Dietro al Salone del Libro: il lavoro secondo Santoni, Zandomeneghi e Giammarco


Ancora oggi il lavoro editoriale è tra i più affascinanti, ma tra i meno conosciuti


Dietro al Salone del Libro: il lavoro secondo Santoni, Zandomeneghi e Giammarco

A Torino, dal 9 al 13 maggio, si è alzato il sipario sulla Trentaduesima Edizione del Salone Internazionale del Libro, sotto la direzione di Nicola Lagioia. L’ampia cornice, con l’innovazione dello spazio Oval, è stata ancora una volta Lingotto Fiere. Il progetto è stato voluto e concretizzato grazie al lavoro di Associazione Torino, la Città del Libro e Fondazione Circolo dei lettori, con il sostegno di Regione Piemonte, Città di Torino, Fondazione Sicilia e Fondazione con il Sud. Con il riconoscimento della Direzione Generale Cinema del Ministero dei beni e delle attività culturali.

Il tema su cui si è sviluppato l’evento è stato “Il Gioco del Mondo”. Il titolo dell’evento è un chiaro tributo a “Rayuela”, il fiammeggiante romanzo di Julio Cortàzar, diventato un vero e proprio simbolo di rivoluzione, molteplicità e per certi versi relativismo. Per chi non avesse avuto la fortuna di leggerlo, è consigliato farlo, il lettore ha due modi di entrare nella narrazione: il Metodo cronologico, pagina per pagina, o quello consigliato dall’autore all’inizio della prefazione, seguendo salti nel tessuto narrativo che portano a luoghi nuovi all’interno della trama stessa.  Così il Salone, composto da quattro ampi padiglioni, risulta un complicato dedalo fatto di stand, di spazi d’incontro, sale ed esposizioni. Non c’è da sorprendersi vista la varietà di editori e il cospicuo numero di visitatori. Facevano ben notare Giulia Ichino (editor Bompiani) e Daniele Pinna (Agenzia Kalama) — che al mondo dell’editoria soggiace un paradosso. Il numero di manoscritti inviati alle case editrici continua ad essere elevato, ciò significa che l’attrattiva verso l’industria culturale è ancora viva e briosa, ma pochi conoscono le dinamiche che si sviluppano all’interno della stessa. Ecco, il lavoro editoriale è sicuramente tra i più affascinanti, ma tra i meno conosciuti.

Vanni Santoni è una delle figure più influenti nel panorama editoriale italiano: scrittore (da maggio in libreria con “I Fratelli Michelangelo” per Mondadori), editor di Tunuè, direttore editoriale della collana Narrativa della stessa e giornalista per l’inserto culturale “La Lettura”, del Corriere della Sera.

Cosa significa nel 2019 lavorare nel mondo dell’editoria?

«Credo che l’eclettismo sia parte integrante del lavorare nell’editoria, perché l’editoria, a parte nelle major, non è che garantisca tutti questi posti di lavoro. Quest’ultimi sono molto ambiti perché le grandi hanno ancora, per fortuna, un grande valore simbolico. Oppure si potrebbe parlare, mutuando un termine di Raffaele Alberto Ventura di un “bene posizionale”. Il libro ha ancora un’aura molto forte, questo consola e dà fiducia nel futuro. La verità è che le case editrici hanno staff sempre più piccoli e quindi è chiaro che chi lavora nella piccola e media editoria fa più cose. Io sono un giornalista de La Lettura, un editor di Tunuè e faccio l’autore e in più spesso faccio anche altri tipi di collaborazioni come con la Scuola del Libro. Il mio obiettivo è stato sempre quello di fare solo cose che avessero a che fare con i libri. Alla fine il mio obiettivo principale è stato quello di fare dei libri sempre migliori, di continuare a migliorarmi come autore, che è poi la cosa che mi preme di più. Poi certo l’esperienza di Tunuè è stata senza dubbio esaltante per un sacco di motivi perché ha funzionato, ma al centro c’è quello, l’aspirazione a migliorare come scrittore».

