Book Pride 2019, il direttore artistico Giorgio Vasta: «Libri e desiderio al centro»


La fiera quest’anno ospita un totale di quasi duecento editori. Centocinquanta le case editrici indipendenti


Book Pride 2019, il direttore artistico Giorgio Vasta: «Libri e desiderio al centro»

 

Il Book Pride, la Fiera Nazionale  dell’editoria indipendente, ritorna per la quinta edizione. L’evento, in collaborazione con il Comune di Milano, è in programma alla Fabbrica del Vapore da venerdì 15 a domenica 17 marzo 2019, dalle 10 alle 20. La fiera quest’anno ospita un totale di quasi duecento editori. Centocinquanta le case editrici indipendenti, seguite da circa cinquanta editori di libri per bambini e ragazzi, comics e arte. L’editoria indipendente è una realtà che rappresenta tra il 30-40% dell’intero settore editoriale e che produce contenuti di alta qualità, svolgendo attività di ricerca e scouting in prima linea. Attualmente all’Odei, Osservatorio degli editori indipendenti, sono iscritti cento editori, uniti per promuovere la bibliodiversità e il pluralismo editoriale e culturale.Il tema scelto per quest’anno è il desiderio, anzi “ogni desiderio”. Desiderare quindi non solo come legame connettivo tra lettore, editore e scrittore, ma superato questo trittico come occhio sul mondo, come analisi della realtà stessa. Il programma è un chiaro specchio di come le attività e gli eventi, che chiamano in causa importanti esponenti del mondo editoriale, da Mauro Covacich a Paolo Cognetti (Premio Strega nel 2017 con “Otto Montagne”), ruotino attorno al tema declinandolo in tutte le sue sfaccettature.

Giorgio Vasta, direttore artistico di Book Pride

Incontri e attività che quest’anno strizzano l’occhio ad una scrittura più professionale e tecnica e che risultano comunque aperti non solo agli addetti ai lavori, ma a chiunque voglia approfondire il mondo editoriale anche sotto l’aspetto “lavorativo” e tecnico.Edizione quella del 2019 che riporta in campo anche le riviste letterarie. Da segnalare a tal proposito l’evento Officina Rivista del 16-17 marzo. Per chi vorrà, sarà possibile proporre la propria idea di rivista e discuterne con i relatori e il pubblico: occasione ghiotta per scoprire quale tipo di lavoro viene portato avanti da queste palestre letterarie di scrittura e critica. Anche quest’anno la direzione artistica del Book Pride è affidata allo scrittore Giorgio Vasta, penna culturale della Repubblica e, tra le altre, del blog letterario Minima&Moralia.

Per la quinta edizione del Book Pride ti è stata assegnata nuovamente la direzione artistica. Cosa significa dirigere una fiera del libro di tale portata?

«Significa mettere a disposizione la quasi totalità del proprio tempo e risorse. Si tratta di un impegno capillare anche se di soli tre giorni. Il lavoro a monte parte mesi e mesi prima. Un lavoro totalizzante. Book Pride ha due edizioni, una milanese e una genovese, e ad esempio già ora si sta ragionando su cosa fare a Genova. Il paradosso è proprio quello di concretizzare il lavoro di un team di persone in un lasso di tempo breve. Per rendere l’idea è come se fossero delle partite di Champions, del tutto diverse dallo scorrere del campionato. Qualsiasi problema quindi si palesi in quei tre giorni, dal surriscaldamento dell’ambiente in cui è adibita la fiera, fino al semplice acquazzone, non ha il tempo di essere affrontato rimandando l’evento, non c’è quindi un tempo successivo da recuperare».

Il programma quest’anno è incentrato sul desiderio e gli eventi si articolano un po’ intorno a questo nucleo. Penso a sezioni come “Professori di desiderio” e “strumenti”.

