Giuseppe e Saverio Calia: «Impresa e cultura da Matera al mondo»


L’intervista doppia ai fratelli alla guida di Calia Italia


Giuseppe e Saverio Calia: «Impresa e cultura da Matera al mondo»

Le radici affondano profondamente a Sud, ma gli occhi guardano al mondo. I fratelli Saverio e Giuseppe Calia guidano l’azienda più antica del Distretto del Mobile Imbottito della Basilicata, creata nel 1965 a Matera dal papà Liborio Vincenzo, artigiano che ha imparato il mestiere a bottega. Oggi, con la collaborazione di 1.500 persone e con un magazzino automatizzato tra i più grandi d’Europa, i divani e le poltrone di Calia raggiungono un mercato che dall’Europa corre dritto fino in Giappone passando per Medio Oriente, Cina e Corea, con tanto di incursioni televisive, tra la casa del Grande Fratello e i loft di X Factor. Ad accompagnare l’azienda è lo spirito fiero e resiliente della gente dei Sassi. Gli stessi Sassi che sono diventati Patrimonio Mondiale UNESCO e che hanno reso Matera Capitale Europea della Cultura 2019.

Saverio, Direttore Generale Marketing e Sviluppo, Giuseppe, Direttore Generale Amministrazione e Vendite: due anime che hanno portato l’azienda là dove vostro padre Liborio non avrebbe mai immaginato di arrivare. Qual è il cambiamento in cui più vi riconoscete?

G: «Quando sono entrato in azienda, subito dopo il diploma da ragioniere, nel 1978, distribuivamo i nostri divani solo nel Centro-Sud Italia. La prima importante svolta che ho apportato è stata sul fronte commerciale: siamo passati da una distribuzione locale a una europea arrivando infine a un export che copre 90 Paesi. Il secondo cambiamento ha riguardato l’organizzazione amministrativa e gestionale con l’istallazione del sistema SAP e l’informatizzazione dell’intero processo produttivo. Infine, nel 2005, abbiamo investito nel magazzino automatizzato di prodotto finito, vero fiore all’occhiello dell’azienda, capace di organizzare e gestire una logistica di oltre 10 mila posti».

S: «Da architetto, responsabile della progettazione e del design, i cambiamenti hanno fatto sempre parte di me e sono stati fondamentali soprattutto durante la crisi economica. Mentre il mercato creava solo prodotti grigi, io ho puntato sul colore. Ho immaginato un prodotto completamente nuovo, modulare e componibile, in tutte le gradazioni cromatiche. Una collezione chiamata “Lo spazio diventa tuo” con cui ho dato la possibilità alle persone di essere protagoniste, creando da sole il proprio soggiorno. Un progetto che, come altri, ha richiamato molto lo spirito del luogo da cui provengo».

Quanta influenza ha avuto Matera nella storia di Calia e quanto c’è di Calia nella Capitale Europea della Cultura 2019?

G: «Abbiamo supportato il percorso che ha portato la città ad aggiudicarsi il titolo di Capitale Europea della Cultura 2019 fin dai primi momenti. Ne abbiamo sostenuto la candidatura nel 2014, le abbiamo dedicato ampi spazi all’interno degli stand fieristici in tutto il mondo, abbiamo finanche creato un enorme divano itinerante con la forma del logo “Matera 2019” e saremo Official Comfort Supplier durante la manifestazione. Questo, perché la cultura ha sempre fatto parte del nostro mondo: già dal 1990 abbiamo creato la sezione Calia Cultura con l’obiettivo di favorire, oltre allo sviluppo economico della nostra regione, anche la sua crescita sociale e culturale».

S: «Tutta la mia vita è intrisa di cultura materana. Una cultura fatta di solidarietà e di resilienza, valori senza i quali gli abitanti dei Sassi non ce l’avrebbero fatta. E invece oggi hanno avuto il loro riscatto. Fino a poco tempo fa parlare di Matera era quasi una vergogna, oggi è considerato un luogo unico al mondo. E questo è un plus anche come imprenditori perché finalmente siamo identificati come coloro che fanno impresa là dove si respira la cultura».

Vedremo anche LINC su uno dei sofà di Matera 2019?

S: «Certo, con piacere! Vogliamo essere simbolo del cambiamento, delle seconde possibilità».

Pouf U’Strozz nei vicoli di Matera

E come si creano le “seconde possibilità”?

