Piano City Week, a tu per tu con Dardust


L’evento si è svolto lungo il fine settimana dal 17 al 19 maggio attraversando tutta la città di Milano


Piano City Week, a tu per tu con Dardust

Marcel Proust affermava che il pianoforte è in possesso di un potere d’esasperazione non raggiungibile da una persona. Tralasciando considerazioni critico letterarie sulla teorizzazione proustiana, è facile intuire come il pianoforte sia uno degli strumenti contemporanei più carichi di fascino. Risulta più facile pensarlo se come argomentazione si lancia sul tavolo la carta della Piano City Week. L’evento si è svolto lungo il fine settimana dal 17 al 19 maggio, attraverso tutta la città di Milano, occupando luoghi non convenzionali e non vicini alla musica: case, parchi, palazzine, tram. Durante la tre giorni il suono del pianoforte è stato il fulcro attorno al quale girava l’intera città. Milano, multiforme, questa volta è una gran cassa, un’armonica dalla quale vari artisti hanno proposto in modo del tutto gratuito la forza della loro musica.

Dario Faini, pianista

Tra i vari musicisti che hanno partecipato all’evento, desta particolare attenzione la figura di Dario Faini, pianista che definirei ibrido. Nasce come “puro”, diplomato presso il conservatorio di Ascoli Piceno. Tuttavia, il suo nome è spesso accostato a brani che partono dal pianoforte ma spaziano verso sound ambient, elettronici, ricercati, digitali o a brani non suoi ma dei quali ha curato la parte compositiva.

Partiamo dalla tua musica. Musica che componi per te, nel tuo progetto solista Dardust, e musica che componi per gli altri (tra gli ultimi proprio Mahmood, vincitore di Sanremo, assieme alla coproduzione di Charlie Charles). Qual è la differenza del lavoro tra una propria composizione e una produzione per terzi?

Produrre e comporre per altri è un lavoro che viene fatto su commissione e lì devo mediare ed entrare nel mondo di un altro interprete, di un altro artista. L’immaginario sonoro però deve essere anche il mio, perché se mi contattano è perché probabilmente cercano un determinato suono, devo mantenere la mia libertà creativa. Quando poi però sono da solo, nel mio progetto di Dardust, non ho paletti, non penso alle classifiche e inseguo una visione, che è la mia, personale. 

Il tuo modo di fare musica è cambiato molto nel corso del tempo. Pensi sia un processo fisiologico per un artista? 

Sì, ma anche psicologico. Direi quindi un processo psicofisiologico perché prende tutta la sfera della personalità. Quindi cerco sempre di tenermi aggiornato su nuovi stili e tendenze, di non guardare mai con superbia cosa fanno i ragazzi, anzi cerco di farmi contagiare. Questa credo sia la formula giusta per essere sempre innovativo e creativo.

Nasci come pianista, diplomato presso l’accademia di Ascoli Piceno. Il tuo lavoro di musicista ha sempre avuto un respiro più ampio, contaminandosi spesso con l’elettronica. Questa commistione è nata assieme al tuo genio musicale o è stata una variabile che hai conosciuto durante la tua carriera?

L’elettronica l’ho conosciuta quando ero al Conservatorio ed è stata una delle molle che mi ha permesso di spaziare un po’ dopo gli studi classici. L’elettronica è ovunque: nell’urban, nel pop, nella trap. L’elettronica è ovunque ed è fatta di uso del suono in digitale, ma anche attraverso i sintetizzatori. Fa parte di ogni sfera del mio lavoro, dal producer al progetto solista. Come un pittore, con l’elettronica riesco ad avere più colori e a metterne di più. Il potenziale è decisamente maggiore.

Infatti è possibile definire l’elettronica come il leitmotiv dei tuoi brani. Se penso, poi, a pezzi come “Sunset on M.” o “Birth”, impreziosita dalla potente voce di Wrongonyou, li accosto ad artisti che hanno molte tue componenti. Mi riferisco a Nihil Frames ad esempio o Jon Hopkins. Ma quali sono stati, o sono, i tuoi artisti di riferimento?

Senza dubbio, come hai detto, Jon Hopkins. Molti della scena anni ’90: i Chemical Brothers, i Daht Punk, Underworld. Ma anche i producer della nuova generazione americana, dalla trap, anche all’IDM, Intelligence Dance Music.  

Pianoforte, distorsione e atmosfere elettroniche, trovate sonore, ma anche tanto pop come le produzioni per i The Giornalisti, Ermal Meta. Quale di queste anime musicali senti maggiormente tua?

Credo entrambe. Quella con Dardust è più ricercata, non seguo delle regole o dei trend e sono più libero. Ma spesso quello che scopro con Dardust lo riverso nel lavoro da producer.

Di tutti i tuoi lavori sapresti indicarmene uno nel quale pensi che la tua musica abbia raggiunto il livello più maturo?

Come producer credo Soldi, perché è un bel crossover dove ci sono tante mie anime, da quella neoclassica al beat più elettro, i clap già usati in Dardust. Per quest’ultimo il lavoro più maturo probabilmente arriverà nel prossimo disco.

Infine, chiudiamo così: cosa significa per un pianista ibrido come Dardust partecipare alla Piano City Week?

Significa riscoprire l’origine della scrittura, brani che nascono praticamente tutti al pianoforte.  Do a chi mi viene a sentire l’idea della scintilla iniziale della scrittura, del lato compositivo; sul lato tecnico tempra tutto perché devo studiare e prepararmi. Insomma, un’esperienza molto formativa. E per questo farò dei concerti solo piano da qui a settembre, prima di tornare sul live intero.

L'autore

Antonio Potenza

Antonio Potenza Laureato in Comunicazione, si specializza in Editoria e Scrittura presso l'Università LaSapienza di Roma. Collabora come editor con la rivista Sundays Storytelling. Ha lavorato come redattore televisivo presso il programma di Rai 3 'Tutta Salute' e per Class Editori nella redazione di Class News. Attualmente scrive per Auralcrave occupandosi di cultura, cinema, musica e letteratura.