Scabbio: «La politica migliori le sue skills per stare al passo dell’innovazione»


Migliorare le competenze per restare nel mercato del lavoro è un tema per le persone ma serve anche ai politici


Scabbio: «La politica migliori le sue skills per stare al passo dell’innovazione»

L’Italia ha l’imperativo di aggiornare continuamente le abilità di tutti i lavoratori, di riqualificare e di ridistribuire alcuni dipendenti. Di cambiare dei modelli di business, di formare nuovi talenti con abilità tecnologiche. Così dice Stefano Scabbio, presidente Area Mediterranea e Sud-Est Europa di ManpowerGroup dove è entrato nel 2003 come direttore finanziario. Il 45 per cento delle aziende intervistate da Manpower in 43 Paesi riscontra difficoltà crescenti nel trovare lavoratori con le giuste competenze, e l’Italia soffre un ritardo dovuto alla incapacità di dialogo tra pubblico e imprese. «Questa tensione – dice Scabbio – crea anche una tensione sociale che però non si può risolvere con il reddito di cittadinanza, che è diseducativo. Serve una strategia di lungo periodo che una politica abituata a parlare alla pancia, su temi quotidiani, ancora non riesce a produrre».

Stefano Scabbio

È giustificato il timore, diffuso anche dai media, di un collasso dell’occupazione dovuto al divario di competenze offerte dalle persone in età da lavoro e quelle ricercate dalle aziende?

«È un argomento controverso, uno dei maggiori topic di discussione nelle ultime due edizioni del forum di Davos. L’anno scorso la tendenza era molto più pessimista nel valutare la forte disruption che la tecnologia potrebbe portare nel mercato del lavoro. Penso vada ridimensionato. Le aziende, come vediamo, stanno attraversando un importante momento di trasformazione che deriva dal fatto che i modelli di business stanno cambiando rapidamente. È una trasformazione digitale anche nel manifatturiero che richiede competenze e abilità molto diverse. La prima sfida per le aziende è che devono trovare delle abilità che spesso non esistono nel mercato per soddisfare in maniera sufficiente le loro richieste. C’è una tensione molto forte perché altrimenti le imprese non possono attuare le proprie strategie e continuare a essere competitive».

Come posso costruire queste skill velocemente?

«È la sfida maggiore per le aziende in questo momento. Noi le stiamo aiutando tramite assessment (valutazione, ndr) delle persone sulla parte di hard skills e le soft skills che è preponderante. Oggi possiamo avere una fotografia chiara di una persona, delle sue abilità, delle sue competenze e dei margini di miglioramento, così da completare il percorso personale in modo da soddisfare la domanda delle imprese. Questo va fatto coinvolgendo le aziende nel percorso. Perciò, tre anni fa, abbiamo lanciato il modello di Academy delle competenze, l’Experis Academy, nella motor valley italiana, a Maranello, con Dallara e Ferrari. È l’Industry 4.0 applicata alla formazione. Lì produciamo sia competenze molto tecniche per l’automotive sia abilità tecnologiche molto specifiche come Java Developers e Business Analysts. Poi abbiamo lanciato il modello Academy a livello europeo: in Uk, Polonia, Spagna, Germania, Repubblica Ceca, Svezia, Norvegia, Stati Uniti. A oggi il programma ha raggiunto obiettivi brillanti con oltre 25 programmi di formazione completati e più di 4 mila persone coinvolte, tutte inserite poi nel mercato del lavoro nei specifici settori. Questo rappresenta, per noi, uno degli esempi virtuosi di come sia possibile superare gli individualismi per convergere su soluzioni che rispondano a problemi comuni e che possano favorire la costruzione di un futuro condiviso. Avremo un decennio con un aumento della disoccupazione nel quale usciranno dal mercato i lavoratori con mansioni ripetitive e poi, dopo un decennio, ci sarà un nuovo aumento occupazionale con nuovi tipi di impiego, è un ciclo già visto in passato».

Tuttavia superare questo decennio di declino occupazionale è una questione cruciale per i governi. L’Italia ha cercato di farlo con il reddito di cittadinanza. Cosa ne pensa?

