Il nuovo umanesimo di industria 4.0


Marco Bentivogli, segretario generale metalmeccanici Fim-Cisl, racconta la trasformazione del lavoro in fabbrica


Il nuovo umanesimo di industria 4.0

Invoca un nuovo Rinascimento, fatto di “uomini universali” capaci di dialogare con intelligenze diverse, ma complementari, come i robot. Marco Bentivogli, segretario generale metalmeccanici Fim-Cisl, parla più come un guru dell’informatica che come un sindacalista. E forse il suo segreto sta proprio qui: aver compreso fino in fondo le ragioni del cambiamento, senza pregiudizi, guardando alla cultura, più che alle sole tecnologie. Si scopre così che guai a predire la fine del lavoro: «È la peggiore fake news di sempre» assicura. Basta guardare al Giappone, Paese dall’avanzatissimo livello tecnologico in cui la disoccupazione è appena al 2,5%. Meglio, quindi, concentrarsi sull’evoluzione delle skill. «Perché come scrive Yuval Noah Harari», avverte Bentivogli,«in futuro, creare nuovi posti di lavoro potrebbe essere più semplice che formare le persone che dovranno occuparli».

Bentivogli, il suo libro, intitolato provocatoriamente “Abbiamo rovinato l’Italia?”, muove una critica sincera alle organizzazioni sindacali. Quale futuro immagina per il sindacato posto di fronte alle sfide dell’innovazione disruptive?

«Uno degli errori che abbiamo compiuto in questi anni è stato quello di pensare che tutto restasse uguale. In troppe occasioni non siamo riusciti ad anticipare il cambiamento: del lavoro, della produzione, della società. Ma il sindacato è una delle più belle forme di solidarietà collettiva e per questo deve cambiare. Ne parlo anche nel mio ultimo libro “Contrordine Compagni. Manuale di resistenza alla tecnofobia per la riscossa dell’Italia e del lavoro”. Rispetto alle sfide dell’innovazione, credo infatti siano necessarie scelte radicali, rifondative e rigeneratrici senza le quali il sindacato si condanna all’irrilevanza. Ciò significa comprendere che il lavoro del futuro non sarà né autonomo né propriamente dipendente e riprogettare l’ecosistema in maniera sostenibile e democratica, mettendo al centro l’uomo»

La sfida, quindi, si basa sul capitale umano, ma uno dei problemi più sentiti
nel mondo del lavoro è il disallineamento dei talenti e delle competenze. Come si colma questo gap?

«Nei prossimi cinque anni serviranno 469 mila tecnici specializzati per soddisfare le richieste delle imprese e 400 mila informatici di nuova concezione. Già oggi il 33% delle professionalità tecniche risulta introvabile. Non solo: il 42% delle imprese metalmeccaniche non trova competenze digitali, il 48% neanche quelle “generiche”. Il nostro, però, è il Paese del Rinascimento: dobbiamo attingere a quell’esperienza per riformare i sistemi educativi e formativi, immaginando nel futuro un’idea di “uomo universale” che inscriva le necessarie competenze tecniche nel quadro di un più vasto orizzonte di conoscenze umanistiche. Queste ultime sono necessarie anche per sostenere sul piano psicologico le prove che i sempre più numerosi cambi di lavoro comporteranno. Per combattere la skill obsolescence, quindi, l’istruzione dovrà essere centrale. Per questo, nel contratto metalmeccanico abbiamo inserito il diritto soggettivo alla formazione e anche le imprese dovranno fare la loro parte»

La “fine del lavoro” per mano delle nuove tecnologie è dunque una fake news?

«Non solo è una fake news ma è forse la peggiore di sempre perché gioca sulla paura delle persone. Viene perpetrata con la stessa retorica tecnofoba che vi fu tra la Seconda e la Terza Rivoluzione Industriale. Personalmente, sono convinto che big data, blockchain, intelligenza artificiale e biotecnologie, modificheranno gli spazi e i tempi del lavoro, ma saranno ben lontane dalla “dematerializzazione assoluta”. Anche perché, come dice l’amico Corrado La Forgia, “i bit per molti anni ancora profumeranno di olio minerale”.

Il rapporto tra uomo e macchina, dunque, sarà osmotico e non inibirà né lo sviluppo creativo dell’intelligenza umana né le capacità della macchina»Da questa trasformazione saranno interessate anche le PMI?

«Le fabbriche nell’epoca di Industria 4.0 si comportano come insiemi tecnologici unitari in grado di rispondere in modo più flessibile, personalizzato e veloce alle esigenze della domanda. Questo vale per le grandi imprese, ma soprattutto per le PMI e le imprese artigiane che, proprio grazie a tecnologie come l’AI e blockchain, potranno trovare uno sviluppo inedito e far crescere la loro produttività. Il problema quindi è meno tecnologico e più culturale»

Intanto, l’Italia ha “sperimentato” misure come il piano Industria 4.0
e il reddito di cittadinanza. È questo ciò che serve per non restare indietro rispetto al cambiamento?

«Il reddito di cittadinanza sottende l’idea per cui in futuro non ci sarà più il lavoro per tutti e quindi bisogna provvedere con un sostegno economico. Io credo invece che il lavoro avrà ancora al centro l’uomo e soprattutto che sia molto più che semplice reddito: il lavoro è creazione, identità, dignità, sapere, manualità, arte. Tutto questo può assumere oggi una dimensione nuova grazie proprio alla tecnologia che può liberare l’uomo da quei lavori ripetitivi e faticosi che non hanno nulla di umano. Ma il nostro Paese ha bisogno di scrollarsi di dosso la paura del futuro per investire su infrastrutture digitali e materiali. Il piano Industria 4.0 aveva dato la possibilità a molte imprese di farlo: tagliarne i fondi è stato un errore a cui speriamo si ponga rimedio»

L’Italia è dunque pronta per la “fabbrica del futuro”?

«Riprendendo il pensiero di Emmanuel Mounier: “Quando lo spirito difensivo domina, è segno che l’invenzione è morta, che la preoccupazione di conservare, e di conservare tal quale, ha espulso la preoccupazione di promuovere e creare”. Un rischio che non possiamo permetterci di correre. È fondamentale quindi ragionare come ecosistemi: attrarranno investimenti, tecnologie e benessere le città che costruiranno gli ecosistemi più intelligenti, fatti di smart grid, smart city, amministrazione pubblica snella e digitale, sistema creditizio efficiente, sensoristica, sistemi avanzati di cyber security. Se non sarà inserita dentro questi ecosistemi, la fabbrica del futuro semplicemente non esisterà»

L'autore

Silvia Pagliuca

Silvia Pagliuca Giornalista professionista e Comunicatore pubblico, è laureata in scienze e tecnologie della comunicazione, con Master in management della comunicazione sociale, politica e istituzionale e Master in giornalismo presso il campus IULM - Mediaset. Scrive di lavoro, startup, innovazione e imprenditoria per Corriere della Sera, Corriere Imprese e Corriere del Trentino. Collabora come copywriter e consulente in comunicazione per diverse realtà pubbliche e private.