S: «La storia ci ha insegnato che è necessario essere aperti a tutto ciò che è diverso e che bisogna sempre arrivare prima, ricordandosi però che i vantaggi competitivi durano un attimo. Dobbiamo essere disruptive, come Picasso con il cubismo. E non dobbiamo avere paura di trasmettere le conoscenze acquisite: il maestro più bravo è colui che si fa superare dagli allievi. Solo così garantiremo anche a chi ci seguirà di superare le prossime crisi. Noi stessi stiamo lavorando molto in vista del prossimo passaggio generazionale: abbiamo sei figlie vogliamo costruire solide basi non solo tecniche, ma anche valoriali per far sì che l’azienda possa proseguire al meglio. Io e mio fratello abbiamo sempre lavorato come anime perfettamente complementari e abbiamo fatto della fiducia il pilastro del nostro modo di essere e di agire».

G: «Le possibilità nascono se non si resta chiusi. Per questo l’export è un’opportunità sfidante in cui continueremo a investire. Siamo appena approdati in Cina, abbiamo sottoscritto una partnership commerciale che prevede l’apertura di 40 flagship store Calia Italia entro il 2022 destinati a un consumatore di profilo medio-alto, amante dell’eccellenza e del made in Italy. A questi si affiancheranno altri 400 punti vendita con un accordo di licenza per i marchi Calia Home e Calia Sofart, per un pubblico più ampio che potrà apprezzare prodotti ideati dai designer del Centro Studi di Calia Italia e realizzati direttamente in Cina dal nostro partner De Rucci. Ma per essere sempre pronti al futuro, crediamo sia importante anche investire in innovazione e tecnologia. Noi l’abbiamo fatto, oltre che con il magazzino automatizzato, anche implementando il sistema Lektra, un software di prototipia virtuale, e il configuratore di prodotto 3D, strumento tecnologico di vendita all’avanguardia».

Ma il cambiamento è una leva importante anche per le singole persone?

G: «Assolutamente sì, la Quarta Rivoluzione ha migliorato gli scambi di informazione, velocizzato molti aspetti del nostro lavoro e favorito momenti di confronto con altre realtà, ma, per cavalcare il cambiamento, dobbiamo sempre valorizzare le persone. Il nostro prodotto nasce da un lavoro artigianale, la tecnologia ci aiuta ma non potrà mai sostituire l’uomo. E anche nella vita privata, le mie passioni sono a cavallo tra il mondo digitale e quello reale: da un lato, mi piace sperimentare, tra app e social network, tanto che i miei figli mi prendono in giro perché sono sempre aggiornatissimo sulle ultime novità, dall’altro, amo la vela, uno sport molto concreto che mi ha insegnato che si può raggiungere la meta solo con la squadra migliore».

S: «La nostra mission è “Far star bene la gente”, basta questo per far capire quanto la componente umana sia importante per noi. Il primo a insegnarcelo è stato proprio mio padre che ha capito sulla sua pelle come questo mestiere andasse fatto con le mani e con la mente. Oggi, per quanto Calia sia pronta a fronteggiare tutte le sfide del 4.0, è un’azienda che crede anzitutto nel valore delle persone. Dobbiamo generare lavoro perché il lavoro è ciò che garantisce dignità all’uomo. Il denaro è solo uno strumento».

Si ispira a Olivetti?

S: «Sì, mi riconosco molto in questi valori. Ma non nego che mi sarebbe piaciuto stringere la mano anche ad Einstein».

Come mai?

S: «Perché credo si parta sempre dal caos per arrivare alla definizione delle cose».

E lei Giuseppe?

G: «Il mio mito è Fausto Coppi. Mi sarebbe piaciuto lavorare con lui, l’ho sempre ammirato per la determinazione, per la forza, per il suo essere un esploratore. Anche se il mio unico mentore resta mio padre. Mi diceva di avere coraggio e non avere paura, mai».

Poltroncina Giuggiola tra i Sassi di Matera

Può essere così anche per i giovani d’oggi?

G: «I giovani non sono certo aiutati dall’attuale contesto politico ed economico, ma hanno la fortuna di vivere in un periodo dinamico e stimolante a livello tecnologico che offre loro la possibilità di informarsi, comunicare e costruire da sé il proprio futuro. E questo è fonte di coraggio».

S: «Ai giovani dico una cosa fondamentale: prima di parlare bisogna pensare ed essere altamente competenti. E ricordate: non esistono punti di arrivo, bisogna sempre mettersi in gioco».

Guardandovi indietro cosa vedete?

G: «Un musicista. Da ragazzo ho persino fondato una band, passione che continuo a portare avanti con gli amici, durante le feste, suonando chitarra e pianoforte».

S: «Vedo un bambino chiamato a superare i propri limiti fin dai tempi dell’asilo. E poi un uomo che ha lavorato e creato tanto ma che non ha mai voluto tenere traccia di queste creazioni. Il mio archivio è vuoto e sa perché? Ho sempre creduto che fosse possibile fare meglio. Per questo non conservo nulla di ciò che faccio e ogni giorno è una nuova sfida anzitutto con me stesso».

L'autore

La redazione di LINC