L’esperienza di Tunuè è stata emblematica per la tua carriera. Cosa ha comportato lavorare come editor e come direttore di una collana?

«É stata un’esperienza straordinaria che ha avuto la fortuna di partire con forza. Noi debuttammo con due libri, “Dettato” di Sergio Peter e “Stalin+Bianca” di Iacopo Barison, che andarono subito bene e ribadimmo con “Dalle Rovine” di Luciano Funetta, candidato al Premio Strega. Quindi, certamente, quando parti così riesci a guadagnarti una credibilità presso i lettori, i librai, i recensori che poi puoi capitalizzare. Va anche detto, perché è anche bene avere onestà intellettuale, che i miracoli non esistono: Tunuè aveva già una presenza in libreria dovuta alla sua forza nel campo del fumetto, forza che è stata funzionale a questo. Se non avessimo avuto questa presenza già forte, avrei dovuto fare molti più titoli all’anno per avere subito lo scaffale in distribuzione. Se avessi dovuto farne otto, piuttosto che due, è chiaro che non sarebbero stati tutti di quella qualità. Ci siamo potuti permettere di fare pochi titoli, ma selezionati. Poi, visto che erano esordienti, abbiamo fatto di necessità virtù e abbiamo continuato con questa linea riscuotendo anche un certo successo. Adesso abbiamo Andrea Zandomeneghi che sta facendo faville, è in ristampa, è in cinquina al Premio Pop, è in gara in altri premi ed è un libro di alta scrittura, non è certamente un libro che concede molto alla commercialità, eppure sta funzionando. Quindi credo che questo testimoni il fatto che il pubblico dei lettori forti, che poi è quello a cui ci rivolgiamo, riconosce in noi una qualità di ricerca letteraria. É stata anche un’esperienza per me, ho anche imparato un sacco di cose.  Devo ammettere che ogni tanto saccheggio i miei stessi autori, perché lavorare con gente che ha dieci, a volte quasi venti, anni meno di te ti fa accedere a nuovi linguaggi. Scrivendo “I Fratelli Michelangelo” ho utilizzato dei termini dei miei autori. Ad esempio baluginare, per comparire riferito a persone, “baluginano ragazzini sul fondo”: questo è un incretollismo, è una soluzione ideata da Yasmin Incretolli, che è un’autrice del 1994 e che ha accesso e si rapporta ad altri linguaggi rispetto a me. Direi un’esperienza molto arricchente quella dell’editor».

Andrea Zandomeneghi ha appena esordito per Tunuè con “Il Giorno della Nutria“, che sta riscuotendo un certo successo tra pubblico e critica. In cinquina per il Premio Pop (Premio Opera Prima), Zandomeneghi prima di pubblicare con la casa editrice romana ha militato per molto tempo nel mondo delle riviste letterarie, altra dimensione poco conosciuta del mondo editoriale, dirigendo la rivista Crapula Club.

Cosa significa per un aspirante addetto ai lavori, che sia autore o redattore o editore, familiarizzare con questo mondo?

«Il mondo delle riviste letterarie per sua natura ha un duplice volto: da una parte è un fine in sé nel suo produrre materiale culturale (talvolta di livello elevato), dall’altra è una potenziale palestra in cui si può iniziare a imparare a relazionarsi con la letteratura circostante e con l’editoria. Personalmente trovo che mi abbia connesso con la letteratura contemporanea italiana (prima leggevo quasi solo classici e letteratura straniera, snobbando scioccamente le patrie lettere), m’abbia dato l’occasione di confrontarmi in modo operativo con la scrittura altrui, infine m’abbia cresciuto e reso più smaliziato attraverso la pratica dell’editing (fatto e ricevuto) continuativo».

Il mestiere dello scrittore è un mestiere nobile, ma avvolto per certi versi dal mistero per i più. Qual è il lavoro che compie oggi uno scrittore?  

