Il lavoro possibile oltre il tumore al seno


Bisogna passare dal concetto del ‘rientro al lavoro’ a quello del ‘lavoro con il cancro’


Il lavoro possibile oltre il tumore al seno

Tac, esami, permessi. Ammalarsi di cancro in Italia significa questo per più di 1 milione di persone, che si trovano ad affrontare una situazione più grande di loro. E non sempre le aziende riescono a rispondere alle esigenze dei loro dipendenti. Secondo un rapporto Censis/Favo dopo la diagnosi il 78 per cento dei malati oncologici subisce un cambiamento nel lavoro: il 36,8 per cento ha fatto assenze, il 20,5 è stato costretto a lasciare l’impiego e il 10,2 si è dimesso o ha interrotto l’attività di autonomo. Per le donne il pericolo più comune è il cancro al seno che può portare complicazioni importante sul fronte professionale. Si stima che nel 6,2 per cento dei casi siano costrette a dare le dimissioni. Per questo, in caso di malattia, è importante lavorare sulla compatibilità tra la salute del singolo e la sua dimensione professionale. È il cosiddetto «work-health balance» raggiungibile solo attraverso la riattivazione delle persone che non devono percepirsi soltanto come pazienti.

A questo tema è stato dedicato il corso di formazione “Tumore e lavoro” rivolto alle associazioni di volontariato della rete Europa Donna Italia. «L’idea – spiega il professore Massimo Migliorati, docente di Psicologia del lavoro e delle Organizzazioni all’Università degli Studi di Milano – è che la persona di fronte alla malattia usi strategie specifiche per bilanciare l’aspetto lavorativo e le esigenze di salute. Le lavoratrici devono capire che è possibile una conciliazione. Bisogna passare dal concetto del ‘rientro al lavoro’ a quello del ‘lavoro con il cancro’». Per questo durante la giornata di formazione nella sede di ManpowerGroup a Milano alle donne presenti in sala è stato chiesto di elencare le difficoltà affrontate per individuare soluzioni concrete.

Le strategie possibili
Il corso di formazione “Tumore e Lavoro”

«Ci possono essere limitazioni fisiche nuove da affrontare. Ad esempio: devo accettare che le mie condizioni non mi permettono di lavorare come prima e devo adattarmi. Dall’altro lato l’azienda deve riuscire a venire incontro ai bisogni della persona. E questo, va detto, non è facile soprattutto nelle piccole aziende dove è complesso ricollocare il personale». In questo caso una soluzione è il lavoro agile ma non sempre per il lavoratore è possibile riqualificarsi o trovare una nuova mansione. «La grossa problematica è che in queste aziende spesso manca una persona in grado di gestire determinate problematiche. In Italia siamo indietro su questo fronte mentre abbiamo esempi positivi in altri paesi tra cui il Canada dove i dipendenti sono seguiti da una persona dedicata per tutta la malattia», conclude il professore. In un Paese come il nostro dove il tessuto delle aziende è caratterizzato da piccole medie imprese – e quindi realtà che non hanno le risorse per formare qualcuno in grado di seguire i lavoratori in terapia – una buona strategia potrebbe essere appoggiarsi ad associazioni d’impresa o servizi esterni. Così da arrivare davvero a quel bilanciamento salute/lavoro, ad oggi non ancora realizzato.

L'autore

Diana Cavalcoli

Diana Cavalcoli Laureata in Lettere, si specializza in Cultura e storia del sistema editoriale all’Università degli studi di Milano. Frequenta il Master in giornalismo Walter Tobagi ed è iscritta all’Ordine dei Giornalisti dal 2015. Ha lavorato per Adnkronos a Milano e attualmente scrive per il Corriere della Sera occupandosi di lavoro, startup e innovazione