Wef: «Con i robot ci sarà più lavoro, ma dobbiamo creare nuove competenze»


Senza un approccio proattivo, imprese e lavoratori rischiano di essere travolti dalla Quarta Rivoluzione Industriale


Wef: «Con i robot ci sarà più lavoro, ma dobbiamo creare nuove competenze»

Prima le cattive notizie. Entro sette anni i robot svolgeranno più della metà dei lavori attualmente esistenti. Il che significa che saranno in grado di sostituire milioni di lavoratori. Non è però il caso di gridare allo scandalo della disoccupazione tecnologica causata dalle macchine. A rassicurare il mercato sono le proiezioni del World Economic Forum, contenute nel report «The future of Jobs 2018». Secondo i tecnici dell’associazione in cinque anni assisteremo alla creazione di 133 milioni posti di lavoro a fronte di una perdita di 75 milioni. Se la matematica non è un’opinione significa un conto netto di 58 milioni di nuovi posti. E a rassicurarci sono anche gli esperti di robotica. Secondo Roberto Cingolani, direttore Scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia bisogna guardare alle nuove tecnologie digitali con pragmatismo. «Da un certo punto di vista – dice Cingolani – potremmo pensare che è la prima volta nella storia che abbiamo in contrapposizione l’essere umano e una macchina in grado, a livello molto basico, di intendere di decidere, di volere. E ci sta anche che ci si senta un po’ minacciati, come specie. Ma è oggettivamente un effetto più psicologico che reale. Si tratta di macchine o di strumenti: hanno un pulsante di acceso/spento. E quando si scarica la batteria finiscono di fare il loro lavoro».

Lavoro da specialisti

Ma come saranno le nuove attività umane? Il Wef parla di mansioni specializzate che potranno essere svolte da persone altamente formate. L’evoluzione del mercato del lavoro porterà infatti con sé una grande espansione dei ruoli legati all’information technology. I più richiesti, secondo le proiezioni del Wef, saranno gli esperti di analisi dei dati e gli scienziati, seguiti da esperti in intelligenza artificiale e manager gestionali. A seguire gli sviluppatori di software e i professionisti dei settori vendite e marketing. Spariranno invece quei lavori ripetitivi e facilmente «automatizzabili». A rischio ad esempio gli addetti all’inserimento manuale dei dati in sistemi informatici e chi svolge compiti amministrativi come la gestione delle buste paga e dei libri contabili. Il tema è che il cambiamento potrebbe essere dietro l’angolo. Guardando alle ore lavorate il rapporto uomo-macchina oggi è di 71 a 29. Ovvero, solo il 29% del lavoro complessivo è svolto da robot, mentre il 71% è ancora in mano a esseri umani. Ma per il Wef, entro il 2025 questa proporzione cambierà: il 52% delle ore di lavoro sarà svolto da sistemi automatizzati. A diffondersi per primi saranno i macchinari statici (37%), già sfruttati nel settore automotive, così come i robot di terra (33%), usati per automatizzare la produzione all’interno delle fabbriche. Nel settore dei servizi finanziari e d’investimento si prevede poi la crescente diffusione di robot umanoidi (23%), che grazie all’intelligenza artificiale e ai big data, saranno in grado di elaborare strategie finanziare sulla base di modelli statistici.

Puntare sulla formazione

«Le aziende – spiega Saadia Zahidi, responsabile del Centre for the New Economy and Society al World Economic Forum – devono affiancare ai loro piani di automatizzazione delle strategie complessive di espansione. Perché le imprese restino dinamiche, differenziate e competitive in un’era dominata dalle macchine, occorre che investano in capitale umano». Le parole chiave sono quindi il re-skilling e up-skilling, ovvero la formazione in grado di accelerare le competenze umane non sostituibili. «C’è un imperativo sia morale che economico a farlo. Senza un approccio proattivo, le imprese e i lavoratori rischiano di rimetterci rispetto al potenziale della Quarta rivoluzione industriale». E non si tratta di un lavoro semplice se si pensa che nel 2022 più di un lavoratore su due avrà bisogno di aggiornarsi. «Anche i posti di lavoro che non spariranno dovranno essere ripensati», ha scritto in un paper Alfredo Biffi, professore affiliato di Information systems presso SDA Bocconi School of Management. «La domanda non è: lavoreremo o meno? La domanda è: come ci manterremo in un mondo a bassa intensità di lavoro? La rivoluzione tecnologica ci darà cinque, forse dieci o quindici anni per definire modelli di sviluppo economico diversi da quelli a cui siamo abituati. Una nota di speranza: in questo quadro, i giovani hanno l’opportunità di progettare il proprio lavoro purché investano sulle soft skill e sulla comprensione delle logiche di funzionamento delle macchine».

L'autore

Diana Cavalcoli

Diana Cavalcoli Laureata in Lettere, si specializza in Cultura e storia del sistema editoriale all’Università degli studi di Milano. Frequenta il Master in giornalismo Walter Tobagi ed è iscritta all’Ordine dei Giornalisti dal 2015. Ha lavorato per Adnkronos a Milano e attualmente scrive per il Corriere della Sera occupandosi di lavoro, startup e innovazione


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