Andrea Pontremoli: «Fare impresa con ritmo e velocità»


Voleva fare il pilota e oggi guida un’azienda leader nella progettazione e produzione di auto da corsa come Dallara


Andrea Pontremoli: «Fare impresa con ritmo e velocità»

Dicono che le radici siano ciò che ci permette di crescere e al tempo stesso di non dimenticare chi siamo e da dove veniamo. Nulla di più vero per Andrea Pontremoli che da piccolo voleva fare il pilota e da grande guida una delle aziende più note nella progettazione e produzione di auto da corsa: la Dallara srl. L’azienda è stata fondata nel 1972 da Giampaolo Dallara, ingegnere che, dopo aver lavorato in Ferrari, Maserati, Lamborghini e De Tomaso, decide di coltivare in proprio il sogno di lavorare nel mondo delle auto da competizione. E ci riesce, tanto che oggi le vetture Dallara corrono sui circuiti di tutto il mondo, sfidandosi nei campionati IndyCar, Indy Lights, GP2, GP3, Formula 3.5 V8, per citarne solo alcuni. Il tutto, coniugando etica e capitalismo. Se Pontremoli ha scelto Dallara, infatti, è perché ha sempre creduto nel principio del “Learn – Earn – Serve”, “Imparare – Guadagnare – Restituire”. Una massima che oggi più che mai sente sua, anche quando è dietro a una consolle. Perché l’imprenditore, amante dei motori è, prima di tutto, un Dj.

Musica, auto, elettronica, imprenditoria. Chi è Andrea Pontremoli?

«Sono il figlio di un mugnaio di Bardi, paesino della provincia di Parma. Uno per cui la scuola non è mai stata un diritto, piuttosto un’opportunità da guadagnarsi. Sono un uomo che coltiva tante passioni, che ha girato il mondo per 27 anni ma che, a un certo punto, ha avvertito il desiderio di fare qualcosa in più per il suo territorio. Così, da manager sono diventato imprenditore, senza mai dimenticare il mio primo amore: la consolle da dj».

Suona ancora?

«Certo. Ho suonato per 43 capodanni consecutivi e lo farò anche quest’anno, per la 44esima volta. Fare il dj mi ha insegnato molto anche a livello professionale, sa? Quando sei dietro a una consolle devi imparare a gestire lo stress: sei sottoposto a un esame ogni minuto e mezzo, ovvero ogni volta che cambi una canzone. Devi capire le persone che hai davanti e comunicare con loro. Se sbagli, le perdi. Questo mi ha aiutato moltissimo anche quando mi sono ritrovato a dover parlare in pubblico. E poi, la mia carriera, in un certo senso, è iniziata proprio grazie alla musica».

Ci racconti.

«Suonavo in discoteca fin da ragazzo, ma non avendo i soldi per acquistare casse e amplificatori, ero costretto a costruirmeli da solo. Così, ho iniziato a destreggiarmi con piccole applicazioni elettroniche tanto da appassionarmi e da scegliere di studiare da tecnico elettronico. Decisione che mi ha aperto le porte di IBM. Sono arrivato lì nel 1980 come semplice manutentore e ci sono rimasto, crescendo, per 27 anni, fino a che nel 2004 sono diventato presidente e amministratore delegato per l’Italia».

Nel 2007, però, ha scelto di lasciare il colosso dell’IT per abbracciare il mondo Dallara. Cosa l’ha spinta a farlo?

«A molti sarò sembrato avventato, ad altri folle. Ma avevo un desiderio: tornare nella valle in cui ero cresciuto, restituendo ciò che di buono ho avuto. Giampaolo Dallara, a cui sono sempre stato legato da sincera amicizia e con cui condivido gli stessi valori, mi ha permesso di farlo. Inoltre, nella scelta, ha inciso il mio amore per i motori. Pensi che da piccolo sognavo di fare il pilota, ho sempre corso in moto e appena ne ho avuto la possibilità ho acquistato macchine sportive. La velocità è sempre stata il fil rouge della mia vita. E lo è ancora di più oggi, visto il cambiamento epocale che stiamo attraversando. Una fase in cui non c’è spazio per l’attesa. Anche questo è un approccio che eredito da IBM, un’azienda che ha sempre fatto del cambiamento la sua bandiera».

E Dallara come sta affrontando questa rivoluzione?

