Industria 4.0: perché diventi realtà occorre puntare sui manager


Bruno Villani, presidente di ALDAI-Federmanager, scommette sulle competenze soft e digital


Industria 4.0: perché diventi realtà occorre puntare sui manager

Competenze, e poi ancora competenze. Il refrain nel mondo industriale e dei servizi si ripropone quasi ogni giorno: c’è un mismatch, che non tende a chiudersi piuttosto a divaricarsi, tra domanda e offerta di lavoro. Perché in gioco ci sono, appunto, competenze, professionalità che alle aziende sono indispensabili, ma di cui spesso si trova scarsa traccia nel mercato del lavoro. Per avviare e consolidare la cosiddetta digital transformation, rendere reale e non più dibattito da convegni la nuova rivoluzione industriale – Industria 4.0 – servirebbe far incontrare le dinamiche della domanda e dell’offerta di lavoro. Semplice a dirsi, difficile a farsi. Secondo una recente indagine dell’agenzia per il lavoro ManpowerGroup, Talent shortage, emerge che in Italia il 37% dei datori di lavoro ha difficoltà nel trovare personale con le competenze idonee e, nelle grandi aziende, questa percentuale sale al 63. In tema di digitale, poi l’Italia è molto in ritardo rispetto ad altri paesi europei. Rispetto alla media Ue (37%), trainata verso l’alto dalla Gran Bretagna (50%) e dalla Germania (39%), l’Italia può vantare solo un 29% di competenze digitali elevate diffuse tra i soggetti in età lavorativa. C’è quindi ancora molto da fare per passare dalle buone intenzioni ai fatti. Ne parliamo con Bruno Villani, dallo scorso novembre alla guida di ALDAI-Federmanager, che la categoria dei manager la conosce bene.

L’Italia, come spesso accade, è in ritardo nell’implementazione di Industria 4.0. Qual è la sua valutazione quale rappresentante di un’associazione che in Lombardia raccoglie quasi 16 mila manager?

«È vero: il mondo del lavoro è ancora fortemente segnato da una carenza di manager 4.0. I manager italiani preparati in materia non sono moltissimi. C’è sicuramente un fabbisogno di competenze digitali, perché lo scenario è in continua evoluzione: cambia il modo di fare impresa, cambiano le relazioni commerciali e gli scenari competitivi. Il manager dovrà trasformarsi anche in un gestore dei processi e dell’innovazione, e non solo delle risorse umane. Mi consenta di ribadire che per fare Industria 4.0 non servono solo competenze tecniche e specialistiche, di cui abbiamo senza dubbio un enorme bisogno, ma è necessario implementare un nuovo modello di sviluppo industriale che richiede una diversa attitudine da parte dei manager. Ad esempio, è fondamentale la capacità di far circolare le informazioni, condividerle con i collaboratori, la predisposizione a essere innovativi e portatori del cambiamento».

Ma concretamente che cosa si può fare per incrementare le competenze, in particolare in ambito digitale?

«Come ALDAI-Federmanager siamo ben consapevoli che c’è una necessità di sviluppo di competenze digitali, e, a tal fine, la nostra Federazione Nazionale – Federmanager ha lanciato Be Manager, un programma di certificazione delle competenze manageriali. Si tratta di programmi completamente finanziati, finalizzati a potenziare le skill tecniche e manageriali. Con una focalizzazione sulle soft skill piuttosto che sulla specializzazione: il manager non deve necessariamente essere uno specialista, un «tecnico»: da quel punto di vista ha collaboratori in azienda che possono portare tutte le competenze necessarie per produrre, occuparsi di logistica e altri temi. Il manager deve disporre di soft skill, appunto: dalla resilienza, al complex problem solving alla visione strategica e di lungo termine, dalla capacità di fare squadra alla capacità di portare una nuova cultura. Perché di questo abbiamo bisogno: di un vero e proprio cambiamento culturale. Con Be Manager siamo arrivati a certificare le competenze, negli ultimi due anni di circa 300 persone, con la qualifica di Innovation Manager, Export Manager e Manager per l’Internazionalizzazione, Manager di Rete e Temporary manager».

