambini su 10 è donna


Per fortuna la propensione ad associare donne e scienza va di pari passo con la femminilizzazione delle professioni


Lo scienziato? Solo per 3 bambini su 10 è donna

Chiudete gli occhi e pensate a uno scienziato. Come ve lo immaginate? Con quali caratteristiche fisiche e psicologiche? Probabilmente di sesso maschile, col camice bianco e gli occhiali, eventualmente spettinato, la barba incolta, la testa fra le nuvole tipica di chi dedica la propria vita a equazioni e formule matematiche. Un uomo, ça va sans dire. Difficilmente la prima immagine a scaturirvi nella mente sarà quella di una donna. Lo dice, appunto, la scienza. La scarsa propensione ad associare il genere femminile alle STEM – acronimo che sta per “Science, Technology, Engineering and Mathematics” – è stata infatti l’oggetto di numerosi studi condotti negli Stati Uniti, i cosiddetti “draw a scientist studies”, basati su un test semplicissimo: disegnare uno scienziato.

La femminilizzazione delle occupazioni scientifiche

Un recente articolo firmato da David Miller e colleghi, della Northwestern University, ha passato in rassegna 78 ricerche che negli ultimi cinquant’anni hanno utilizzato questa tecnica applicandola a bambini e ragazzi dai 5 ai 18 anni. Il risultato è parzialmente incoraggiante: se a fine anni ’60 solo nell’1% dei casi i soggetti selezionati disegnavano uno scienziato di sesso femminile, oggi la percentuale è salita al 28%. L’incremento nella propensione ad associare donne e scienza va di pari passo con la femminilizzazione delle occupazioni scientifiche. Ma se è vero che aumenta il numero di donne scienziate, è anche vero che il cambiamento risulta lento e a macchia di leopardo. Negli Stati Uniti le donne sono il 49% dei biologi e il 35% dei chimici ma solo l’11% dei fisici e degli astronomi (National Science Board, 2016). L’Europa ha visto il sorpasso nelle scienze della vita (biologia e parte della chimica), dove le donne rappresentano il 58% dei dottori di ricerca (She Figures, EC 2015), ma la situazione peggiora in fisica (il 37%) e in matematica (35%), per non parlare delle scienze informatiche e dell’ingegneria, dove le donne rappresentano solo il 21% e il 25% del totale rispettivamente. Ed è proprio sulle scienze cosiddette esatte – la matematica, la fisica, l’informatica ecc. – che si stanno concentrando in particolare gli sforzi delle istituzioni Europee e nazionali per “femminilizzarle”, con forti campagne di sensibilizzazione rivolte alle più giovani, nell’ottica di arginare lo spreco di talenti che l’assenza femminile comporta in termini di progresso scientifico ed economico.

Il cambiamento dell’immaginario

Un ulteriore dato interessante che emerge dallo studio di Miller riguarda infatti l’età. La propensione a disegnare una scienziata cala con la crescita e la variazione è particolarmente marcata per le bambine. Se fino ai 10/11 anni le femmine tendono a disegnare con più frequenza una donna di un uomo, varcata quella soglia il rapporto si inverte fino ad arrivare a un disegno su quattro (considerando tutte le coorti generazionali insieme, dalla fine degli anni ’60 a oggi). Quello del cambiamento di “immaginario”, in concomitanza con l’inizio dell’adolescenza, è un dato molto importante perché fa luce sul ruolo dei condizionamenti culturali. In sostanza, non c’è nulla di “innato” nell’immaginarsi uno scienziato che sia quasi e sempre di sesso maschile: si tratta di un fenomeno che si forma nel tempo, quando si è arrivati a una certa età, quanto basta per aver respirato, assimilato e interiorizzato le aspettative sociali sui ruoli di genere. Attraverso i libri di testo, i cartoni animati, la TV, i giochi, i genitori, le insegnanti. Per questo motivo è importante intervenire sul piano culturale, per rendere le scelte di ragazzi e ragazze il più scevre possibili da condizionamenti. Le tanto temute esperte di “gender” fanno esattamente questo: aumentare le opportunità di immaginare e di essere per le ragazze (e per i ragazzi). Un buon esempio arriva dal Friuli, dove un gruppo di psicologhe e insegnanti ha creato il “gioco del rispetto”, un kit di attività per i più piccoli per smantellare gli stereotipi di genere. C’è il memory con le carte dei mestieri, il cui scopo è associare donne e uomini che fanno la stessa attività. E c’è un puzzle double face, da cui emergono le figure di un astronauta maschio e di un’astronauta femmina. Per trasmettere l’idea che non c’è nulla di male se il papà lava i piatti come la mamma e la mamma fa la manager come il papà.

L'autore

Camilla Gaiaschi

Camilla Gaiaschi Assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano. Ph.D. in sociologia e giornalista professionista. Le sue ricerche vertono sui temi del lavoro, del welfare, del genere e delle pari opportunità. Per il centro di ricerca GENDERS (Gender & Equality in Research and Science) di Unimi si occupa di disuguaglianze di genere nelle carriere scientifiche. È autrice del libro 'La geografia dei nuovi lavori. Chi va, chi torna, chi viene' (Fondazione Feltrinelli). È contributor per due blog del Corriere della Sera: la Nuvola del Lavoro (nuvola.corriere.it) e la 27Ora (27esimaora.corriere.it).