Dai cool hunter ai web buyer: come cambiano le professioni del fashion


Guardare al futuro del lavoro nel settore moda significa anche fare i conti con i gusti dei Millennials


Dai cool hunter ai web buyer: come cambiano le professioni del fashion

«Qualcuno sa dirmi perché il mio caffè non è ancora qui? È morta per caso?». Ecco una delle frasi che ha reso celebre Miranda Priestley, la temutissima direttrice della rivista Runway ne Il diavolo veste Prada. Ma a 13 anni dall’uscita dell’iconico film, lavorare nella moda è ancora così desiderato e al tempo stesso temuto? LINC Magazine, guidata da Experis Manpower Fashion & Luxury, osservatorio privilegiato sulle HR del settore, ha fatto un’incursione nel comparto più patinato di sempre per scoprire le nuove tendenze in fatto di carriere. Anzitutto: il contesto. Secondo il report “The State of Fashion” elaborato da McKinsey e Business of Fashion, il 2019 sarà un anno di crescita per il settore del lusso mentre il fast fashion potrebbe rallentare. Crescerà, al tempo stesso, in maniera esponenziale il mercato cinese e sarà l’anno della self disruption: i brand ripenseranno se stessi, con un’inevitabile ripercussione nella scelta delle persone da inserire nei loro organici. Sempre più importante nell’agenda dei CEO delle case di moda sarà inoltre la sostenibilità, grazie anche alla pressione positiva esercitata dalle nuove generazioni.

E continuerà la galoppata del digital: non esiste brand, infatti, che possa restare distante dal commercio 2.0 e dai social network. Da qui, la grande attenzione per figure specializzate come: social media manager, virtual visual merchandiser (una sorta di vetrinista 2.0 che rende più attrattive le esperienze di vendita online), webstore manager e web buyer (ovvero l’addetto agli acquisti dal web e per il web). Professionalità che si aggiungono a quelle da sempre ricercate sul mercato, come cool hunter (cacciatori di tendenze), progettisti e fashion stylist. Non solo: ragionare in ottica generalista è ormai decisamente “out”. Ecco quindi per i brand l’esigenza di dotarsi di abili fashion country manager capaci di definire il miglior posizionamento del marchio sui mercati stranieri, promuovendo approcci creativi al business. Altrettanto richiesti sono i fashion event coordinator (quasi dei cool hunter delle arti visive) e i fashion designer manager, ovvero coloro che elaborano le tendenze e le traducono in abiti e accessori, lavorando sul brand a 360 gradi. Un cambiamento che si ripercuote nella comunicazione, sempre più fluida, immediata, diretta, tanto da coinvolgere brand ambassador, influencer e finanche i sales assistant. Sì perché la corrispondenza tra i valori espressi dal brand e le persone assunte è imprescindibile. Ad esempio, se il marchio è irriverente e non convenzionale, è preferibile assumere persone che abbiano un’immagine corrispondente, magari con tatuaggi in vista o tagli di capelli caratterizzanti. Nelle selezioni, però, l’elemento che in assoluto conta di più è la passione. Impossibile altrimenti sopportare i ritmi di un settore che spesso corre a orari impensabili per qualsiasi altro lavoro. Si pensi a quanto accade in corrispondenza della settimana della moda o in vista del lancio di nuove collezioni.

Ma se la flessibilità e la capacità di gestire lo stress attengono alle cosiddette soft skills, cosa accade sul fronte delle hard skills? In questo caso, le competenze richieste variano molto a seconda del ruolo e del reparto in cui si opera. Di conseguenza, sono diverse anche le opzioni perseguibili per la formazione. Esistono accademie della moda, academy interne alle aziende e corsi specifici per chi lavora nella produzione, dai corsi per modellista CAD a quelli per fashion designer. È ormai chiaro, infatti, che crescere “a bottega”, come accadeva fino a qualche tempo fa, non basta più. È necessario diffondere la piena cultura della moda in tutti i settori: non basta saper cucire una borsa, bisogna anche conoscerne approfonditamente i materiali. La formazione, quindi, diventa centrale, specie per le future generazioni. Ancora: guardare al futuro delle professioni nel settore moda significa fare i conti con i Millennials. Dal 2020, infatti, il 50% delle persone impiegate nel comparto sarà nato tra il 1981 e il 1996. I brand sono quindi chiamati a intercettare nuove esigenze, come quella del job hopping che non risparmia neanche il fashion. Dopo aver utilizzato come leva di attraction per molti anni quasi esclusivamente la notorietà, ora le aziende devono mettersi in gioco diversamente per conquistare (e trattenere) i migliori candidati. Possibili strategie includono: pacchetti di welfare, esperienze internazionali, piani di sviluppo delle carriere, migliori retribuzioni, attenzione alla sostenibilità.

Come si diceva, infatti, anche la moda sta iniziando a dimostrare una maggiore attenzione alle tematiche di Corporate Social Responsibility, proprio perché molto care ai Millennials. Last, but not least: le retribuzioni. Nel retail variano sensibilmente tra la linea fashion, la premium e la luxury e a seconda dell’ubicazione del negozio. Uno store manager in una boutique del quadrilatero della moda di Milano, ad esempio, può arrivare a guadagnare anche 80 o 100 mila euro annui. Lo stesso ruolo in un negozio di provincia può valere quasi la metà in busta paga per poi scendere ulteriormente se si lavora in un centro commerciale o in un outlet. Nel mondo dell’operation, invece, tutto dipende dal ruolo e dalla specificità della propria figura. Per profili strategici come un modellista della piccola pelletteria con un’anzianità di servizio media si può andare dai 50 fino agli 80 mila euro annui. Non male, sempre che si riesca a resistere alla “diabolica” Miranda Priestley.

L'autore

Silvia Pagliuca

Silvia Pagliuca Giornalista professionista e Comunicatore pubblico, è laureata in scienze e tecnologie della comunicazione, con Master in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale e Master in giornalismo presso il campus IULM - Mediaset. Scrive di lavoro, startup, innovazione e imprenditoria per Corriere della Sera, Corriere Imprese e Corriere del Trentino. Collabora come copywriter e consulente in comunicazione per diverse realtà pubbliche e private.


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