Brexit: il volto italiano del divorzio che fa tremare l’Europa


Ecco quali sono le preoccupazioni dei nostri connazionali in Regno Unito


Brexit: il volto italiano del divorzio che fa tremare l’Europa

Theresa May è pronta a dimettersi pur di far approvare il suo storico accordo su Brexit, già bocciato due volte. La posta in gioco, via via che si avvicina la data del divorzio – ora slittata al 12 aprile – diventa sempre più alta. I rischi, del resto, sono numerosi, a partire dal piano lavorativo. L’istituto tedesco Iwh parla di oltre 600 mila posti di lavoro che saranno persi su scala globale in seguito a una hard Brexit, 375 mila dei quali in Europa. La più colpita, in numeri assoluti, sarebbe la Germania con oltre 100 mila posti di lavoro in meno, seguita da Cina, Francia, Polonia e Italia. Al nostro Paese un no-deal costerebbe 46 mila posti di lavoro. Non solo, se si considera che in tutto il Regno Unito vivono circa 700 mila italiani, di cui 350 mila iscritti all’Aire – Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, e la restante parte non registrata, si capisce quanto la Brexit sia – anche – un affare italiano. E allora: tra annunci di dimissioni, bocciature e contestazioni, cosa pensano i nostri connazionali che in Inghilterra vivono, e soprattutto, lavorano da anni? A pesare di più è l’incertezza.

Camilla Ravazzolo, avvocato

«Sono passati due anni dal famoso 23 giugno 2016 (giorno del referendum, ndr) e ancora non sappiamo cosa accadrà. Le nostre attività professionali e le nostre stesse vite sono congelate» – lamenta Camilla Ravazzolo, avvocato per un’associazione di categoria, a Londra da due anni e mezzo. «L’indecisione ha un costo molto alto: stanno crollando i prezzi delle case e al tempo stesso stanno rincarando i beni di prima necessità, dal cibo alle medicine. Molte aziende hanno deciso di bloccare le assunzioni almeno fino a giungo, altre già hanno difficoltà adesso a trovare il personale di cui hanno bisogno – denuncia – e il visto annuale con la soglia minima dello stipendio fissata a 30mila sterline che Brexit porta con sé, non farà che peggiorare le cose, soprattutto per i profili low skilled. Si pensi ai tipici lavori nell’hospitality per cui si candidano anche molti giovani italiani. Di conseguenza, le disuguaglianze a livello sociale non faranno che acuirsi». Occupandosi di tutela dei dati personali, anche la sua attività sta risentendo di questa fase di stallo: «Non sapendo come saranno recepite le normative europee nel Regno Unito, non possiamo far altro che lavorare prevedendo gli scenari peggiori, ma questo modo di agire comporta costi e tempi che non tutti sono intenzionati a sostenere».

L’health care

Eliana Triggiani lavora in ambito biotech

Altro settore altamente condizionato da Brexit è quello farmaceutico e medicale. Eliana Triggiani vive da 6 anni in Inghilterra dove è stata trasferita dall’azienda specializzata in biotech per cui lavora. Avendo superato la soglia dei cinque anni necessaria per ottenere il settled status, ovvero il permesso di residenza permanente in Gran Bretagna, Eliana non teme in prima persona gli effetti della Brexit, ma sa che molte cose potrebbero cambiare. «Per il campo in cui opera la mia azienda, la celerità è tutto. Facciamo farmaci per malattie gravi ed è importante che i medicinali arrivino in tempo ai pazienti. Il tema delle norme e delle tempistiche alle dogane, dunque, è centrale» – afferma. Le ripercussioni sul mercato del lavoro, anche dal suo punto di vista, sono già ben evidenti: «Londra ha sempre attirato molti talenti, ma da quando si è iniziato a parlare di Brexit le cose sono cambiate. Del resto, chi si trasferirebbe in un Paese che ha un’area grigia così ampia? Noi stessi, come expat siamo rimasti molto delusi dall’esito del referendum, tanto da portarci a rivedere i piani di carriera, tornando a casa o trasferendoci in altri Stati». Decisione presa anche da molte aziende, soprattutto nel ramo finanziario.

