Tornare a parlare di lavoro?


La risposta della popolazione al reddito di cittadinanza è stata la richiesta di un impiego


Tornare a parlare di lavoro?

L’effetto collaterale – positivo almeno questo – della propaganda di governo sull’introduzione del reddito di cittadinanza è stato quello che, una volta sperimentate ed esaurite vie esoteriche alla creazione di impieghi, si può tornare a parlare di lavoro per davvero. Il reddito di cittadinanza è stato proposto come una misura di integrazione al reddito con la finalità di inserire nel mercato del lavoro la fascia di popolazione in condizioni di povertà. Un’ambizione complessa che non si sta traducendo in realtà soprattutto perché, a valle, ovvero nella fase di offerta di un impiego ai percettori del sussidio, ancora non sono stati attivati gli strumenti pensati come adatti per riuscirci. I cosiddetti navigator, figure da assumere nei centri per l’impiego gestiti dalle regioni per trovare lavoro a chi non ne ha, non sembrano né adatti né efficaci.
 Al di là della riuscita a dir poco difficoltosa del meccanismo, è interessante notare come a latere della narrazione politico-mediatica del reddito di cittadinanza, nel dibattito nazionale all’offerta di “sussidio” si è contrapposta la richiesta “vogliamo lavorare”. Il primo richiedente a Milano al Caf della Camera del Lavoro, Mustapha Aarboubi, 56 anni, originario del Marocco e in Italia da quindici, aveva detto di essere pronto «ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, ho bisogno di lavorare» perché 780 euro per alcuni mesi possono andare ma ovviamente vorrebbe un salario di 1.200 euro a fronte di una prestazione lavorativa. Il signor Aarboubi, come altri probabilmente, spera insomma che l’automatismo sottostante al reddito di cittadinanza funzioni senza intoppi da monte (il sussidio) a valle (l’impiego). Anche dai siti produttivi in crisi, dall’ex Fiat di Termini Imerese ai lavoratori del settore oil & gas di Ortona in Abruzzo, la risposta all’idea di un sussidio offerta da esponenti di governo del Movimento 5 Stelle è stata la stessa: «Non vogliamo soldi, vogliamo lavorare»

Alla popolazione, ma non alla politica, è dunque chiaro che non è necessario “abolire la povertà” con la bacchetta magica ma creare lavoro con il più intuitivo degli automatismi, benché complesso, ovvero creare crescita economica e le condizioni per riuscirci. Probabilmente il reddito di cittadinanza non è il modo per farlo, tanto che con quella misura la diseguaglianza si ridurrà di poco e i consumi potranno crescere in modo quasi impercettibile per via dell’aumento della capacità di spesa dei percettori che, peraltro, sono in numero inferiore rispetto alle attese della politica. Dunque il problema resta e ora viene sollevato con maggiore forza proprio perché si discute di sussidi mentre il Paese è entrato in recessione.

Di lavoro, in realtà, si parla da sempre in quanto migliorare il tasso di occupazione, ridurre quello di disoccupazione e aumentare la partecipazione della popolazione in età lavorativa alla forza lavoro, è una esigenza cronica dell’Italia. Le riforme si susseguono da molti anni ma il fatto che le cose non cambino granché significa che il problema viene affrontato in modo parziale. Un miglioramento, per esempio, si è avuto con il Jobs Act con un cambiamento forte dell’articolo 18 che ha comportato una riduzione drastica delle cause di lavoro che erano uno dei freni all’assunzione lamentato dagli imprenditori. Un altro modo è quello di migliorare il dialogo tra scuole e imprese perché la popolazione italiana più giovane non ha in simpatia i lavori tecnici, come invece avviene tra i giovani tedeschi, e non si abitua ad avere un rapporto con le attività produttive fin dalla scuola superiore. Ci sono regioni come il Trentino Alto Adige o la Lombardia dove il dialogo tra lavoro e formazione avviene in modo fluido e i centri per l’impiego sono in grado di monitorare la situazione locale, dove c’è offerta di lavoro, e potrebbero creare delle partnership con le regioni e le province più in difficoltà, dove ci sono situazioni di desolazione occupazionale. Per fare partecipare alla vita lavorativa i più giovani non si può inseguire il falso mito della staffetta generazionale attraverso prepensionamenti che, si dice a torto, libererebbero spazio per l’ingresso dei più giovani. Semmai è utile una programmazione da parte delle imprese per i lavoratori più anziani arrivati alla fine della loro carriera. Si può fare con politiche di invecchiamento attivo, impiego part-time e gradualità di pensionamento, in affiancamento ai nuovi assunti.Purtroppo anche parlare di lavoro, lavoro, lavoro non basta per crearlo. Sarebbe un punto di partenza fondamentale quello di creare continuità nelle riforme a prescindere dalla discontinuità istituzionale in modo che gli esecutivi, che caotici si susseguono in Italia, prendano quel che di buono è stato fatto dai predecessori senza volere buttare via tutto per tentare di fare qualcosa di nuovo ma senza successo. Altrimenti l’unico effetto è quello di creare disorientamento senza cambiare nulla.

L'autore

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. E' al Foglio dall'autunno 2012, coordina la redazione economica. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards, il premio Biagio Agnes e il premio The News Room intitolato a Fabrizio Forquet.