Società, mercati e populismi: James Robinson al Festival dell’Economia


Per il direttore del Pearson Institute il populismo fa male al Pil


Società, mercati e populismi: James Robinson al Festival dell’Economia

«Il populismo si afferma quando la società diventa più polarizzata, quando i conflitti superano il livello di guardia, quando le istituzioni non sono più capaci di ascoltare». James Robinson, politologo ed economista, docente dell’Università di Chicago e direttore del Pearson Institute for the Study and Resolution of Global Conflicts, apre così il 14° Festival dell’Economia di Trento. Un’edizione che si concentra su un tema straordinariamente attuale: il rapporto tra “Globalizzazione, nazionalismo e rappresentanza”. Perché mai come quest’anno è doveroso chiedersi: cosa scatena i populismi? E soprattutto, cosa comportano per le nostre società e per le nostre economie?

James Robinson al Festival dell’Economia

«Negli ultimi anni in molti Paesi si è assistito all’affermazione di partiti che contrappongono il popolo all’élite e che invocano il protezionismo e il ripristino della sovranità nazionale – afferma Tito Boeri, direttore scientifico del Festival -. L’ideologia è relativamente semplice: c’è un popolo inteso come un blocco omogeneo cui si contrappone un’èlite altrettanto omogenea nell’essere corrotta e lontana dai problemi dei cittadini. In mezzo a queste due entità non c’è spazio per i corpi intermedi». Partendo da questa riflessione James Robinson – che con l’economista Daron Acemoglu ha recentemente pubblicato “The Narrow Corridor: States, Societies, and the Fate of Liberty, Kindle Edition” – prova a tracciare un identikit del populismo. Un fenomeno che definisce «eterogeneo, intriso sì di ideologia ma anche di strategia politica». Un movimento rischioso, quindi, secondo lo studioso, in quanto pronto a demolire le istituzioni esistenti e a modificare le architetture costituzionali, proponendo un concetto non pluralistico della società.

E l’assenza del pluralismo è ciò che più potrebbe mettere a rischio il riconoscimento dei diritti altrui, tanto che Robinson ricorda il celebre principio di Martin Niemöller, secondo cui: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare».

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Ma non solo una società populista è contraria alla democrazia liberale, essa è, secondo lo studioso, anche dannosa per le economie. «Solo ritrovando un equilibrio tra governo e società – assicura Robinson – potremo garantire la prosperità economica». Ma ciò potrà accadere solo se le élite ammetteranno e riconosceranno i problemi che fino a oggi hanno preferito ignorare. «Le disuguaglianze sono più evidenti che mai così come la distanza sociale tra il centro e le periferie. L’analisi del voto per Brexit lo spiega chiaramente: ci sono interi territori rurali della Gran Bretagna che hanno votato per il “leave” perché sono sempre stati trattati come “luoghi fantasmi”. E la cosa peggiore è che i sostenitori del “remain” non hanno accettato il confronto, preferendo negare piuttosto che ascoltare».

Sono d’esempio anche gli Stati Uniti con Trump, la cui campagna elettorale è stata giocata sullo slogan forte “America first” e sulla contrapposizione tra le “sue persone” – i sostenitori – e le “altre persone” – i nemici –. E la stessa Europa non è da meno, messa a dura prova com’è dalle migrazioni. Perché il propagarsi del populismo, chiarisce Robinson, è favorito da un duplice schema narrativo: da un lato si ostenta una naturale grandezza e dall’altro si mette in guardia il popolo da una potenziale, quanto concreta, minaccia. «Per questo – conclude lo studioso – è essenziale tornare a comprendere i fenomeni reali e a colmare le distanze sociali, rendendo la politica più rappresentativa. Solo con più democrazia, e non meno, potremo pensare di raggiungere la prosperità economica e sociale».

L'autore

Silvia Pagliuca

Silvia Pagliuca Giornalista professionista e Comunicatore pubblico, è laureata in scienze e tecnologie della comunicazione, con Master in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale e Master in giornalismo presso il campus IULM - Mediaset. Scrive di lavoro, startup, innovazione e imprenditoria per Corriere della Sera, Corriere Imprese e Corriere del Trentino. Collabora come copywriter e consulente in comunicazione per diverse realtà pubbliche e private.