Donne e lavoro, Swan: «Bisogna portare la “sharing economy” in famiglia»


La vicepresidente per le strategie globali di ManpowerGroup sottolinea l’importanza di condividere la gestione dei figli


Donne e lavoro, Swan: «Bisogna portare la “sharing economy” in famiglia»

L’Italia è un unicum europeo, soffre un mix deprimente per l’economia e per la natalità. Il Paese ha il primato negativo per tasso di fecondità (1,3 figli per donna) che si unisce a una delle più basse partecipazioni al mercato del lavoro e a un basso tasso di occupazione femminile, poco meno del 50 per cento delle donne in età da lavoro sono effettivamente occupate. Nei paesi nordeuropei la relazione è invece contraria e positiva, lavorano più donne e nascono più bambini. Mara Swan, vicepresidente esecutiva per le strategie globali di ManpowerGroup, ritiene che la condizione dell’occupazione femminile potrebbe peggiorare con l’avanzare dell’automazione dei processi che richiede abilità tecniche per ora appannaggio degli uomini. Per risolvere – o almeno cominciare a farlo – il problema della bassa natalità in un Paese dalla demografia declinante, dove gli over 60 hanno superato gli under 30, secondo Swan è utile cominciare dall’economia “domestica”.

Mara Swan

La digitalizzazione dei processi produttivi quali prospettive offre per l’occupazione femminile?

«La digitalizzazione impatterà il middle management dove la maggiore parte delle donne sono impiegate. Questa è la parte negativa. Le donne sono importanti nel processo di digitalizzazione perché hanno capacità e volontà maggiore di imparare, mentre gli uomini non hanno una predisposizione così elevata a imparare e a possedere nuove abilità. Le donne si laureano a tassi più elevati e con voti migliori degli uomini, è vero. Tuttavia gli uomini si laureano a un ritmo maggiore nelle facoltà che abilitano a capacità tecniche, come l’information technology per cui c’è una maggiore offerta di lavoro. Quindi le donne possiedono quelle capacità sociali (social skills) di cui c’è bisogno nel processo di digitalizzazione, ma gli uomini possiedono le capacità tecniche in maggiore numero. E i numeri sono demoralizzanti perché non aumentano le donne laureate in information technology e ingegneria».

Quindi quale policy attuare?

«Abbiamo bisogno che le donne si laureino in quelle facoltà che abilitano a lavori maggiormente necessari per il processo di digitalizzazione, quindi penso che dovremmo o incoraggiare le donne o anche fare training in azienda in modo che quell’attitudine maggiore all’apprendimento sia sfruttata con l’insegnamento di capacità tecniche. Se non lo facciamo le donne perderanno comunque posti di lavoro a un tasso più alto degli uomini in futuro».

Abbiamo due problemi grandi al momento: bassa penetrazione delle donne nella forza lavoro e una demografia fiacca. È un circolo vizioso per l’Italia. 

«L’Italia ha un problema molto simile a quello del Giappone. Il primo ministro Shinzo Abe ha detto di volere aumentare l’occupazione femminile, non so se avrà successo ma almeno ne ha parlato seriamente. In Italia c’è bisogno di aumentare l’occupazione femminile: sia governo sia imprese devono cercare di avere una strategia in proposito. Se non c’è un aumento della natalità né una politica positiva sull’immigrazione con l’impiego di persone con alte abilità il risultato è solo un grande problema economico».

Le piattaforme digitali e il lavoro da remoto e part-time non sono sufficienti a permettere di dedicare più tempo alla famiglia sia per i padri sia per le madri?

«È soprattutto una questione sociale. Per esempio, mio marito sta a casa con i nostri bambini. Penso che debba cambiare il modo in cui le donne lavorano. In Italia le donne sono viste come coloro che devono prendersi cura dei bambini, è una scelta. Si può scegliere in coppia come allevare i figli. E a volte l’uomo è più equipaggiato o guadagna meno della donna e può restare a casa, ma anche viceversa. L’economia delle piattaforme dà questa opportunità a entrambi con un lavoro da remoto, a casa, e magari part-time, quindi più flessibile. È quindi possibile bilanciare il proprio lavoro con la vita familiare molto meglio rispetto a un lavoro che ti mantiene in ufficio o che ti fa viaggiare per il mondo, come succede a me per esempio. C’è quindi soprattutto bisogno di una “sharing economy” familiare, in cui il ruolo genitoriale non è svolto da un solo genitore, in Italia è comunemente la madre che si dedica ai figli. La “sharing economy” in famiglia, ovvero una condivisione della gestione della prole, è decisamente un elemento fondamentale».

L'autore

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. E' al Foglio dall'autunno 2012, coordina la redazione economica. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards, il premio Biagio Agnes e il premio The News Room intitolato a Fabrizio Forquet.