Paolo De Vito Piscicelli, consulente direzionale nel settore Banking & Tech

La big company della consulenza EY in un suo report ha infatti affermato che banche e società di servizi finanziari della Gran Bretagna hanno annunciato di voler spostare oltre 1.300 miliardi di dollari nell’Unione europea. Il numero di posti di lavoro trasferiti fuori dal Regno Unito sarebbe di circa 7.000 unità con ricadute fiscali per le casse dello Stato stimate in 600 milioni di sterline. «Io sono un consulente direzionale nel settore Banking & Tech. L’impatto della Brexit è già molto forte: i miei principali clienti, soprattutto lato banking, in caso di no-deal migreranno le attività altrove. Cosa che in parte sta già succedendo – conferma Paolo De Vito Piscicelli, da 16 anni a Londra – numerose banche e istituzioni finanziare per far fronte a questo rischio di mercato e garantire una continuità di impresa stanno delocalizzando le attività sales tra Francoforte, Parigi e Zurigo». «Per me, che ho una mia società e opero come consulente esterno per le aziende – continua Paolo – significa iniziare a pensare che in futuro potrò dover lavorare per banche o aziende che non hanno più il loro head quarter a Londra, ma che sono entità separate di Gruppi spostatiti altrove».

 

 

 

La paura del settore alimentare

 Paolina Antognetti, rappresentante

Altro settore che certamente ne sarà toccato è il food. Paolina Antognetti lavora da tre anni a Londra come rappresentante freelance di aziende italiane operanti nel food, nella ristorazione e nel lifestyle. «I ristoranti avranno grandi difficoltà sia a livello di importazione dei prodotti sia per il personale: pensiamo a quanti sono i locali che assumono come collaboratori stagionali ragazzi e ragazze italiane che arrivano in Inghilterra per fare un’esperienza e imparare la lingua. Da ora in poi non sarà più così» – chiarisce. Per molti imprenditori che hanno investito nella city di Westminster, quindi, l’orizzonte è tutt’altro che roseo. Guardandola da un altro punto di vista, però, Brexit innescherà anche una selezione naturale tra gli imprenditori: «Aprirà qui solo chi avrà davvero il coraggio di investire e in un certo senso il business potrebbe anche migliorare», riflette.

Più amara è infine la riflessione di Luisa De Vita, ormai da 12 anni a Londra dove lavora per un gruppo media inglese come responsabile commerciale e per gli eventi dedicati ai fondi di investimento per il mercato italiano e del Ticino. «Non dimenticherò mai quel senso di vuoto destabilizzante avvertito quel fatidico 23 Giugno 2016. La scelta di uscire dall’Unione Europea è stata vissuta come un tradimento, un rifiuto. In poche ore eravamo tutti diventati “citizens of nowhere” in una realtà che abbiamo sempre considerato “home”. Parlo per me e per tutti coloro che in questo Paese sono arrivati senza pretese, che si sono messi in gioco, che hanno lavorato sodo per sopravvivere ed emergere in un contesto professionale molto competitivo, ma che hanno anche fatto propri e valorizzato molti aspetti della cultura british non proprio simili al nostro essere italiani e “latini”», commenta.

Luisa De Vita, responsabile commerciale

Una volta smaltita la rabbia, è arrivato il momento delle domande: cosa fare in futuro? Andare via o restare? «Abbiamo vissuto in un Paese in cui tutto viene organizzato e definito in anticipo, dalla prenotazione del ristorante alle vacanze per l’anno successivo. Questa attesa destabilizzante e caotica non facilita la persistenza di chi avrebbe voluto un finale diverso», ammette. La sua azienda, intanto, sta valutando l’apertura di una sede italiana, a Milano, e allora Brexit potrebbe assumere un volto un po’ meno spigoloso. «Mi farebbe piacere rientrare in Italia, sia a livello personale che professionale, visto che seguo clienti italiani»,  afferma Luisa. E conclude:  «Il bagaglio professionale, la crescita personale e l’apertura mentale che l’esperienza londinese mi ha dato sarà indelebile, ma pur considerandomi per molti aspetti di “british brain”, di cuore sono e sarò sempre italiana, anzi, meridionale».

L'autore

Silvia Pagliuca

Silvia Pagliuca Giornalista professionista e Comunicatore pubblico, è laureata in scienze e tecnologie della comunicazione, con Master in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale e Master in giornalismo presso il campus IULM - Mediaset. Scrive di lavoro, startup, innovazione e imprenditoria per Corriere della Sera, Corriere Imprese e Corriere del Trentino. Collabora come copywriter e consulente in comunicazione per diverse realtà pubbliche e private.