Finora non abbiamo parlato di formazione…

«È un tema centrale: occorre partire da una comprensione reale di quanto sia importante il capitale umano dell’azienda e quindi adoperarsi per la sua formazione e riqualificazione, ossia l’upskilling. Chi non capisce questo è certamente destinato a fallire. Ma per fornire delle coordinate formative corrette dobbiamo saper guardare anche al di fuori dell’azienda, ai grandi trend tecnologici, come si diceva prima, e avere la capacità di ascoltare il mercato per coglierne i segnali, anche quando sono deboli. Spesso ci sono esigenze parzialmente espresse o solamente accennate, sta alla bravura di chi ricopre certi ruoli saperli cogliere per anticipare e soddisfare le esigenze del mercato per lo sviluppo e la crescita della propria azienda».

Da una vostra ricerca “Bravi Manager Bravi”, promossa da Federmanager e realizzata da The European House Ambrosetti, che raccoglie una survey su 1.631 manager iscritti alla Federazione, emerge che sincerità, coinvolgimento democratico e azione sono i tre valori che devono contraddistinguere la leadership di un manager. Ci può spiegare?

«Mi sembra che questa ricerca colga davvero i punti essenziali di una buona managerialità. La sincerità, indicata dall’81% degli intervistati, va intesa nel senso di trasparenza, cioè come propensione del manager alla condivisione delle informazioni. Il 72% del campione ritiene fondamentale che la leadership sia esercitata in modo democratico, coinvolgendo piuttosto che imponendo dall’alto. Infine, l’azione, riconosciuta da quasi la metà dei rispondenti, sottolinea l’importanza di un forte orientamento al problem solving e all’ottimizzazione delle risorse. Se questi sono i tre valori guida del “manager bravo”, l’efficacia e lo spirito imprenditoriale sono le due qualità ritenute indispensabili dal punto di vista delle competenze tecniche. Condivido appieno il commento del nostro Presidente federale, Stefano Cuzzilla, secondo il quale questo studio conferma la propensione dei colleghi a prendere decisioni in tempi rapidi e la voglia di innovare. Già nell’immediato futuro il manager sarà sempre più un leader e sempre meno un capo in senso tradizionale».

Oggi un tema cruciale sono le politiche per l’occupazione e il lavoro…

«Certamente. Nel nostro ambito vanno implementate politiche attive per favorire la ricollocazione dei manager che hanno perso il posto di lavoro, anche attraverso formazione e acquisizione di nuove competenze. Un ruolo importante da questo punto di vista lo giocheranno anche le RSA, strategiche all’interno delle aziende: è il colloquio tra l’azienda e chi rappresenta i dirigenti che può portare al miglior risultato, poiché l’obiettivo comune è quello di far crescere l’impresa. Poi, non dimentichiamo che oltre ai nostri compiti di rappresentanza, siamo di fatto un polo di competenze e di servizi che rappresenta e tutela circa 16 mila dirigenti industriali, ai quali offre supporto e assistenza lungo tutte le tappe della carriera professionale: dall’orientamento e formazione, alla consulenza in ordine a questioni sindacali, previdenziali, fiscali e sanitarie, fino ai servizi che riguardano la sfera professionale e familiare degli associati, con opportunità di accrescimento culturale, sociale e di networking».

Nel suo programma di mandato come presidente di ALDAI-Federmanager, lei insiste sull’importanza di fare rete con gli altri stakeholder del territorio. Non lo fate abbastanza?

«È un punto centrale della mia agenda per il prossimo triennio: ALDAI è la maggior associazione territoriale di Federmanager. Pensiamo di dover giocare un ruolo importante e di essere un punto di riferimento. Forse lo siamo già, ma dobbiamo diventarlo ancora di più, consolidando il nostro ruolo e facendoci trovare presenti nei principali tavoli decisionali. Non è una questione di maggior potere: vogliamo esserci poiché siamo convinti di avere quelle competenze e conoscenze che possono portare valore per la crescita e lo sviluppo del territorio e dell’intero Paese. Ma nel mio programma c’è anche una forte attenzione al tema di sviluppare una nuova cultura di impresa, basata appunto sulla managerialità. E su questo lavoreremo molto»

L'autore

La redazione di LINC