Da capo stressato a manager consapevole: i 4 consigli dell’esperta


Con il Management Supporting possiamo trasformare il clima aziendale da «prevalentemente nuvoloso» a «soleggiato»


Da capo stressato a manager consapevole: i 4 consigli dell’esperta

Quanti sognano di poter lavorare in un ambiente meno stressante, di poter fare il tanto agognato scatto di carriera, di avere un rapporto migliore con il capo o semplicemente di riuscire a liberarsi dai problemi dell’ufficio almeno per qualche ora? Tutti, o quasi, c’è da scommettere. Bene, prendete carta e penna perché la dott.ssa Gloria Bova, psicologa e psicoterapeuta, fondatrice di Eukos, spiega in che modo possiamo trasformare il clima aziendale da «prevalentemente nuvoloso» a «soleggiato». A guidarci verso il cambiamento – di temperatura, ma soprattutto di umore! – è il Management Supporting, il metodo che lei stessa ha ideato dopo anni di studio e che oggi applica in numerose aziende, preparandosi ad aprire una vera e propria scuola di specializzazione in materia.

La dottoressa Gloria Bova

«Il management supporting è una disciplina che punta a innescare un cambiamento profondo nella persona generando consapevolezza di sé e del contesto in cui opera. Si rivolge principalmente ai manager, ai dirigenti d’azienda e agli imprenditori: a tutti coloro, dunque, che hanno un ruolo di leadership e che modificando il proprio comportamento possono innescare un effetto a cascata nell’intera organizzazione» – spiega Bova, precisando che sono proprio queste le figure aziendali a essere più soggette a pressioni e stress. Dunque, ad avere più bisogno del supporting. «Ai leader si chiede sempre di più: il lavoro che fanno così come il tempo che mettono a disposizione dell’azienda non bastano mai. Ed è proprio questa sovrapposizione tra tempi di vita e lavoro a essere la causa di tante insoddisfazioni» – chiarisce la dottoressa. E allora, ecco il primo consiglio: imparare a tracciare un confine. Ciò significa distinguere iltempo di vita dal tempo di lavoro, il tempo sociale da quello dedicato a se stessi.

«In media, un leader dedica all’interazione sociale e alla cura della sua persona appena l’1% del proprio tempo. Un disequilibrio che finisce per generare dei comportamenti difensivi che vanno a scapito della produttività. Perché lavorare di più non vuol dire necessariamente lavorare meglio, anzi» – afferma Bova.Da qui, la seconda indicazione: non confondere i piani. Ovvero: il lavoro è una cosa, la famiglia e gli amici sono un’altra. L’impegno professionale viene ripagato con la retribuzione pattuita da contratto e con la soddisfazione personale che ogni individuo avverte nel momento in cui mette alla prova le proprie capacità, ma nessun altro riconoscimento è dovuto. «Nella maggior parte dei casi, applichiamo nell’ambiente di lavoro le stesse dinamiche che abbiamo a casa, quindi il capo diventa quasi come un genitore, mentre i pari grado sono come dei fratelli o degli amici. Nulla di più sbagliato perché alterando i piani, andiamo inevitabilmente incontro a delle insoddisfazioni», avverte la psicoterapeuta.

I family business

E le cose si fanno ancora più complicate quando i colleghi sono realmente i propri familiari, ovvero nei cosiddetti «family business». Allora sì che è fondamentale avere la piena consapevolezza di quali possono essere i temi irrisolti a livello familiare onde evitare di trasportare le stesse dinamiche anche in ufficio.Un buon momento per mettere in pratica sia la prima che la seconda raccomandazione è alla mattina, quando si indossano le scarpe «da ufficio» e si esce di casa. «Esattamente in quel momento – spiega Bova – è come se ci calassimo in un’altra identità, quella che ci accompagnerà nella nostra vita professionale e che ci consentirà, quando torneremo a casa alla sera, di lasciare fuori i problemi della giornata».Certo, tutto ciò è possibile solo se si accetta di diventare pienamente consapevoli della realtà. È questo il terzo consiglio della psicoterapeuta. Ed essere consapevoli significa anche comprendere che in ogni contesto professionale esistono delle verticalità e che tali gerarchie vanno rispettate. Solo così, potremo trasformare un atteggiamento conflittuale in uno costruttivo, per poi guardare, da qui, al quarto passo che consiste nell’individuare il«sabotatore interno» ovvero ciò che realmente ci impedisce di raggiungere gli obiettivi prefissi.«Ovviamente, ogni storia è un caso a sé e il supporting si costruisce ad personam, ma questi quattro elementi sono trasversali perché spingono tutti a mettersi in discussione.

E pensare alla persona significa pensare all’azienda. Il supporting, infatti, – chiarisce Bova – adotta una visione sistemica con focus su persona e azienda e partendo dalla base teorica del Modello ScInte di Eukos, fa della comunicazione il suo strumento d’azione principale». Attraverso colloqui individuali e questionari, le persone, messe a proprio agio, rivelano cosa realmente pensano del loro contesto lavorativo e si innesca, di conseguenza, un processo di autoconsapevolezza che porta, in maniera naturale e senza prescrizioni, al cambiamento. Una volta individuate le principali conflittualità, infatti, si definiscono gli interventi che possono prevedere, ad esempio, una mappatura del percorso aziendale di ogni lavoratore («molte aziende – fa sapere Bova – ignorano i percorsi di carriera dei propri dipendenti e quindi non rispondono ai loro bisogni di crescita») o si può intervenire con una riprogrammazione degli assetti lavorativi (dal cambiare team allo spostarsi di scrivania). Infine, il percorso si chiude con un “Wash meeting”, un incontro in cui il gruppo che ha affrontato il management supporting fa chiarezza sulle nuove dinamiche così da evitare che certe forme di conflittualità possano ripresentarsi.

L'autore

Silvia Pagliuca

Silvia Pagliuca Giornalista professionista e Comunicatore pubblico, è laureata in scienze e tecnologie della comunicazione, con Master in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale e Master in giornalismo presso il campus IULM - Mediaset. Scrive di lavoro, startup, innovazione e imprenditoria per Corriere della Sera, Corriere Imprese e Corriere del Trentino. Collabora come copywriter e consulente in comunicazione per diverse realtà pubbliche e private.


Successivo »