La Gig Economy cresce in Italia ma non è un buon segnale


Per Eurofound una delle pricipali cause che spinge i lavoratori a diventare gig workers è la mancanza di alternative


La Gig Economy cresce in Italia ma non è un buon segnale

 

Tutti pazzi per  la Gig economy? Non proprio. I confini dell’Economia dei lavoretti si stanno espandendo con conseguenze importanti sul mercato del lavoro ed effetti non sempre positivi. Il fenomeno è in crescita soprattutto in Italia dove il 22% dei lavoratori dichiara  di aver lavorato almeno una volta per le piattaforme che offrono lavoro on demand ovvero su richiesta. A dirlo è una ricerca di Eurofound, l’agenzia europea che studia le tematiche lavorative e sociali. Secondo gli esperti, che hanno analizzato le condizioni di lavoro della gig economy in 14 Paesi tra cui Finlandia, Francia, Germania, Italia, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna e Svezia, cresce il peso dei lavoretti per l’economia delle famiglie.

Nell’area europea il 2% della popolazione in età da lavoro fa dei ‘gig via piattaforma’ il  principale impiego. Mentre per  il 6% la gig economy è fonte di circa un quarto delle entrate mensili e un 8% svolge lavoretti almeno una volta al mese. In questo quadro l’Italia risulta il Paese con la più alta percentuale di persone coinvolte in questa economia: tra i 600 e il milione di addetti. Ma non è un bene soprattutto perchè come scrive Eurofound “una delle pricipali cause che spinge i lavoratori a diventare gig workers è la mancanza di alternative professionali”.

Il profilo dei lavoratori

L’indagine traccia un profilo dei lavoratori della gig economy: si tratta di giovani, con buoni titoli di studio, in genere troppo qualificati rispetto alle mansioni che svolgono. Parliamo però di persone che accettano paghe basse e spesso sono poco informate sui rischi e sulle tutele di cui dovrebbero godere. Tra queste, come denunciato più volte dalla Cgil, in Italia è crescente la quota di stranieri che svolge i gig come primo impiego. Si tratta quindi di riflettere su quella percentuale così alta di lavoratori e chiedersi non solo quanti sono ma anche che tipo di lavoro svolgono, per  quanto tempo e quanto incide sul loro reddito. Ancora una volta analizzare la qualità del lavoro non solo la sua quantità.

La proposta dell’Ue

Qualche buona notizia però c’è. Per venire incontro alle esigenze  dei lavoratori, la Commissione Occupazione del Parlamento europeo ha votato un pacchetto di riforme a tutela dei  precari, compresi i rider di Foodora e gli autisti di Uber. Nel testo si stabilisce che le piattaforme dovranno mettere nero su bianco la durata dell’attività, garantire un minimo di ore e l’ammontare degli straordinari e pagare ai lavoratori eventuali corsi di formazione. Un passo in avanti a livello comunitario che va ad aggiungersi a quelli fatti in Italia con l’applicazione del contratto nazionale della logistica ai Rider, i fattorini delle consegne, e alla “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano” promossa dalla Rider Union di Bologna. Al Parlamento europeo e al Consiglio spetterò ora il compito di far approvare la riforma una volta per  tutte.

L'autore

Diana Cavalcoli

Diana Cavalcoli Laureata in Lettere, si specializza in Cultura e storia del sistema editoriale all’Università degli studi di Milano. Frequenta il Master in giornalismo Walter Tobagi ed è iscritta all’Ordine dei Giornalisti dal 2015. Ha lavorato per Adnkronos a Milano e attualmente scrive per il Corriere della Sera occupandosi di lavoro, startup e innovazione


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