«Sì, più che il desiderio, non è un caso che il tema sia letteralmente “ogni desiderio”. Book Pride vuole declinare qualsiasi desiderio, come il modo con cui ogni vivente interpreta il mondo e il programma è ovviamente uno specchio di quest’intenzione. “Strumenti” è quella sezione che in qualche modo ha caratterizzato Book Pride. Si tratta di incontri che hanno un connotato professionale, ma che non sono riservati solo agli addetti ai lavori. Sono aperti a chiunque voglia saperne di più. Penso alla legislazione intorno al libro, alla distribuzione. Questioni che hanno caratteristiche specifiche, ma anche simili tra loro. Incontri quindi mi verrebbe da dire comparativi, perché analizzano tali questioni trasversalmente a vari settori, come la musica e il cinema. “Professori di desiderio” invece è uno dei due percorsi in cui abbiamo provato ad interpretare il desiderio. Il nome è un chiaro omaggio a Philipp Roth. Abbiamo quindi chiesto a dodici scrittori di parlare e a tratti di fantasticare di narrazione, usando come prospettiva il racconto del desiderio di un personaggio letterario. Non si tratta quindi tanto di confrontarsi con un libro, ma di quel libro osservare nel dettaglio, a volte palese, a volte oscuro, il modo di desiderare. Si parte dall’idea che la letteratura ha sempre messo in scena il desiderio. A volte lo ha fatto in modo esplicito ed evidente e ci sembra chiarissimo: Ismaele, in Moby Dick di Melville, vuole catturare la balena. La sua ossessione è un desiderio inequivocabile. Altre volte ci sono personaggi che ci mettono in crisi attraverso un desiderio tiepido e introflesso. Lo stesso Melville riesce a immaginare un personaggio come Bartleby ne “Lo scrivano” la cui frase identificativa è “preferirei di no”. Espressione che sembra agli antipodi del desiderare, ma che secondo me è solo un’altra declinazione del desiderio. Giorgio Fontana, nei nostri incontri, proverà ad esempio a ragionare in torno all’agrimensore K nel “Il Castello” di Kafka. Il protagonista vuole entrare nel castello, ma non è mai chiaro cosa determini questo desiderio».

Sempre maggiore invece il peso che in tali iniziative hanno le riviste letterarie. Mi riferisco a Officina Rivista. Quanto è importante nel mondo editoriale di oggi la rivista e il lit-web?

«Abbiamo iniziato l’anno scorso a dialogare con le riviste, sia con quelle cartacee che con quelle online, prevedendo incontri sia a Milano, sia a Genova. Durante tali incontri le riviste possono prendere la parola e raccontare cosa fanno. Le riviste sono esperienze editoriali. Lo sono a tutti gli effetti, anche se spesso non vengono considerate come tali. Eppure dietro di esse ci sono redazioni che hanno funzione di filtro, scelta e selezione. Non solo: anche ragionamenti sulle traduzioni e sulla grafica, sulla distribuzione. Proprio come un editore indipendente. Ci sembra naturale quindi prendano parte alla fiera. Si deve tener conto inoltre che mediamente le riviste risultano essere più agili delle case editrici perché hanno strutture più leggere. Un po’ perché aspettano un consolidamento, ma anche perché preferiscono mantenere un assetto più leggero. L’anno scorso l’incontro inaugurale della fiera fu presso la libreria Verso. Era una vera e propria festa delle riviste e per noi è stata una sorpresa vedere quanta gente avesse partecipato all’evento. Così ci è sembrato giusto riproporre lo stesso incontro anche quest’anno».

“Strumenti”, “Officina”, “Professori di desiderio”. Possiamo dire, in un certo senso, che il Book Pride 2019 voglia dare un’idea di scrittura meno idilliaca e più di ricerca?

«L’idea di scrittura che da Book Pride è eterogenea per ragioni fisiologiche. Sommando i centocinquantacinque editori titolari di uno stand agli altri cinquanta che asseriscono agli eventi e fanno parte dell’editoria per bambini-ragazzi, comics e d’arte, arriviamo ad un totale di quasi duecento editori. Tutti loro hanno fili e cataloghi diversi e specifici. Non so se ci sia un elemento di ricerca o di sofferenza, c’è piuttosto una rappresentativa di come viene fatto un libro in Italia in questo momento. Book Pride è l’occasione di accostarsi all’idea di una casa editrice che magari il lettore ha solo incrociato un paio di volte in libreria. Durante la fiera il lettore che precedentemente ha solo visto i lineamenti dell’editore, può ricomporre l’intero ritratto. E lo fa non solo grazie ai libri, ma anche attraverso il dialogo con gli editori stessi. Allo stand di Book Pride infatti, diversamente da altre fiere, dietro il banco espositivo ci sono proprio gli editori che possono raccontarti cosa fanno e come lo fanno: è quindi anche un’occasione per ascoltare quello che interessa ai lettori».

