Laura Donnini: «Raccontare le donne che cambiano»


Ha per mito Cleopatra e lotta per la parità di genere. Le parole dell’Ad & Publisher della HarperCollins Italia


Laura Donnini: «Raccontare le donne che cambiano»

È la casa editrice dei famosissimi Harmony, i romanzi rosa che ancora oggi vendono milioni di copie. Ma il futuro è fatto di molte altre pagine, tutte, o quasi, caratterizzate da un forte Dna femminile. Con alle spalle il colosso multinazionale HarperCollins Publishers del gruppo News Corp, la HarperCollins Italia, nata nel 2015 a seguito dell’acquisizione di Harlequin Mondadori S.p.A, è guidata da una donna che ha per mito una potente regina: Cleopatra. Lei è Laura Donnini e dal 2001 è ai vertici del mondo dell’editoria, prima come Direttore Generale di Harlequin Mondadori, poi come Ad di Piemme e come Direttore Generale di Mondadori Libri, esperienza segnata dalle fortunatissime “50 Sfumature di grigio”, infine come Ad di Rcs Libri. Oggi, la sfida da AD & Publisher alla HarperCollins Italia. Segno che il cerchio, forse, si chiude. O che, semplicemente, il pánta rheî eraclitiano riserva sempre nuove avventure.

Dopo sedici anni nell’editoria, decide di lasciare Rcs Libri con la ferma intenzione di migrare verso un settore diverso, ma alla fine rimane tra i libri per mettersi alla testa di quella che ama definire una startup. Cosa l’ha fatta cambiare idea?

«C’è una massima in cui mi riconosco moltissimo ed è quella che Steve Jobs pronunciò nel celebre discorso all’Università di Stanford: “Stay hungry, stay foolish”. Un principio che mi ha guidata anche questa volta. Ho sempre desiderato lasciare il segno con il mio lavoro e con HarperCollins Italia ho capito che avrei potuto farlo. Qui, sto costruendo una realtà capace di mantenere le sue radici più tradizionali, identificate con gli Harmony, e al tempo stesso di evolvere, concorrendo a pieno titolo con le grandi case editrici italiane, da Mondadori a Rizzoli, da Longanesi a Bompiani».

In che modo sta apportando questi cambiamenti?

«Anzitutto ho pensato ai nostri lettori: sono per lo più donne ed è a loro che vogliamo parlare, affrontando temi di grande attualità come la diversity, la consapevolezza di sé, il benessere. Per questo, scegliamo autori e autrici che sappiano ispirare, che possano essere d’esempio. E grazie a questa nostra filosofia, siamo stati scelti anche da grandi nomi della letteratura internazionale, come Wilbur Smith. Ma un cambiamento così profondo sarebbe stato impossibile da realizzare senza la mia squadra, anch’essa composta principalmente da donne».

C’è una donna in particolare, nella storia, a cui si ispira o con cui le sarebbe piaciuto collaborare?

«Certo, è un’eroina di altri tempi: Cleopatra. Una donna astuta, intelligente, seducente e molto più moderna di ciò che potremmo immaginare: una figura che sto riscoprendo proprio in questi mesi grazie ad Alberto Angela che le dedicherà un libro. Non so se le nostre personalità siano simili, ma mi affascina molto. Quanto a me, sono una persona determinata e al tempo stesso istintiva. Rifletto, ma poi mi lascio guidare dall’intuito e spero che questo arrivi anche ai nostri lettori e alle nostre lettrici».

Non cela il suo essere sempre dalla parte delle donne neanche su Instagram, dove si presenta come una “women activist”.

«Sì, perché uno dei cambiamenti più importanti che stiamo vivendo è legato al fattore di genere e voglio dare il mio contributo. Per questo, sono molto impegnata con Valore D, l’associazione che promuove la diversità, il talento e la leadership femminile per la crescita delle aziende. Mi impegno per restituire ciò che di buono ho ricevuto: mi ritengo una donna molto fortunata, ho sempre lavorato in multinazionali in cui la diversity era un pilastro della vita aziendale, ma un’esperienza in un’azienda padronale italiana mi ha fatto capire che questa non è la normalità e che purtroppo, non basta solo il merito. Non a caso, abbiamo avuto bisogno di una legge per favorire la presenza femminile nei Cda delle aziende e c’è ancora molto da fare, soprattutto per le generazioni che verranno».

Crede che in futuro potranno aprirsi più opportunità per i giovani e per le giovani?

