Filippo Agnello: «Giocare e costruire per continuare a cambiare»


L’intervista al VP & Country Manager Mattel PAN Europe Markets


Filippo Agnello: «Giocare e costruire per continuare a cambiare»

Solo uscire dalla propria comfort zone permette un’evoluzione, misurarsi con nuovi stimoli costringe a dare il meglio di sé e porta a risultati inaspettati. È questo il vero motore del cambiamento per Filippo Agnello, ai vertici di Mattel. E la sua storia personale lo dimostra: entra nel mondo del lavoro come ingegnere nucleare, dopo tre anni approda nel marketing, ora è alla guida del gigante del giocattolo. L’ex ingegnere raccoglie una storia aziendale che parte dall’America nel 1945. Oggi Mattel è presente in 40 Paesi in tutto il mondo, con una distribuzione in oltre 150 nazioni. E quando si pensa a Mattel si pensa subito alla Barbie, uno dei giocattoli più famosi e con più sex appeal al mondo. La prima bambola dalle fattezze adulte, ispirate alle attrici hollywoodiane degli Anni ‘50. La sua evoluzione si lega alla realtà contemporanea, proprio per questo oggi Barbie si ispira a tutte le donne per raccontare ai più piccoli che, da grandi, possono fare e diventare qualsiasi cosa, al di là degli stereotipi di genere.

Che tipo di cambiamento ha apportato alla sua azienda?

«Da molti anni in Mattel ho sempre dato priorità agli aspetti legati alla cultura aziendale. Alla comprensione e alla condivisione dei valori. Oggi più di ieri credo che Mattel sia una bellissima realtà in cui lavorare. C’è rispetto per le persone e senso di appartenenza, ci sono voglia e spazio per provare a fare le cose diversamente e per sbagliare. Non è il risultato solo del mio lavoro ovviamente, ma di un team di leadership che ha lavorato unito in questa direzione per anni».

Quali sono i prossimi passi in questo senso?

«Credo innanzitutto che non si debba mai dare nulla per scontato e che quindi sia necessario continuare a incentivare comportamenti virtuosi. Bisogna in particolare continuare a costruire un clima di fiducia tra le persone anche concedendo loro flessibilità e libertà nello svolgimento delle attività, per esempio aumentando il flex working e il remote working. Va allo stesso tempo creato e mantenuto un ambiente di lavoro vivace e stimolante che favorisca le condivisioni anche informali tra le persone perché ciò è importante al fine di costruire insieme il futuro dell’azienda».

Crede che il cambiamento sia una leva importante anche per i singoli dipendenti?

«Assolutamente sì. Il cambiamento riguarda tutti e tutti dobbiamo coglierne le opportunità. Abbiamo la responsabilità di anticiparlo e trovare le giuste strategie per cavalcarlo ed essere quindi più competitivi, ma anche per lavorare tutti meglio e con più soddisfazione».

In che modo il cambiamento apportato dalla Quarta Rivoluzione Industriale sta impattando sul suo lavoro?

«La connessione tra sistemi fisici e digitali, i Big Data e le risposte in tempo reale stanno cambiando le nostre vite e il modo di fare business. L’industria del giocattolo e Mattel sono anche loro toccate ampiamente e le opportunità sono infinite e in continua evoluzione. Gli aspetti su cui sono coinvolto più da vicino riguardano però fondamentalmente due aree. Il commercio elettronico che implica pratiche commerciali e leve di marketing profondamente diverse e la comunicazione in senso lato. Una comunicazione che è diventata a due vie e che sta divenendo sempre più personalizzata grazie all’enorme quantità e qualità di dati oggi disponibili, aiutata anche dalla ormai amplissima diffusione di dispositivi che mettono costantemente in contatto aziende e consumatori».

Samantha Cristoforetti, Astronauta ESA, con una Barbie a lei ispirata

Quali criticità |opportunità vede per i giovani di oggi?

«La dimensione e la rapidità delle trasformazioni che avvengono nel mondo di oggi non hanno eguali nella storia dell’umanità. È però importante pensare al cambiamento più in termini di opportunità che di criticità. I più giovani, ma anche i meno giovani, devono capire che la loro vita e la loro carriera abbracceranno molte fasi diverse. Dovranno avere una mentalità imprenditoriale e sapere che l’apprendimento continuo è l’unica soluzione possibile perché si diventa obsoleti in tempi rapidissimi. Le industrie del futuro, robotica, criptovalute, genomica, sicurezza informatica e Big Data offriranno le maggiori opportunità».

I robot ci ruberanno il lavoro?

