Come cambia il cambiamento?


Pensare a un cambiamento significa immaginare un successo, una conquista, una rivoluzione, un incremento


Come cambia il cambiamento?

Per parlare della mente parlerò del cambiamento. Non c’è infatti altro modo per affrontare il cambiamento che occuparsi della mente. Qualcosa di paradossale, ma nulla di strano, se è vero che nella moderna consuetudine verbale numerose parole sono utilizzate per esprimere significati diversi o ulteriori rispetto a quello letterale. Succede in particolare con le parole importanti, proprio perché ritenute collettrici di emozioni e gravide di azioni. Accade così che alcuni termini chiave del nostro linguaggio corrente siano semplici etichette, vocaboli passe-partout, compendi di una serie di concetti, che solo in minima parte attengono al significato primario e originale. “Cambiamento” è una di queste. Dici cambiamento e intendi miglioramento. Dici “sono cambiato” e sottintendi “sono in qualche modo migliorato”. Pensi a un cambiamento e ti immagini un successo, una conquista, una rivoluzione, un incremento. Vale tanto per le persone quanto per le aziende, per i singoli come per le società. Cambiare è migliorare, svoltare, progredire, crescere, ottenere il meglio, recuperare terreno, lasciare indietro, stare un passo avanti, modernizzarsi, innovarsi, adeguarsi, reinventarsi… (Notare come i verbi riflessivi implichino un “lavoro” su di sé, ma alla mente arriveremo alla fine).

Significa questo cambiare? Prima di addentare i frutti della pianta, proviamo a esaminare il suo seme. Il termine italiano “cambiamento” – alla pari del più gettonato inglese change, attraverso il francese antico change – deriva dal vocabolo latino «cambiare», nel senso di mutare, derivato a sua volta dal greco «kambein», curvare, piegare, girare intorno… Dalla stessa radice semantica provengono parole che indicano curvatura, tortuosità, giravolta. E anche tramutare e permutare una cosa con un’altra. Salta innanzitutto agli occhi una differenza concettuale di direzione. (Che si tratti di un verbo di spostamento ce lo ricorda anche il suo sinonimo, mutare che, attraverso alcuni passaggi intermedi, proviene dal latino movere, spostarsi o, più precisamente, cambiare di posto). Infatti, mentre tutti i termini che associamo comunemente alla parola cambiamento concernono o implicano una progressione lineare (migliorare, avanzare, incrementare, progredire, stare al passo, recuperare terreno…), l’etimo originario rimanda invece alla circolarità (girare in tondo, ripiegare, nonché curvatura, tortuosità…). Alla base del comune concetto odierno c’è pertanto un paradosso inespresso, eppure radicale, che può determinare come minimo un’ambiguità comunicativa per giungere in certi casi a una vera e propria schizofrenia linguistica, programmatica e psichica. Non è infatti innocuo adulterare un termine chiave, a cui per giunta attribuiamo la massima importanza: la forzatura delle parole nasconde una forzatura, più o meno consapevole, della realtà. Chiamare una retta curva, o viceversa, è strettamente connesso allo scambiare una progressione per un ripiegamento o un progresso per un regresso. In questo senso, sbagliare strada non è solo possibile, ma probabile.

Proviamo dunque a percorrere un tratto di questa strada, analizzando in estrema sintesi ciò che caratterizza il cambiamento attuale. In primis la velocità. Il cambiamento è veloce, è incalzante, è spasmodico: ci precede, ci travolge, minaccia continuamente di lasciarci indietro. Il filosofo francese Paul Virilio scrisse che la velocità è la vecchiaia del mondo, perché quest’assillante ansia di novità implica una gran mole di passato. Tutto diventa immediatamente vecchio, sorpassato, cambiabile, riciclabile. La nostra ossessione per il futuro ci spinge costantemente in avanti, non importa dove si collochi questo avanti. “È questa «accelerazione del reale» a condizionare oggi non solo la storia del nuovo secolo impietoso, ma l’istante, ogni istante trascorso, a beneficio di un istante non tanto presente quanto onnipresente, in un mondo diminuito e non tanto “contemporaneo” di una qualunque storia della modernità, quanto intemporaneo, dove la Terra, già troppo piccola per il Progresso e il profitto a breve termine, diventa di colpo troppo stretta per i nostri progetti futuri, dove la dilatazione dell’istante cancella sia l’origine sia la fine, la finitezza geofisica dell’astro dei viventi” scrive Virilio.