«La nostra strategia si compone di tre elementi: stiamo passando da un’organizzazione verticale a una orizzontale, più orientata al network; stiamo investendo in maniera sempre più forte sul digitale e stiamo accompagnando le nostre persone alla scoperta del cambiamento affinché nessuno resti escluso. Oggi la principale difficoltà sta nel fatto che sul mercato fatichiamo a trovare le competenze di cui abbiamo bisogno. Domanda e offerta di lavoro non si incontrano».

Del resto, secondo il McKinsey Global Institute, quasi la metà dei lavori svolti attualmente da persone fisiche, nel mondo, tra qualche anno sarà automatizzato.

«Sì, ma attenzione, la tecnologia sarà lo strumento, non il fine. È quell’agente abilitante che ci consente di fare cose che prima erano impensabili, sia a livello progettuale sia produttivo. E tutto ciò rende la fantasia il nostro unico limite. Dunque, l’uomo sarà ancora più importante, a patto, però, che sia formato. Per questo, con Dallara, ci stiamo impegnando per sostenere la formazione a tutti i livelli, dalle scuole medie fino agli anni post-universitari. Portiamo gli studenti delle scuole in azienda per far sperimentare loro le leggi di fisica, meccanica e aerodinamica direttamente sui motori delle auto da corsa. E questo nella speranza che, appassionandosi, possano scegliere di frequentare gli istituti tecnici che li prepareranno al mestiere. Abbiamo inoltre costituito sei lauree specialistiche magistrali con l’associazione MUNER – Motorvehicle University of Emilia-Romagna – che riunisce le undici grandi case motoristiche dell’Emilia Romagna: oltre noi, Lamborghini, Ducati, Ferrari, Haas F1 Team, HPE Coxa, Magneti Marelli, Maserati e Toro Rosso. Con l’Experis Academy di Manpower, inoltre, abbiamo creato dei master post-lauream dedicati specificatamente alle competenze del futuro nel campo del motorsport. Infine, abbiamo istituito con l’Università di Bologna un Executive Master in Technology and Innovation Management e un MBA in Motorsport, Motorbike e Supercar. Perché tutti devono tornare a studiare, anche chi riveste posizioni dirigenziali».

Vale anche per lei?

«Certo. Vale per tutti, soprattutto per l’imprenditore che, a mio avviso, ha una responsabilità maggiore rispetto a chiunque altro. A differenza del manager che deve solo perseguire degli obiettivi, l’imprenditore è un custode, prende un’azienda in consegna e deve restituirla più grande di come l’ha trovata. Non ne è l’assoluto proprietario, o forse lo è solo in maniera formale. Adriano Olivetti è stato un precursore di questo modo di pensare: l’impresa deve essere aperta al territorio, non chiusa su se stessa, e nella globalizzazione questo è ancora più vero».

Sono questi i valori che condivide con Giampaolo Dallara?

«Sì, entrambi siamo convinti che nessuna impresa possa pensare di essere competitiva se non rende competitivo il territorio intorno a sé. Per noi la Dallara srl è come un figlio e un genitore non lucrerebbe mai sul futuro di suo figlio. Anzi, si adopera per creare il contesto migliore in modo che, anche alla scomparsa del padre, egli possa continuare a crescere sano e forte».

Da dove deriva questa impostazione?

«Sicuramente dalla terra in cui siamo cresciuti sia io sia Giampaolo. E poi, dalle persone che ho incontrato nel corso della vita. In particolare una: Ennio Presutti, ex presidente di IBM. Lo considero il mio mentore. Lui diceva sempre che nella vita attraversiamo tre fasi: “Learn – Earn – Serve”, ovvero c’è il momento per imparare, quello per guadagnare e, infine, quello per servire. Ecco, io sono nella terza fase, pronto a restituire ciò che ho ricevuto».

L'autore

Silvia Pagliuca

Silvia Pagliuca Giornalista professionista e Comunicatore pubblico, è laureata in scienze e tecnologie della comunicazione, con Master in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale e Master in giornalismo presso il campus IULM - Mediaset. Scrive di lavoro, startup, innovazione e imprenditoria per Corriere della Sera, Corriere Imprese e Corriere del Trentino. Collabora come copywriter e consulente in comunicazione per diverse realtà pubbliche e private.