Gamification: quando lavorare diventa un gioco


C’è chi si è guadagnato un impiego uscendo da un’ Escape room o giocando a Farmville


Gamification: quando lavorare diventa un gioco

 

Cacce al tesoro, feste “a ostacoli”, speed-date (professionali) al buio. Chi l’ha detto che lavorare è noioso? C’è una tendenza che da qualche anno sta portando una ventata di aria fresca negli ambienti di lavoro di ogni ordine e grado: la gamification. Avete presente i videogames? Ecco, applicateli a un percorso di formazione e-learning, alla selezione di un nuovo collaboratore o più semplicemente alla vendita di un prodotto o servizio e il gioco è – letteralmente – fatto. Il termine è diventato di uso comune nel 2010 per merito di Jesse Schell, professore della Carnegie Mellon University, che a Las Vegas anticipó il boom del gaming: «Uscirà dalla consolle e dai pc per entrare in ogni momento della nostra vita. Finanche lavarsi i denti potrà portarci qualche bonus» – assicurò. Non sbagliava.

A quasi 10 anni di distanza, la gamification è ovunque. Le aziende hanno iniziato a replicare il meccanismo ludico tipico dei giochi con un obiettivo chiaro: attirare l’attenzione della propria audience, soprattutto tra i più giovani. Sempre di più infatti la gamification si fa strada nel mondo del marketing, così come in quello del sociale e delle HR, per intercettare i nati nel nuovo millennio (la cosiddetta Generazione Z). Pare che circa i 2/3 delle aziende italiane abbia in cantiere progetti di questo tipo, soprattutto per recruiting e formazione, tanto che sono nate delle agenzie specializzate in questo genere di attività. È il caso di Friendz, azienda di digital marketing fondata da Cecilia Nostro, Alessandro Cadoni, Daniele Scaglia e Giorgio Pallocca. Tra le loro specialità c’è proprio l’organizzazione di colloqui di lavoro non tradizionali. «Abbiamo iniziato a sperimentare su noi stessi – confida Cecilia Nostro – quando abbiamo fondato Friendz eravamo alla nostra prima esperienza professionale o quasi, quindi quando ci siamo ritrovati a dover assumere altre persone ci siamo detti: con quale credibilità ci mettiamo dall’altra parte della scrivania per fare un colloquio? Non siamo navigati capi d’azienda. Così abbiamo organizzato una festa via Facebook». In tanti hanno risposto all’invito e una volta alla festa si sono sfidati in prove attitudinali, con tanto di escape room da cui uscire in massimo 60 minuti. In palio: un posto di lavoro, anzi tre. Perché i tre vincitori sono entrati a far parte del team.

Ma Friendz non è un caso isolato, tutt’altro. La gamification è sempre più utilizzata nei processi di selezione del personale perché consente di pensare “outside the box”, fuori dagli schemi. Mentre in un colloquio tradizionale i candidati tendono a preparare delle risposte preimpostate, con il gioco il candidato mostra la parte più vera di sé così le aziende possono testare anche tutte quelle attitudini che dal classico CV emergono poco, come creatività, problem solving, gestione dello stress. È d’esempio il caso di UBI Banca che ha da poco lanciato l’App “UBIverse: metti in gioco le tue competenze”. L’app si rivolge a studenti e giovani lavoratori ed è pensata per dare loro l’opportunità di conoscere la banca da un nuovo punto di vista, ricevendo utili consigli per affrontare il mondo del lavoro e le sue prime sfide. I partecipanti si ritrovano immersi in un’avventura lavorativa ambientata nel futuro, in un mondo in cui la tecnologia è importante ma il fattore umano continua a fare la differenza. Il gioco è strutturato per condurre il partecipante al superamento di diverse prove in 3 fasi. La prima si basa sull’importanza delle competenze relazionali per creare un team eterogeneo capace di valorizzare le abilità e i punti di forza di tutti; la seconda punta alla dimensione cognitivo-gestionale e prevede enigmi logico-matematici, domande sull’attualità, sulla tecnologia e sull’evoluzione del mondo bancario mentre la terza fase testa la prontezza del giocatore con l’obiettivo di arrivare ad aprire un caveau, seguendo prove con livelli di difficoltà crescenti. Al termine del percorso, il giocatore avrà di fatto realizzato un curriculum vitae virtuale elaborato sulla base degli obiettivi raggiunti e potrà quindi candidarsi su LinkedIn per le posizioni lavorative aperte in UBI Banca.

Ma la tendenza è davvero globale. Si pensi alla catena di hotel Mariott che nel campo ha fatto da precursore. I candidati per una posizione di lavoro devono affrontare una simulazione interattiva, simile al gioco Farmville, ricoprendo il ruolo di manager dell’hotel o responsabili delle cucine, portando a termine obiettivi giornalieri e guadagnando punti che di volta in volta li condurranno alla meta. Qualcosa di simile l’ha fatto anche L’Oréal, usando un gioco denominato “Reveal” con cui i partecipanti hanno sperimentano il lancio di un nuovo prodotto o altre situazioni lavorative in cinque settori aziendali: Finance & Controlling, Marketing, Operations, Research & Innovations, Sales & Developement. Il candidato-giocatore è messo in competizione con altri partecipanti e al termine della partita raggiunge un punteggio che potrà consentirgli di accedere a premi materiali e, soprattutto, di essere selezionato per il processo di recruitment aziendale vero e proprio.

Non solo, anche la formazione si fa sempre più giocando. Pare, infatti, che il gioco sia più efficace per memorizzare e dunque imparare. Si pensi, in effetti, a quanto velocemente si apprendono determinati “movimenti” quando si gioca con un videogame. Senza contare che da anni, alcuni settori, come quello militare o del trasporto aereo, utilizzano giochi simulativi per l’addestramento. Come ricorda Fabio Viola, vero e proprio guru della gamification, infatti, il gioco cattura l’attenzione, innesca dinamiche di competizione, crea coinvolgimento (il tanto ricercato engagement) e stimola comportamenti virtuosi.

Pensate che finanche l’emiro di Dubai per il suo Dipartimento del Turismo ha voluto introdurre la dinamica del gaming, creando il programma “Dubai Expert”: un gioco digitale che forma e certifica le migliori guide turistiche in modo che siano sempre pronte e informate sulle nuove attrazioni. Il tasso di utilizzo tra i professionisti del travel è elevatissimo. In palio, dopo aver superato le 20 missioni previste dal gioco, il tanto rinomato bollino di qualità per operare nell’emirato, conquistandosi – ça va sans dire – la fiducia dell’emiro.

L'autore

Silvia Pagliuca

Silvia Pagliuca Giornalista professionista e Comunicatore pubblico, è laureata in scienze e tecnologie della comunicazione, con Master in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale e Master in giornalismo presso il campus IULM - Mediaset. Scrive di lavoro, startup, innovazione e imprenditoria per Corriere della Sera, Corriere Imprese e Corriere del Trentino. Collabora come copywriter e consulente in comunicazione per diverse realtà pubbliche e private.