In secondo luogo, direttamente e paradossalmente associata alla velocità, la permanenza. Il cambiamento è perennemente in atto. Non dorme mai: non si arresta né di giorno né di notte. Nuovi modelli, nuove versioni, continui aggiornamenti, per giunta già calendarizzati fin dal principio. La rivoluzione permanente tanto auspicata in passato è finalmente in atto, seppure in tutt’altra forma. L’inerzia non conosce limiti: è la forza della valanga che tutto travolge. Il terzo vertice del triangolo del cambiamento è la prestazione. Dobbiamo essere operativi, aggiornati, competitivi, proattivi, performanti: una delle molte parole di matrice anglofona e ambito sportivo-economico di cui è infarcito il nostro dizionario minimo. Viviamo così in quella che Byung Chul Han – filosofo sudcoreano trapiantato in Germania – definisce la società della prestazione, o anche del doping. Dobbiamo essere sul pezzo e dobbiamo esserlo ogni giorno, a qualunque prezzo. Dobbiamo ottenere risultati misurabili in ogni sfera, lavorativa o privata. “Proprio alla vita nuda, che è divenuta incredibilmente fugace, si reagisce con l’iperattività, l’isteria del lavoro e della produzione. Anche l’accelerazione dell’oggi ha molto a che fare con questa carenza d’essere. […] Il verbo modale positivo proprio della società della prestazione è il poter-fare illimitato. Il suo plurale collettivo, nell’affermazione “Yes we can”, esprime appunto il carattere di positività della società della prestazione. In luogo del divieto, dell’obbligo o della legge, subentrano il progetto, l’iniziativa e la motivazione”.

Che cosa scaturisce dalla formula velocità più prestazione per permanenza? Una sorta di immobilità radicale e un’omologazione generalizzata, con conseguenze ben più profonde del mero camuffamento gattopardesco. Scrive a questo proposito il filosofo statunitense Frederic Jameson nel saggio “The antinomies of postmodernity” (contenuto all’interno di “The cultural turn”, citato da Mark Fischer in “Realismo capitalista”): “il paradosso da cui dobbiamo partire è l’equivalenza tra la quantità di immani cambiamenti a tutti i livelli della nostra vita sociale e l’altrettanto immane standardizzazione di tutto quanto sembrerebbe incompatibile con tali cambiamenti, si tratti di sentimenti, beni di consumo, linguaggio, architettura… Capiamo allora come nessun’altra società è mai stata tanto standardizzata quanto la nostra e che lo scorrere della temporalità umana, sociale e storica non è mai stato tanto omogeneo quanto oggi. Di conseguenza, quello che cominciamo a percepire è che d’ora in poi, laddove tutto si presta al continuo succedersi di mode e rappresentazioni mediatiche, nessun cambiamento sarà più possibile”.

Torniamo dunque al nostro seme, alla radice semantica originaria del concetto: la circolarità. Il cambiamento incessante, permanente e accelerato conduce all’annullamento di qualsiasi cambiamento sostanziale, a un frenetico girare intorno, in perfetta corrispondenza con l’etimologia del termine. Con quali conseguenze per la nostra mente? È ancora una volta Byung Chul Han a cogliere il punto focale della questione: “La pressione della prestazione causa depressione da esaurimento. La società della prestazione genera soggetti depressi e frustrati. […] La depressione è la malattia di una società che soffre dell’eccesso di positività”. Senza voler congiungere arbitrariamente i puntini con una linea retta, non possiamo però ignorare il recente appello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha certificato un aumento del 20 per cento dei casi di depressione negli ultimi dieci anni. Esiste allora, mi chiedo infine, un altro tipo di “cambiamento”? Senza tirare in ballo la differenza tra cambiamento naturale e artificiale (differenza fluida nella prassi e insidiosa nella teoria), è innegabile che ciascuno di noi abbia necessariamente a che fare con un certo tipo di cambiamento, biologico e non solo. Scrive sapientemente il filosofo francese Henri Bergson che “esistere è cambiare, cambiare è maturare; maturare è continuare a creare se stessi senza fine”.

Il cambiamento è dunque sempre in atto, a prescindere dalle nostre intenzioni, anche se forse possiamo scegliere un altro termine per definirlo: agli antichi greci non dispiaceva metamorfosi, i taoisti optavano per trasformazione, ma anche maturazione potrebbe avvicinarsi all’obiettivo. Maturare, ossia portare a compimento, estrarre dal di dentro per ricrearci, giorno per giorno. È una via? È un’altra via. Più antica e, forse proprio per questo, contemporanea, perché in definitiva, come scrisse Günther Anders, “cambiare il mondo non basta. Lo facciamo comunque. E, in larga misura, questo cambiamento avviene persino senza la nostra collaborazione. Nostro compito è anche d’interpretarlo. E ciò, precisamente, per cambiare il cambiamento. Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi”.

L'autore

Davide Mosca

Davide Mosca Davide Mosca è nato a Savona e vive a Milano, dove dirige la libreria Verso. Editorialista di Riza Psicosomatica, è autore di una quindicina di libri tra romanzi e saggi.


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