«Significa cose molto pratiche e prosaiche. Anzitutto è da sfatare il mito dell’ispirazione: lo scrittore – a meno di non essere un dilettante e voler continuare a esserlo – deve scrivere sostanzialmente ogni giorno per entrare nel ritmo della scrittura e permettere alle storie e ai personaggi di dipanarsi. Vonnegut disse molto giustamente che lo scrittore si vede da quello che riesce a produrre nelle giornate no. Quando poi non scrive deve leggere. Leggere molto. Non leggere solo le cose che “gli vanno” ma anche e soprattutto le cose che “gli servono”. Vanni Santoni usa una metafora molto azzeccata, chiama il sistema delle letture personali “dieta”. Ci sono libri che nutrono la nostra scrittura, in generale la scrittura si nutre sempre di lettura».

In special modo, cosa ha significato per te lavorare su un prodotto strutturato e complesso come un libro? Qual è stato il lavoro dietro Il giorno della nutria?

«Ho impiegato circa cinque anni a scrivere Il giorno della nutria – e si tratta di un libretto di 150 pagine. Questa naturalmente non è affatto una regola generale, basti pensare che pare Alexandre Dumas abbia scritto La signora delle camelie in una settimana. Trovo però che il dato temporale nel mio caso sia importante perché testimonia la travagliata e laboriosa gestazione del libro. Scriverlo ha significato soprattutto lavorare su me stesso, osservarmi, prendere mari di appunti, superare i momenti di sconforto, imparare a non innamorarsi di quello che si è scritto e ritornarci, tagliare, salvare solo il buono, con spietatezza».

Emanuele Giammarco al centro

Il mondo dell’editoria è quindi sfaccettato, intersecato all’interno di una stretta griglia di sfaccettature tutte differenti. Lavorare in questo marasma non è facile, specialmente se l’idea da plasmare e concretizzare in carta è composta da racconti o raccolte di racconti, comunemente tacciati di vendere poco. Racconti Edizioni è una giovane casa editrice romana nata nel 2016 da un’idea di Stefano Friani ed Emanuele Giammarco. Attorno al progetto ruota anche la rivista culturale “Altri Animali” a cura di Leonardo Neri.  Tra i titoli di maggior successo della casa editrice, “Fantasie di strupro” di Margaret Atwood e “Dal tuo terrazzo si vede casa mia” di Elvis Malaj, nella dozzina del Premio Strega 2018».

Emanuele, qual è la differenza nel lavorare su un romanzo piuttosto che su un libro di racconti?

«La differenza sostanziale tra un libro di racconti e i romanzi o i saggi è la capacità, o meglio l’incapacità del sistemo libro di trasmetterlo, questa è la grande difficoltà. Molti non lo hanno capito, magari indirizzando la responsabilità dei vari fallimenti sui lettori che non avrebbero apprezzato il formato racconto. Piuttosto il primo motivo è che dalla confezione del libro al passaggio in promozione, in distribuzione, raccontare per esempio il libro al buyer è molto più difficile e complicato rispetto al romanzo. Devi ovviamente tener conto della pluralità dei racconti, del link che c’è tra l’uno e l’altro, dell’unità narrativa. In queste difficoltà qualcosa si inceppa».

Cosa significa quindi essere un editore di raccolte di racconti?

«A parte la difficoltà nel comunicare, che credo sia tipica di questa tipologia di editori — ad esempio nelle sinossi e nelle bandelle dobbiamo sempre inventarci un modo di cogliere la cifra del libro nello stile, nell’umore della voce, nell’internarrazione tra un racconto e l’altro — nel resto è lo stesso identico lavoro degli altri editori ed è importante ribadirlo, perché i libri di racconti sono belli come gli altri libri. Il lavoro sul testo è allo stesso modo preciso e accurato».

L'autore

Antonio Potenza

Antonio Potenza Laureato in Comunicazione, si specializza in Editoria e Scrittura presso l'Università LaSapienza di Roma. Collabora come editor con la rivista Sundays Storytelling. Ha lavorato come redattore televisivo presso il programma di Rai 3 'Tutta Salute' e per Class Editori nella redazione di Class News. Attualmente scrive per Auralcrave occupandosi di cultura, cinema, musica e letteratura.