Sappiamo dai dati che i libri pubblicati sono sicuramente in esubero, rispetto a quelli realmente letti e le classifiche di quantità, relative ai dati di vendita, spesso non restituiscono una fotografia sincera della situazione editoriale. La rivista letteraria L’Indiscreto, assieme a Vanni Santoni, ha pensato di riunire critici e scrittori per creare delle “Classifiche di Qualità”, un po’ un faro per i lettori forti. Che ne pensi di questa iniziativa?

«E cosa credi sia utile al mondo dell’editoria oggi? L’iniziativa è molto bella e comporta un impegno organizzativo non indifferente. Vanni Santoni e L’Indiscreto hanno voluto di riprendere un progetto di dieci anni fa. Quando fu pensato e costruito per la prima volta ha toccato anche me a livello personale. La primissima classifica, era il 2009 se non sbaglio, quello che era il mio libro d’esordio, “Il Tempo Materiale”, era inaspettatamente primo. Questo risultato cozzava invece con il risultato delle classifiche quantitative, relativo alle vendite. Il ragionamento alla base delle classifiche però è sempre un po’ inficiato da dei pregiudizi di fondo. Il dato quantitativo si difende da solo perché oggettivo. Quello qualitativo viene considerato più debole e labile perché si parte dall’idea che le persone non siano in grado di esprimere un giudizio in autonomia, ma sempre in relazione a dei rapporti. Pregiudizio, come dicevo prima, che stupidamente indebolisce il discorso intorno alle classifiche. Tuttavia credo sia utile che ci siano iniziative del genere. Sarebbe bello si riuscisse a sfondare l’argine all’interno del quale nasce un’iniziativa come le classifiche. Bisognerebbe quindi superare la barriera dei “lettori forti” provando a entrare il più possibile in dialogo, esondare in direzione di lettori che magari tecnicamente non sono forti, ma comunque si presentano come curiosi e interessati. Questo accade nel momento in cui invece di stilare la classifica come una curiosità, gli addetti ai lavori si occupino con la cadenza relativa con cui le stesse classifiche sono stilate diano proiezione e riflesso di quello che si elabora al loro interno, affiancando negli inserti a quelle quantitative anche le qualitative. Ecco, sì, questo a me farebbe molto piacere».

Per chiudere, quale pensi sia l’evoluzione dell’editoria indipendente e cosa ti auguri per questo prezioso settore lavorativo?

«Sull’editoria indipendente la mia impressione è questa: la parola indipendente in questo momento è al centro di un corto circuito. Dal Book Pride è stata individuata come parola a partire non da un discorso ideale, ma da uno concreto. Alla fiera partecipano tutte le case editrici che da un punto di vista economico sono indipendenti, che sono autonome. Cioè quest’ultime non fanno parte di grandi gruppi e non sono partecipate. Indipendente, quindi, come nozione interna. Credo però che il visitatore della fiera percepisca “indipendente” come un aggettivo scelto per segnalare un carattere virtuoso della produzione editoriale, non lo legge nel modo in cui è stato scritto e inteso. Secondo me si tratta di dare più sostanza possibile a questa parola, comprenderla aldilà dello stato economico dell’editore, cercando quali possano essere i denominatori comuni tra le case editrici indipendenti, sapendo che sarebbe sbagliato individuare un unico elemento che vada bene a tutti. Gli editori indipendenti sono un comparto eterogeneo con profonde differenze di produzione e di mercato. Complesso e affascinante comprendere questi meccanismi. Bisogna quindi usare la propria cultura editoriale per un dialogo il più possibile fitto, che dovrebbe non solo caratterizzare gli incontri di Book Pride ma dovrebbe essere anche il basso continuo di ogni edizione e dell’editoria stessa».

L'autore

Antonio Potenza

Antonio Potenza Laureato in Comunicazione, si specializza in Editoria e Scrittura presso l'Università LaSapienza di Roma. Collabora come editor con la rivista Sundays Storytelling. Ha lavorato come redattore televisivo presso il programma di Rai 3 'Tutta Salute' e per Class Editori nella redazione di Class News. Attualmente scrive per Auralcrave occupandosi di cultura, cinema, musica e letteratura.