«La robotica ha fatto incredibili progressi: in passato i robot erano capaci di svolgere compiti ripetitivi e noiosi aiutandoci in attività pericolose. Oggi gli androidi possiedono diversi sensi e hanno anche per questo abilità motorie notevolmente superiori. Ho avuto la fortuna recentemente di conoscere I-Cub, un umanoide con i tratti di un bambino in grado di vedere e riconoscere oggetti, di parlare, di camminare e con incredibili abilità sensoriali, la cui progettazione è iniziata proprio dalle mani. L’ho visto inoltre avere una conversazione di business tale da mostrare molte delle potenzialità delle applicazioni dell’Intelligenza Artificiale in questo settore, soprattutto in termini di controllo di processo e di supporto al processo decisionale. Le opportunità sono enormi in molti business e il rischio che gli esseri umani vengano allontanati progressivamente dal processo produttivo è reale. Per fortunale attività ad alto contenuto creativo e artistico, almeno per il momento, probabilmente rimarranno appannaggio dei soli esseri umani».

Che rapporto ha con il digitale?

«Mi incuriosisce, anzi mi affascina. Sia per la sua potenza come agente trasformativo, sia per la sua capacità di penetrazione in tutti i settori. Ma anche per la sua rapidità nell’evolversi che lo rende inafferrabile».

Con quale personaggio del passato le sarebbe piaciuto lavorare?

«Leonardo da Vinci. Una fonte inesauribile di ispirazione non solo nelle arti ma anche nella scienza, probabilmente la figura più simbolica del Rinascimento, un periodo senza pari per energia creativa sprigionata».

Da dove deriva la sua attitudine al cambiamento?

«In realtà il cambiamento inizialmente mi spaventava. Poi ho capito che è necessario per portarci fuori dalla nostra area di comfort, per stimolarci in modo diverso, a volte anche in maniera brutale, costringendoci a tirare fuori il meglio da noi stessi, a modificarci e quindi ad evolverci. Nel tempo ho imparato a conviverci e ad amarlo e, quindi, anche a provocarlo. E ho scoperto che sa regalare una piacevole sensazione di libertà».

Quali competenze della vita ritiene importanti?

«Apprezzo molto l’umiltà e il rispetto, qualità alla base del sapere ascoltare, del saper collaborare e del volersi migliorare. Penso, inoltre, sia importante avere dei sogni, delle ambizioni e delle passioni perché generano in noi l’energia necessaria ad affrontare le sfide che troviamo nel nostro percorso professionale e di vita».

C’è una particolare esperienza extra-lavorativa che le è tornata utile nel suo lavoro?

«Quando ancora ero studente, da appassionato del gioco del calcio ero diventato anche un appassionato di Subbuteo, partecipando anche con buoni risultati a competizioni nazionali e internazionali. Entrato prima in un Club e poi successivamente in Federazione come vice presidente, ho scoperto il piacere di organizzare, collaborare, innovare, competere, far succedere le cose, anche provando un forte senso di appartenenza e di responsabilità. Senza saperlo, quell’esperienza, durata diversi anni, è stata una palestra per la vita in azienda che avrei conosciuto più avanti».

C’è una massima che la guida? E un mentore?

«Ho una profonda convinzione: che nelle situazioni che ci troviamo ad affrontare, personali o professionali, c’è sempre un ambito entro il quale possiamo incidere e abbiamo di conseguenza la responsabilità di farlo per cambiare in meglio le cose. Il che non esclude il farsi aiutare, ma sottolinea la primaria importanza dell’essere sempre proattivi. Non ho un mentore unico, ma mi piace confrontarmi con diverse persone che sono capaci di darmi punti di vista diversi sulle cose».

Sara Gama, Capitano squadra femminile Juventus, con una Barbie a lei ispirata

Cosa sognava di fare da bambino?

«Volevo fare l’ingegnere. Forse perché mi piaceva costruire e perché sin da bambino ho amato i numeri. Ho anche studiato e mi sono laureato in Ingegneria Nucleare lavorando come ingegnere per circa tre anni. Mi è servito per capire che in realtà avevo altri sogni».

Quali erano i suoi giochi da bambino?

«Sicuramente le costruzioni, un grande classico. Mi piacevano moltissimo i giochi da tavolo. Ad esempio, ricordo “Anno 3000”, sul tema dello spazio, il “Gioco dello scudetto” e “Robin Hood”. Passavo poi molte ore a giocare con i soldatini e a ricreare le tipiche battaglie tra indiani e cowboy».

L'autore

La redazione di LINC


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