«La sfida di tutti i governi è come fare a chiudere la ‘forbice’ tra le esigenze delle imprese e le competenze dei lavoratori. Il problema non è tanto il reddito di cittadinanza, che non è una soluzione. Il tema è come possiamo dedicare risorse, pubbliche o private, alla formazione di queste persone espulse dal mercato in modo che possano rientrare con competenze adeguate per cominciare a lavorare. In Lombardia le politiche attive del lavoro della Regione hanno fatto registrare la migliore prestazione, usando agenzie del lavoro e altri provider. La Lombardia ha statistiche ottime per tasso di re-impiego, a un tasso di circa il 40 per cento. È un modello regionale, difficilmente espandibile. Bisogna stimolare anche gli imprenditori a mettere risorse per recuperare il divario e ridurre la ‘forbice’ tra chi ha nuove abilità e chi non ne ha, in modo da ridurre contestualmente il livello di tensione sociale che ne consegue».

C’è un collegamento tra l’insicurezza di un impiego (o del re-impiego per chi è in età avanzata) e il consenso accordato a partiti populisti?

«Un momento di incertezza con una crescita del populismo così forte è dovuto certamente a una condizione di disagio vissuta dalle persone che non hanno fiducia nel futuro e non vedono opportunità. Il reddito di cittadinanza, un sussidio, può funzionare se inteso come aiuto alla povertà, funziona così in Sud America. Ma è solo così che va inteso, vincolato a delle soglie di povertà. Il messaggio che si dà, per come costruito in Italia, è sbagliato: elargisco del denaro senza una contropartita in lavoro, è un incentivo a non lavorare. Invece bisogna incentivare le persone a fare un percorso di valutazione delle proprie capacità, in base a quello disporre delle risorse per finanziare la crescita personale in formazione, e dare una relativa garanzia di impiego. In questo ci deve essere anche un impegno corale delle persone, del governo e delle imprese. Questo è un sistema virtuoso per la persona».

Vede una opportunità di sviluppo di politiche attive utili a contrastare disoccupazione e calo demografico?

«Vediamo tantissima campagna elettorale con frasi che colpiscono la pancia, ma non migliorano le condizioni di vita. Abbiamo un tasso di fertilità tra i più bassi d’Europa, nemmeno vicino alla soglia di sostituzione che serve a mantenere identica la quota di popolazione. Anche su questo non abbiamo campagne mirate di incentivazione alla maternità o di inclusione maggiore delle donne nel mercato. Lo stesso vale per l’immigrazione, non si può rinunciare a un apporto di forza lavoro dall’estero: dire di chiudere i porti non serve, serve una selezione come avviene in Germania. Lì insegniamo la lingua agli immigrati e diamo un avviamento al lavoro, con un corso di tre mesi, segue un assessment personale e poi c’è l’ingresso in azienda per un periodo di sei mesi che in caso di reciproca soddisfazione può essere rinnovato per altri sei mesi. In Italia di questo non si parla nei termini in cui se ne discute in Germania dove il governo dà un contributo economico, ovvero fa un investimento, per l’inserimento degli immigrati».

Eppure in Italia c’è una sindrome per cui difficilmente pubblico e privato si contaminano virtuosamente, questo provoca anche incapacità di dialogo tra imprese e settore dell’istruzione.

«È un’economia di collaborazione, siamo in un’economia collaborativa. Se gli stakeholder si scontrano il Paese non può evolvere. Se abbiamo diversi giovani che escono dalla scuola non preparati per entrare in azienda è un grosso problema: se le scuole non creano le competenze con una prospettiva di quello che servirà al mercato nei prossimi cinque anni partiamo già in ritardo. Siamo un Paese in cui purtroppo la visione del futuro è piuttosto limitata. Capire cosa ha bisogno un paese per crescere e fare vivere bene la popolazione è un tema affrontato e sviluppato da pochi. Non c’è una visione di cosa l’Italia vuole essere nei prossimi dieci anni. Non esiste. Si parla ogni giorno di un tema diverso in funzione di attimi e non di una strategia per fare diventare un paese con potenzialità enormi quello più produttivo. Non ci manca nulla. Ci manca una politica con una strategia di medio periodo e capace di svilupparla. Oggi questo non c’è. Dovremmo fare un assessment anche della classe politica. A parte le battute, dobbiamo chiederci tutti noi se siamo disposti a imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. Questo riguarda tutti».

 

L'autore

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. E' al Foglio dall'autunno 2012, coordina la redazione economica. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards, il premio Biagio Agnes e il premio The News Room intitolato a Fabrizio Forquet.