Intelligenze al lavoro: meglio quella artificiale o quella umana?


L’impatto del cambiamento tecnologico se è troppo veloce può creare il caos, in particolare nel mercato del lavoro


Intelligenze al lavoro: meglio quella artificiale o quella umana?

Jerry Kaplan, uno dei pionieri della Silicon Valley e professore alla Stanford University, ha scritto in un suo volume dal titolo “Le persone non servono. Lavoro e ricchezza nell’epoca dell’intelligenza artificiale” (LUISS University Press), che l’impatto del cambiamento tecnologico se è troppo veloce può creare il caos, in particolare nel mercato del lavoro. Questo perché l’intelligenza artificiale tenderà a sostituire funzioni e mansioni dell’uomo e, soprattutto, perché cambieranno le regole del gioco. Le imprese, infatti, dovranno riorganizzare le stesse modalità di produzione e di management. «I lavoratori artificiali rimpiazzeranno la maggior parte dei lavoratori specializzati; gli intelletti sintetici soppianteranno in larga misura le vaste fila di chi ha studiato… e altre innovazioni elimineranno direttamente interi lavori del passato».Ovviamente, questa impostazione non poteva tralasciare le ricerche dell’Università di Oxford, da me più volte richiamate sulle pagine di LINC, che mostrano che il 47% della forza lavoro degli Stati Uniti – che segnerebbero solo l’inizio di un trend che andrà poi diffondendosi in tutte le aree del mondo con accelerati processi di modernizzazione – sarà sostituito dall’evoluzione di Machine learning, Machine vision, Mobile robotics e degli altri comparti dell’intelligenza artificiale, a cui non sarà estraneo l’utilizzo di Big e Small Data.

La pessimistica conclusione del volume è che l’uomo sarà schiavizzato dall’intelligenza artificiale sino, in caso estremo, a tenerlo in vere e proprie “riserve”, conclusione che permette ulteriori riflessioni sui tempi di transizione di tale processo, che potrebbero mutare le stesse certezze della globalizzazione, come stanno dimostrando i presupposti di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Quest’ultima, infatti, secondo le previsioni più accreditate, entro poco più di un decennio supererà gli Stati Uniti nel campo dell’intelligenza artificiale e, più in generale, dell’innovazione, per raggiungere, entro il 2050, oltre i mille miliardi di investimenti e diventare la prima potenza economica al mondo. Come ho scritto recentemente, questa strategia è stata ben sintetizzata dal presidente Xi Jinping a Davos, dove si è posto come strenuo difensore della globalizzazione, ma – come ha fatto inserire nello statuto del partito comunista all’ultimo congresso dell’ottobre 2017 – sempre nell’ambito di un «socialismo con le caratteristiche cinesi per una nuova era». In questa nuova visione del mondo, c’è da augurarsi che sia l’intelligenza umana, sia quella artificiale non trascureranno mai la categoria più importante dell’evoluzione: il bene comune.

L'autore

Giuseppe Di Taranto

Giuseppe Di Taranto


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