Donne oltre il tetto di cristallo (o quasi)


Secondo il World Economic Forum, prima che lavoratori e lavoratrici raggiungano la parità ci vorranno 202 anni


Donne oltre il tetto di cristallo (o quasi)

Partiamo da un dato di fatto. In Italia le donne rappresentano circa la metà della forza lavoro. Sono operaie, commesse, segretarie, maestre, giornaliste, dottoresse. Verrebbe da aggiungere manager e Ceo se non fosse per un dettaglio. La presenza femminile nelle posizioni cosiddette apicali (ovvero decisionali e di management) è ancora limitata. Tanto che nella letteratura economica è ormai diventato famoso il termine “Glass ceiling”, il tetto di cristallo. Parola usata per indicare le barriere economiche, sociali e culturali che impediscono alle donne le progressioni di carriera. Barriere che si traducono in appena un terzo dei manager donne a livello globale secondo uno studio del World Economic Forum che sottolinea come il gap economico legato alla retribuzione sia il più difficile da superare. Prima che lavoratori e lavoratrici raggiungano la parità in busta paga ci vorranno 202 anni.

Oltre il tetto di cristallo

Ecco perché in molti paesi europei sono state introdotte leggi che impongono il rispetto di quote di genere nei consigli di amministrazione delle società. La ratio è che il bilanciamento di genere possa determinare un’evoluzione dei modelli di leadership, migliorando le condizioni complessive del lavoro di tutte le altre donne. In breve, un effetto positivo a cascata. Ma questa strategia ha funzionato? Per capirlo bisogna guardare ai paesi che per primi hanno introdotto le quote. La Norvegia è stata il primo paese a introdurre la rappresentanza minima del 40 per cento. Poi è stata la volta di Austria, Belgio, Danimarca, Irlanda, Italia, Germania. In tutti questi casi le analisi mostrano peró che nelle società non è aumentato il numero di donne manager.

Il caso italiano

Certo restano delle differenze tra i paesi. Se per il Wef la Norvegia si colloca al secondo posto su 144 paesi per indice di parità di genere l’Italia resta 82esima. Nel Bel paese le quote per le società quotate e per la pubblica amministrazione esistono dal 2011 e qualche effetto in positivo in realtà c’è stato. Basta prendere i dati Consob sulle aziende quotate in borsa per capirlo: il numero di donne nei Cda è quadruplicato. Siamo infatti passati da 193 nel 2011 a 758 nel 2017. Ma l’effetto a cascata sulle dipendenti, in Italia come in Francia o in Norvegia non c’è stato. Se è vero che alcune donne manager sono state promosse nella posizione di amministratore delegato è anche vero che questi avanzamenti di carriera non si sono tradotti in un aumento nel numero di donne nella fascia alta della distribuzione del reddito delle aziende. In altre parole sono rimasti casi isolati di ingresso al vertice. Sicuramente serve tempo per vedere gli effetti di una legge così importante per il mercato del lavoro femminile ma per accelerare il cambiamento diversi economisti hanno suggerito di estendere l’applicazione delle quote a un più vasto raggio di imprese aumentando anche le soglie. Un modo per non dover aspettare due secoli per parlare (finalmente) di glass ceiling infranto.

L'autore

Diana Cavalcoli

Diana Cavalcoli Laureata in Lettere, si specializza in Cultura e storia del sistema editoriale all’Università degli studi di Milano. Frequenta il Master in giornalismo Walter Tobagi ed è iscritta all’Ordine dei Giornalisti dal 2015. Ha lavorato per Adnkronos a Milano e attualmente scrive per il Corriere della Sera occupandosi di lavoro, startup e innovazione