Management all’italiana


Grazie a chi le guida abbiamo aziende concorrenziali in condizioni di non competitività


Management all’italiana

Le interviste, realizzate per l’ultimo numero di LINC, a imprenditori e manager mostrano, ancora una volta, la vitalità delle nostre aziende e la qualità della nostra cultura d’impresa. L’italianità e la notorietà del nostro tessuto industriale, formato quasi totalmente da piccole e medie imprese, sono conosciute nel mondo come made in Italy, ma affondano la loro origine nella interdipendenza tra comportamento, razionalità e sensorialità. Riccardo Viale ha scritto che l’italianità è composta da immagini di prodotti insieme a entità antropologiche, naturali e culturali, che si esprimono nello stile, nel design, nell’eleganza del prodotto e nel particolare della rifinitura; in termini diversi, è l’affermazione della qualità della nostra managerialità, fino al paradosso di rendere l’attrattività della italianità valida anche per il “falso” made in Italy, perché, come dimostrato dall’economia comportamentale, il modello del consumatore razionale non esiste nella realtà, ma è un retaggio del modello neoclassico, modello che definirei, oggi, solo una “metafora della realtà”.

Al tessuto produttivo del nostro Paese va soprattutto riconosciuto il merito di essere concorrenziale in condizioni di non competitività, dovute ai vincoli, invece che alle opportunità, che la presenza di quei lacci e lacciuoli, come li definiva Guido Carli, pongono alla capacità potenziale della nostra imprenditorialità e managerialità. Rappresentativi sono alcuni indicatori: il cuneo fiscale è del 48%, maggiore di 10 punti rispetto alla media europea; il total tax rate è più alto di 25 punti; la tassazione è inversamente proporzionale alla dimensione delle imprese; il 20% delle aziende chiude al primo passaggio generazionale e circa il 10% al secondo. A ridurne ulteriormente la competitività sul mercato globale è la presenza di un sistema industriale banking oriented, cioè ancora fondato sulla richiesta di capitali agli intermediari finanziari a causa della ridotta dimensione delle aziende, invece che market oriented, peculiare delle medie e grandi imprese quotate in borsa che si alimentano attraverso il capitale di rischio. Inoltre, come rileva il recente rapporto Confcooperative-Censis, il rimborso dei crediti da parte dello Stato è ancora parziale e tardivo, il costo dell’energia elettrica ci pone al quarto posto in Europa per onerosità; quello del lavoro è al 48%, rispetto a una media Ocse del 35,9%. Ciononostante, l’Italia resta il secondo paese manifatturiero e la terza potenza industriale dell’Unione europea. Ai manager e agli imprenditori della italianità non si può che esprimere la nostra gratitudine, riassumendola in una sola, piccola, grande parola. Grazie.

L'autore

Giuseppe Di Taranto

Giuseppe Di Taranto