«Credo si tratti di una questione culturale. I giovani devono essere consapevoli di cosa possono fare ed essere determinati per raggiungere gli obiettivi che si sono posti. Le ragazze, in particolare, devono poter accedere con molta più naturalezza di un tempo alle facoltà Steam (Science, Tech, Engineering, Arts & Math) ma devono anche saper abbandonare i sensi di colpa che inevitabilmente si presenteranno. Non a caso, lo scorso anno abbiamo pubblicato un saggio che si intitola “Il diritto di contare” che narra la storia della matematica e fisica Katherine Johnson e delle sue colleghe Dorothy Vaughan e Mary Jackson, tre afroamericane che hanno reso possibile il lancio della capsula della NASA con a bordo John Glenn, il primo astronauta a compiere un’orbita completa della terra nel 1962. Questo perché vogliamo spingere le donne a farsi avanti, anche se è dura. Parlo per esperienza personale: sono sposata da 25 anni, sempre con lo stesso marito, e ho due figli di 19 e 22 anni. E ventidue sono anche gli anni in cui ho avuto una tata. Abbiamo fatto grandi sacrifici, ma la soddisfazione è stata immensa. Anche se, c’è un però».

Quale?

«Si può sopportare tutto questo solo se si è davvero appassionate del proprio lavoro. Non ha senso inseguire la carriera in quanto tale, il prezzo da pagare diventerebbe troppo alto. Se invece si ama ciò che si fa, tutto è diverso. E la fase di cambiamento che stiamo vivendo può essere di straordinario aiuto».

La narrativa sta cogliendo questo cambiamento?

«La narrativa ha sempre saputo interpretare la realtà e negli ultimi tempi è come se, anche in questo campo, si respiri una consapevolezza nuova. Fino a qualche tempo fa, lo scrittore per eccellenza era uomo. Le donne, seppure brave, per evitare di essere ghettizzate nella narrativa femminile, ricorrevano a degli pseudonimi, oggi non è più così. Questo anche grazie all’esempio dato da grandi scrittrici come Margaret Mazzantini, Maria Venturi, Isabel Allende».

E il libro della sua vita qual è?

«Non ne ho solo uno, ma molti. Da “Piccole donne”, letto e riletto fin da quando ero bambina, a “Il nome della rosa”, passando per “L’alchimista” di Coelho e per “Il profumo” di Süskind. Tutti libri che, ancora una volta, tratteggiano la mia personalità, sempre a cavallo tra realismo e istintività».

Parallelamente alla sfida al gender gap, l’editoria è chiamata a fronteggiare un altro cambiamento dirompente: il digitale. Lei come si sta rapportando con questo tema?

«Nell’editoria il digitale è un agente abilitante, un elemento che ci consente di uscire dall’oscurità, problema molto sentito nel mio settore. Con la disintermediazione riusciamo a interagire con il lettore, a valorizzare la presenza di un autore, a svelarne i lati inediti. Possiamo stabilire una conversazione a due vie. E il dialogo è fondamentale nella nuova filosofia di HarperCollins Italia».

Anche lei è molto presente sui social. Per diletto o per lavoro?

«I social network sono strumenti di personal branding che apprezzo molto: mi racconto scegliendo i temi a me più cari, ovvero le donne e i libri. A volte vorrei scrivere qualcosa di più forte, ad esempio sulla politica, ma poi evito di farlo, non voglio che i social network diventino il megafono dei miei sentimenti privati».

Le piace, però, condividere anche un’altra delle sue grandi passioni: i viaggi.

«È vero: tutta la mia vita è stata legata a doppio filo al viaggio. Pensi che avrei voluto diventare interprete proprio per viaggiare. Poi, mi sono ritrovata, per una serie di casualità, a studiare economia. Mi sono riscoperta una grande appassionata di marketing e comunicazione e così ho iniziato a declinare il viaggio in maniera diversa: per lavoro, ma anche come esperienza personale e familiare. Con mio marito sono appena tornata dalla Groenlandia e stiamo già programmando il prossimo viaggio che sarà o alle Isole Svalbard, nel cuore dell’Artico a soli mille chilometri dal Polo Nord, o nel Ladakh, tra le maestose catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya».

Come mai sceglie mete così avventurose e affascinanti, ma poco battute?

«Il viaggio, per me, è sinonimo di scoperta. Significa superare i propri limiti, uscire dalla zona di comfort. Per questo, prediligo i Paesi vergini, in cui c’è sempre un’esperienza attiva da fare. In un certo senso, da questo tipo di viaggi traggo ispirazione anche per il mio lavoro perché sono sempre caratterizzati da una incredibile curiosità, dalla voglia di ascoltare, di mettersi in discussione e di imparare da culture diverse. Attitudini che ritengo imprescindibili nella vita come nel lavoro e che sono alla base delle cosiddette “soft skills”».

Il cambiamento per lei è? 

«Inevitabile. Sottovalutarlo significa rimanere obsoleti rispetto al resto del mondo. Opporsi è impossibile. Lo disse Eraclito per primo: “pánta rheî”, tutto scorre. Guai a rimanere fermi»

L'autore

La redazione di LINC