Pasquale Frega: «Il cielo come unico limite»


Solida esperienza internazionale e appassionato di esplorazioni guida Novartis Italia ‘oltre l’orizzonte’


Pasquale Frega: «Il cielo come unico limite»

Nato dalla fusione di Ciba-Geigy e Sandoz, con alle spalle una storia lunga 200 anni, il colosso della farmaceutica Novartis ha tra i suoi pilastri l’innovazione. Contribuire al progresso umano nel campo delle scienze e della salute vuol dire, infatti, avere prima di tutto una visione che non si fermi all’oggi. E Pasquale Frega, Country President Novartis Italia e AD Novartis Farma, manager italiano con una solida esperienza internazionale, appassionato di esplorazioni, sa bene cosa voglia dire “guardare oltre la linea dell’orizzonte”. Per questo, per Novartis Italia ha molti progetti e tutti partono da un principio comune: la leva del cambiamento è la cultura. Cultura da declinarsi anche in chiave digital. È la digital health, infatti, una delle aree su cui il gruppo sta scommettendo, in ogni fase e a ogni livello, con risultati che fino a ieri erano impensabili.

Che tipo di cambiamento sta apportando in Novartis Italia?

«Novartis Italia è uno dei maggiori gruppi farmaceutici attivi nel nostro Paese e da oltre vent’anni è leader nell’innovazione al servizio della salute. Forniamo soluzioni terapeutiche che sono in grado di far fronte alle esigenze, in continua evoluzione, dei pazienti e della società. Siamo attori di un’industria che fa innovazione non solo nel modo di gestire il proprio business, ma anche nella ricerca. Per farlo, prendiamo decisioni di avanguardia e rischiamo. In questo contesto, altamente stimolante, stiamo lavorando per far evolvere la cultura aziendale verso una maggiore imprenditorialità. Uno degli obiettivi che ci siamo posti, infatti, è raccordare maggiormente la sede centrale di Novartis con le sue filiali affinché tutti possano sentirsi parte di un’unica squadra. Il cambiamento parte sempre dalla cultura».

Lei crede che il cambiamento possa essere una leva importante anche per i singoli dipendenti?

«Abbiamo 126 mila collaboratori in tutto il mondo, 2.500 in Italia. La capacità di attrarre, coltivare e mantenere i talenti è vitale per il perseguimento della nostra strategia. Per questo, stiamo cambiando i processi decisionali per coinvolgere molto di più le nostre persone. Con numeri così elevati, i processi e le gerarchie sono importanti, ma non devono essere totalizzanti. Vogliamo stimolare la creatività, favorire lo sviluppo delle competenze, creare una workforce eterogenea e articolata. I nostri collaboratori non sono dei meri esecutori, devono far parte del cambiamento, essere messi al centro. Solo così, la rivoluzione in atto non farà paura».

Nell’annosa diatriba tra apocalittici e integrati rispetto al tema della robotica sul lavoro, lei da che parte si pone?

«Non ho assolutamente paura che i robot possano rubarci il lavoro. Sono convinto, anzi, che le macchine continueranno a fare lavori ripetitivi e molto faticosi, lavori a bassa qualificazione. Chi riuscirà a crescere e a introiettare dentro di sé il cambiamento non dovrà temere alcunché perché non potrà mai essere sostituito da un robot. Anche per questo, in Novartis Italia operiamo per far sì che la cultura dell’innovazione cresca in maniera sempre più decisa, convinti che le potenzialità ancora da esplorare siano tantissime».

Tra le assi portanti di questa Quarta Rivoluzione Industriale ci sono i Big Data. In che modo stanno impattando nel campo farmaceutico?

«Sono importantissimi, possono aiutarci a prendere le decisioni migliori e possono consentire al sistema sanitario di efficientare le sue risorse. Con un track record del paziente, infatti, si può ottimizzare il processo di diagnosi e cura e al tempo stesso si possono generare notevoli risparmi per il sistema. Per questo, Novartis è in prima linea sul nuovo fronte dei Big Data e sta lavorando a più livelli per far sì che proprio grazie alle nuove tecnologie si riesca a fare un decisivo passo avanti nel miglioramento e nel prolungamento della vita delle persone».

E a livello personale, lei che rapporto ha con il digitale?

«Sta diventando parte della mia vita in maniera via via crescente, anche se tendo ad approcciarmi ai social network con moderazione. Pensi che sono stato tra i primi a sbarcare su Facebook con un mio profilo personale, salvo poi averlo dovuto chiudere per non essere troppo esposto, visto il ruolo che rivesto».

Da dove deriva la sua attitudine al cambiamento?

«Sono nato curioso, da piccolo volevo addirittura fare l’esploratore. Il lavoro, poi, ha fatto il resto, portandomi per 20 anni all’estero, tra Francia, Gran Bretagna e Svezia. Tutte esperienze che hanno plasmato ancora di più la mia personalità, facendomi capire cosa significa  adattarsi, conoscere nuove culture, comprendere modi di pensare diversi. Attitudini che sono fondamentali quando si ha a che fare con il cambiamento, di qualsiasi tipo esso sia. Pensi che sono talmente appassionato del mondo che vorrei entrare nel Travelers’ Century Club, club in cui è ammesso solo chi ha visitato almeno cento Stati. Io per ora conto sessantaquattro timbri sul passaporto».

Non le manca molto per raggiungere il traguardo delle cento nazioni.

«Ho superato la metà ed è già un’ottima prospettiva. Per altro, il mio motto è “Only the sky is the limit”. Ovvero: non poniamoci dei limiti, miglioriamoci sempre, confrontiamoci con la diversità, impariamo a essere ambiziosi, aspirazionali. Spesso la società ci inserisce in scatole preconfezionate, dando per scontato che tutto debba restare così per sempre. Ecco, di quelle scatole dobbiamo liberarcene e inseguire ciò che ci rappresenta davvero».

È un consiglio che darebbe anche ai giovani?

«Senza dubbio. Credo che per loro ci siano molte più opportunità rispetto al passato. Abbiamo informazioni su tutto, possiamo volare da una parte all’altra del mondo, studiare, fare esperienze, formarci, mentre fino a qualche anno fa ognuno era confinato nel proprio Paese, in alcuni casi addirittura nella propria città. Oggi, invece, se si hanno competenze e passione, tutto diventa possibile. E le aziende, le assicuro, fanno a gara per accaparrarsi i migliori millennial. Ad attrarre non è solo la loro capacità tecnica o i titoli di studio acquisiti, ma la mentalità propria di questa generazione, derivata dalle esperienze così innovative che la vita ha offerto loro».

E lei, ha avuto un’esperienza extra-professionale che l’ha fatta crescere e che le è tornata utile anche sul lavoro?

«Ogni viaggio insegna qualcosa, ma l’esperienza extra-professionale che in assoluto mi ha fatto crescere di più è stata quella legata all’impegno politico. Da ragazzo, sia alle superiori che all’università, ero impegnato in diverse attività politiche e questo mi ha insegnato ad avere una visione di lungo periodo, a dotarmi di un pensiero che non si fermasse all’oggi. Soprattutto ho compreso che la politica, se fatta seriamente, ci insegna a non limitarsi alle esigenze del singolo individuo, ma ad agire per il bene di tutta la collettività. Anche per questo, sono cresciuto sognando di poter lavorare con il presidente USA, John Fitzgerald Kennedy».

Come mai?

«Perché è stato un politico, ma soprattutto una persona, che nel mondo moderno ha saputo avere una visione diversa da tutti gli altri, affrontando un’altra storica fase di cambiamento»

L'autore

La redazione di LINC