I pro e i contro del job hopping: aiuta a fare carriera?


Sempre più lavoratori (soprattutto giovani) saltano da un lavoro all’altro: ecco quali sono gli effetti


I pro e i contro del job hopping: aiuta a fare carriera?

Se questo articolo avesse una colonna sonora, sarebbe sicuramente “Should I stay or should I go” dei The Clash. Parliamo infatti di Job Hopping, la pratica nata negli USA e ormai diffusissima anche in Italia, che vede sempre più lavoratori (soprattutto giovani lavoratori) saltare da un lavoro all’altro.  Come mai? Le motivazioni sono numerose. Al primo posto c’è, sicuramente, la questione generazionale. Già, perché i “saltatori” più incalliti sono soprattutto i Millennials, i nati tra il 1982 e il 1995, che, a differenza dei Baby Boomers (i nati tra gli anni ’40 e ’60), non sono così legati al concetto di “longevità professionale”. Secondo una ricerca condotta da Deloitte su più di 10.500 millennials, il 43% si è detto pronto a cambiare lavoro ogni due anni e solo il 28% ha dichiarato di essere disposto a rimanere nella stessa azienda per almeno cinque anni. E per i più giovani le percentuali sono anche più alte: il 61% dei rappresentanti della cosiddetta Generazione Z (nati tra 1995 e 2010), infatti, afferma di voler cambiare lavoro almeno una volta ogni due anni. Parlare di precarietà imposta, quindi, rischia di essere fuorviante. Siamo nell’epoca (anche) della flessibilità cercata.

Ma cosa motiva i job hoppers? Inutile negarlo, le questioni economiche hanno un certo peso. Cambiando lavoro nel giro di un paio d’anni, la retribuzione può salire anche del 30% tanto che, secondo uno studio di LinkedIn, il 74% dei Millennials che ha recentemente cambiato lavoro l’ha fatto portando a casa un discreto incremento salariale. Ma a contare non è solo la busta paga. La stessa ricerca di LinkedIn evidenzia come sia forte anche la componente “caratteriale / valoriale”. Oltre 1 Millennial su 2 cambia lavoro per ricercare nuove opportunità di crescita professionale, opportunità che teme di non riuscire a raggiungere restando più a lungo nel suo precedente ruolo. Insomma, in pochi credono agli scatti di carriera interni. Di conseguenza, la fedeltà all’azienda per cui si lavora viene vista come un valore sopravvalutato. Si preferisce, invece, la ricerca di nuove sfide, anche quando queste comportano dei trasferimenti in altri Paesi (complice anche il fatto che la percentuale di giovani con legami matrimoniali o case di proprietà è molto bassa). Inoltre, si è allettati dalla possibilità di poter aumentare il proprio network di conoscenze. La rete di contatti è, infatti, il vero “oro nero” del mondo del lavoro contemporaneo. La maggior parte dei job hoppers, non a caso, raggiunge nuovi obiettivi di carriera proprio grazie ai colleghi incontrati durante i vari “salti”.

Non solo: anche l’etica fa la differenza. Esattamente, l’etica. Sentirsi in linea con la cultura aziendale, secondo quanto rilevato da Deloitte, è – dopo l’aspetto economico – il secondo motivo per cui un dipendente potrebbe decidere di restare più a lungo nell’azienda in cui lavora. Ipocrisia? Non proprio. I Millennials intervistati spiegano infatti che per quanto la retribuzione sia importante, lo è anche poter lavorare per un’azienda che valorizza le sue risorse. Insomma, le compagnie dovrebbero “condividere la ricchezza” con i propri lavoratori, ad esempio con programmi di welfare e wellbeing.  Comprese le ragioni principali alla base del Job Hopping, quindi, resta da rispondere alla domanda chiave: saltare da un posto di lavoro all’altro aiuta davvero a fare carriera? Negli Stati Uniti, dove i Millennials cambiano quasi 2,85 posti di lavoro nei primi 5 anni dalla laurea, contro una media di 1,6 della generazione precedente, e dove i posti di lavoro vacanti sono 6,5 milioni a fronte di 6 milioni di disoccupati, sembra che la risposta possa essere affermativa. In Italia, con un mercato del lavoro meno flessibile e percentuali di disoccupazione giovanile al 32,8% (febbraio 2019), la correlazione potrebbe non essere altrettanto positiva. Ciò che è certo è che rispetto al passato un curriculum ballerino viene valutato con meno pregiudizio, purché però il candidato valorizzi le proprie scelte, evidenziando come, passando da un lavoro all’altro, abbia accresciuto le proprie capacità relazionali e le proprie competenze. Fare più esperienze, vedere più aree aziendali, confrontarsi con diverse sfide non può che essere un valore aggiunto, purché però il lavoratore sappia – realmente – dove sta andando. Onde evitare di affrontare ogni nuova giornata canticchiando “Should I stay or should I go?”.

L'autore

Silvia Pagliuca

Silvia Pagliuca Giornalista professionista e Comunicatore pubblico, è laureata in scienze e tecnologie della comunicazione, con Master in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale e Master in giornalismo presso il campus IULM - Mediaset. Scrive di lavoro, startup, innovazione e imprenditoria per Corriere della Sera, Corriere Imprese e Corriere del Trentino. Collabora come copywriter e consulente in comunicazione per diverse realtà pubbliche e private.