Reddito di cittadinanza, Cottarelli: «Non riduce la disoccupazione. Bene l’intervento delle Agenzie per il Lavoro»


Per il direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani non creerà più occupazione


Reddito di cittadinanza, Cottarelli: «Non riduce la disoccupazione. Bene l’intervento delle Agenzie per il Lavoro»

«Il reddito di cittadinanza? Dubito fortemente che possa riuscire a ridurre la disoccupazione». Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani ed ex commissario per la Spending Review, salva poche cose della misura che dovrebbe essere varata in questi giorni dal Consiglio dei Ministri. Tra queste, il coinvolgimento delle Agenzie per il Lavoro che potrebbero dare un sostegno importante nel reinserimento professionale dei percettori dell’indennità. Un ruolo rivendicato più volte anche dal presidente di Assolavoro, Alessandro Ramazza: «Il Reddito di Cittadinanza – ha sostenuto Ramazza – avrà senso solo con una riforma dei Centri per l’Impiego e dando un ruolo importante alle Agenzie per il Lavoro, alla loro rete e al prezioso know how tecnologico e di competenze di cui dispongono».

Ma facciamo un passo indietro: cosa porta Cottarelli a mettere in dubbio in toto (o quasi) l’efficacia del provvedimento? «Anzitutto, il reddito di cittadinanza non rafforza i nostri conti pubblici, già gravemente provati dal debito. E non rafforza neanche le fasce più povere della popolazione. Con un debito così alto continuiamo a essere esposti al rischio crisi e a risentirne sono soprattutto i più poveri. Se davvero volessimo fare qualcosa in loro favore, dovremmo essere disposti a tassarci di più». L’ex commissario risponde così anche all’obiezione legata alla presenza (con successo) del reddito minimo garantito in altri Paesi europei. «È vero, ma si tratta di misure strutturate in maniera diversa. Anzitutto nel quantum: da noi, il RdC è più generoso rispetto a quello fissato in Francia, pari a circa 530 euro, o in Germania, circa 400 euro, Paesi che hanno un reddito pro-capite molto più alto del nostro. Non solo – riflette Cottarelli – la cifra dei 780 euro complessivamente definita per l’Italia è uguale tanto al Nord quanto al Sud, ma la soglia di povertà assoluta, come evidenziato dall’Istat, è molto diversa». L’Istituto Nazionale di Statistica, infatti, identifica la soglia di povertà assoluta in una piccola città del Sud pari a 560 euro, in una città medio – grande del Nord, invece, arriva a 820 euro. Una differenza di quasi un terzo che sarà rilevante anche sui conti.

E a proposito del budget, qualcosa manca all’appello. Il Governo, infatti, stima un costo a regime di 8,5 miliardi di euro, anche se quest’anno si spenderà meno (circa 6,11 miliardi) visto che la misura partirà da aprile. Se dovessero esserci problemi di compatibilità finanziaria, scatterà la clausola di salvaguardia che porterà a una decurtazione dell’assegno anche per chi già ha iniziato a percepirlo. «Una cosa molto strana che rende tutto il provvedimento poco credibile, senza dimenticare che all’inizio si era parlato di cifre molto diverse, pari circa a 15  miliardi di euro» – fa notare Cottarelli, ribadendo: «Se si è convinti di voler adottare una misura per ridurre la povertà, allora bisogna essere altrettanto disposti a pagare più tasse per garantire tale incentivo in ogni situazione».

Ma forse il RdC per come è stato definito va inteso più come uno strumento di contrasto alla disoccupazione che alla povertà? «Non direi proprio. L’RdC non creerà più posti di lavoro, anche perché fino a che non metteremo mano al debito pubblico saremo sempre esposti alle crisi e quindi alla distruzione dei posti di lavoro. Per altro, dubito che i centri per l’impiego potranno fare i miracoli». Già oggi, del resto, riescono a intermediare appena il 2% complessivo dei contratti di lavoro, soprattutto al Nord Italia. «Per ciò – chiarisce Cottarelli – ben venga la man forte delle Agenzie private». Non solo, ad azzoppare l’efficacia del provvedimento rispetto alla riduzione della disoccupazione ci pensa anche il tema del chilometraggio. «È assurdo – affonda il direttore – che in un Paese come l’Italia, lungo 1.300 km e con un tasso così alto di disoccupazione, si possa decidere di rifiutare un lavoro solo perché è a 250 km di distanza». Per altro, sempre guardando al resto d’Europa, in ben 22 Paesi è concesso di rifiutare al massimo un’offerta di lavoro ritenuta appropriata. Cosa che da noi, appunto, non accade.

Infine, non vanno dimenticate le difficoltà che inevitabilmente si creeranno nella gestione pratica del sussidio a cui sarà chiamata a collaborare una pluralità di enti: Anpal, Poste Italiane, Ministero del Lavoro, Inps e Centri per l’Impiego con circa 250 milioni di euro finalizzati all’assunzione dei cosiddetti “Mississipi navigator”, ovvero di tutor che prenderanno in carica il beneficiario del sussidio accompagnandolo nella ricerca del lavoro, nella formazione e nel reinserimento professionale. «Insomma – conclude Cottarelli – l’ennesimo carrozzone burocratico di cui l’Italia proprio non avrebbe avuto bisogno».

L'autore

Silvia Pagliuca

Silvia Pagliuca Giornalista professionista e Comunicatore pubblico, è laureata in scienze e tecnologie della comunicazione, con Master in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale e Master in giornalismo presso il campus IULM - Mediaset. Scrive di lavoro, startup, innovazione e imprenditoria per Corriere della Sera, Corriere Imprese e Corriere del Trentino. Collabora come copywriter e consulente in comunicazione per diverse realtà pubbliche e private.


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