Umanisti a scuola di design thinking


Un nuovo approccio che potrebbe rivelarsi particolarmente utile nei corsi di laurea socio-umanistici


Umanisti a scuola di design thinking

 

Si parla da tempo di Rivoluzione 4.0. Lo si fa con specifico riferimento al settore dell’Industria, a quella produzione che vede protagoniste tanto le imprese che determinano il progresso tecnologico, quanto quelle che ne beneficiano per implementare e ottimizzare la produzione stessa. La transizione al digitale che di questa rivoluzione è quindi a un tempo presupposto e conseguenza, ha trasformato il volto del mercato globale, dell’economia nel suo complesso e del marketing in maniera particolarmente evidente. Ha impattato così, inevitabilmente, anche sul settore dei servizi.

Nuovi lavori

Big Data, Cloud, Mobile, Cyber-security sono le aree in cui, secondo l’Osservatorio delle Competenze Digitali, le aziende italiane cercano professionisti e in cui, nel 2016, sono stati creati circa 28 mila nuovi posti di lavoro: dati e software sono, al pari del know-how e dell’immagine aziendale, assets intangibili, che hanno a che fare con la prestazione di servizio da parte di coloro che analizzano e/o sviluppano, trasformando l’enorme quantità di informazione resasi disponibile grazie alla rivoluzione digitale in effettivo valore commerciale. Ma non solo: anche i servizi tradizionalmente intesi non possono prescindere, per la loro commercializzazione e comunicazione, dalle skills digitali e, in particolare, da una digital customer experience strategy. E allora risulta evidente che anche la formazione di livello avanzato, in tutti i campi, e non soltanto nell’ICT, debba guardare alle digital skills come obiettivo e parte di un percorso di crescita di figure professionali competenti e competitive.

Non molti anni fa, una digital customer experience strategy poteva legittimamente limitarsi (e così anche gli output formativi attesi dei corsi di informatica all’interno dei più svariati CdL) ad avere (ed essere in grado di costruire) un sito web. Oggi, nel mondo digitale che vede accumularsi orde di dati via web tramite social network e applicazioni variegate che offrono servizi vecchi (programmi tv e radio, per esempio) e nuovi (da attività ludiche – esplorazioni virtuali, fotografia, games ecc. – a altre pratiche e utili anche per la salute), i canali e gli strumenti attraverso cui articolare il content si sono moltiplicati, per cui la progettazione strategica dell’esperienza tutta digitale del consumatore richiede competenze da designers, progettisti appunto.

Il modello progettista

E veniamo quindi al design thinking. Anzitutto, e diversamente da quanto nell’immaginario dei non addetti ai lavori si tende a credere, il design non riguarda soltanto il prodotto. Vi è, in effetti, non un futile capriccio contemporaneistico bensì una lunga e autorevole tradizione – il cui emblema in ambito universitario, formativo e di ricerca, è la rinomata New School newyorkese (a molti nota come la Parsons) – che lo concepisce in maniera ben più ampia, estendendo – e senza forzature, ma in coerenza con l’universo semantico della parola “design” – i confini del suo significato fino alla creazione dei più svariati servizi (service design) e della stessa customer experience, punto in cui il design thinking tocca, inevitabilmente, il mondo del marketing.Il “pensiero da designer” è il modo di ragionare tipicamente utilizzato dai progettisti, un approccio al problem solving che si basa su intuitività e sintesi più che sull’analisi, affidandosi prioritariamente al feedback delle reazioni emotive degli utenti potenziali (customers), derivanti dai loro bisogni coscienti o latenti. Introdotta nel campo del business da importanti multinazionali come Coca-Cola o Philips, la metodologia di design thinking si articola in cinque fasi fondamentali: all’individuazione del problema cui dare una risposta, e delle relative opportunità che carenze e mancanze possono aprire, seguono la definizione del contesto e dei suoi attori chiave, la fase di ricerca propedeutica all’effettiva ideazione (il disegno dell’idea), la prototipazione comprensiva di test e validazione, la presentazione e l’implementazione dell’idea di progetto. Sia la prototipazione che l’implementazione effettiva di un’idea di prodotto o di servizio non possono prescindere dalle digital skills di cui sopra e da una precisa customer experience strategy che sia anche digitale.

E allora, questo metodo creativo che va sotto il nome di design thinking, potrebbe rivelarsi particolarmente utile, a livello formativo, in quei corsi di laurea tradizionalmente orientati al sapere socio-umanistico, storico, filosofico o artistico, per sviluppare la capacità di pensare in maniera progettuale, per integrare costruttivamente un solido bagaglio culturale con le competenze tecnico-digitali e per licenziare non solo dei futuri docenti, giornalisti o scrittori (inevitabilmente una minima parte, alla quale si affianca la ben nota gran parte di umanisti disoccupati o sottoccupati), ma esperti di servizi per la persona: in altri termini, esperti di service design, o designer di servizi e esperienze che, prima ancora che reali, siano anche digitali. Si potrebbe così contribuire a favorire quel match tra le skills richieste dal mercato e quelle possedute dai laureati, limitando almeno in parte (e per la parte imputabile alle carenze formative dell’offerta) lo spreco di risorse umane, economiche e sociali che deriva dal fenomeno della sottoccupazione o disoccupazione di giovani con elevato titolo di studio.

L'autore

Daniela Sideri

Daniela Sideri Laureata in Scienze Politiche a Roma, dottorato in Studi Culturali a Siena completato negli Stati Uniti presso la CUNY, già visiting scholar a Cambridge è ora assegnista di ricerca in sociologia presso l'Università G. D'Annunzio