Siamo schiavi e siamo felici


Siamo invasati, posseduti dal demone dell’innovazione per l’innovazione


Siamo schiavi e siamo felici

Se il lavoro è “pop” divertente, smart, social del tempo libero che cosa resta? E, soprattutto, quanto ne resta? Ho usato appositamente parole come smart e social, perché contraddistinguono bene una nuova moda terminologica che nasconde un orizzonte mentale spesso scevro di prospettiva. Sono infatti termini orizzontali, orfani di verticalità, falsi presidi linguistici, dato che nella lingua d’origine hanno altri significati, ben più profondi, eterogenei e sfumati. Che cosa sono allora? Sono semplici etichette. Le etichette servono per aiutarci: appiccichiamo l’etichetta “sale” sopra il barattolo del sale, ma niente ci dice che ci sia davvero del sale all’interno, spesso è zucchero e viceversa. Allo stesso modo definiamo pop o smart certe forme di lavoro, ma nessuna prova concreta ce ne viene offerta in cambio.

Gli unici dati in nostro possesso testimoniano una realtà differente: i numeri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e delle principali ricerche nel campo, certificano un costante aumento della sofferenza psicologica e in particolare delle nevrosi, in primis ansia e depressione, con preoccupanti picchi previsti nei prossimi anni, tanto che i disturbi di questo genere supereranno in numero le malattie cardiovascolari. Smart? Inoltre, secondo l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, entro il 2020 lo stress diventerà la prima causa di assenza dal lavoro. Social? Non si tratta di inscenare il solito confronto tra apocalittici e integrati, tra gli entusiasti della tecnologia e dell’innovazione da un lato e i nostalgici e i passatisti dall’altro. Si tratta di pensare, a volte di toccare con mano, di assaggiare, di annusare, di non smarrire il tramite del corpo, che è forse il miglior viatico per l’anima. C’è troppo fideismo in giro. Io non credo che il lavoro sia smart solo perché è stato definito così da un ufficio marketing, da un’agenzia pubblicitaria, da un guru o da una ricerca di mercato. In un recente incontro pubblico ho sentito un importante influencer incantare l’uditorio a forza di etichette di questo genere. Volavano parole come smart, social, multitasking, business moment, connectivity… Mi sono chiesto se quel suo discorso avrebbe retto al vecchio e fanciullesco sistema maieutico di Socrate: che cosa significa questo e che cosa significa quello, definisci A e definisci B. Una sola tra le persone presenti ha ammesso candidamente di non aver capito granché, chiedendogli di spiegare daccapo. L’influencer ha ripetuto le stesse nozioni, solo cambiando l’ordine delle parole e con un tono ancora più entusiastico.

La chiave è proprio l’entusiasmo che come ci rivela l’etimo rivela una possessione. Siamo invasati, posseduti dal demone dell’innovazione per l’innovazione. Il vero timore è che abbiamo imparato una lezioncina a memoria, prendendo per buoni alcuni messaggi pubblicitari che non riconosciamo più come tali. «La moderna Cappuccetto Rosso, allevata a suon di pubblicità, non ha nulla in contrario a lasciarsi mangiare dal lupo», scriveva Marshall McLuhan, uno che aveva capito tutto, ma l’aveva capito troppo presto. Ormai non possiamo nemmeno più parlare di persuasori occulti: è tutto alla luce del sole. Ciò che non è più solo alla luce del sole è proprio il lavoro, che copre le ventiquattro ore della rotazione terrestre. La battaglia per le quaranta ore o addirittura per le trentacinque è roba da neolitico. Quando sentiamo dire che non ci sono più le stagioni di una volta sorridiamo con aria di sufficienza, ma la verità è che non ci sono più i giorni di una volta. Infatti il giorno è stato spazzato via dal nuovo sistema socioeconomico. Il confine tra il lavoro e il tempo libero si è sfrangiato fino a scomparire. Il tempo non esiste più. Esistono solo tanti attimi. Il famoso influencer parlava di business moment. Ogni momento è un momento di business. Tutti questi momenti si sostituiscono uno all’altro senza cesure, non tessono più una trama: non ci sono intervalli, soglie, momenti di passaggio. Ma la perdita del tempo ci porta una perdita di identità. Senza tempo non c’è storia, senza storia non ci siamo noi. Ogni minuto diventa dunque un’opportunità da sfruttare. Ottimizzare, realizzare, incrementare: tutta una serie di verbi in voga che afferiscono alla categoria specifica della performance, per usare un’altra parola-etichetta. La vita diventa una prestazione. La smaterializzazione del lavoro non ha fatto altro che renderlo permanente.

«Sotto il postfordismo la catena di montaggio si trasforma in flusso di informazioni. È insomma proprio comunicando che la gente lavora. Per dirla con Norbert Wiener, comunicazione e controllo si legano a vicenda. Lavoro e vita diventano così inseparabili» scriveva il compianto Mark Fisher. «Il tempo smette di essere lineare e diventa caotico, puntiforme. Il sistema nervoso viene ristrutturato allo stesso modo della produzione e della distribuzione. Per funzionare, in quanto elemento della produzione just in time, devi saper reagire agli elementi imprevisti e imparare a vivere in condizioni di instabilità assoluta». Ed è qui che il sistema-uomo si incrina. Il lavoro non pretende solo il nostro tempo, ma anche la nostra anima. «Creatività ed espressione personale sono diventate strumenti di lavoro essenziali in una società di controllo che dai lavoratori pretende un impegno non solo produttivo, ma anche emotivo», aggiungeva ancora Fisher.
Dobbiamo lavorare tutto il tempo e dobbiamo farlo con gioia. La soddisfazione del cliente e del lavoratore, è solo un altro prodotto della catena. Non a caso si commissionano di continuo sondaggi sulla felicità dei dipendenti delle grandi società, specie del settore hi-tech. Al di là dei risultati delle inchieste, i tempi di permanenza media in azienda diminuiscono, mentre cresce il fenomeno definito job hopping, ossia il cambio quasi compulsivo di lavoro. Questo desiderio nasce sia dalla voglia di incrementare i guadagni sia da un’insoddisfazione latente e inestinguibile: il lavoro diventa fine a se stesso e non conosce fine.

Lavorare sempre, lavorare con gioia, lavorare anche gratis. A nessuno forse andrebbe di sgobbare senza compenso se gli venisse richiesto, eppure è quello che facciamo tutti i giorni e per molte ore. Infatti lavoriamo di continuo per le grandi compagnie del web. «Siamo in una servitù. I signori feudali del digitale come Facebook ci danno la terra e ci dicono: arala e puoi averla gratis. E la ariamo come pazzi, questa terra. Alla fine, i signori feudali tornano e prendono il raccolto. Questo è lo sfruttamento della comunicazione», scrive Byung-chul Han, uno tra i più acuti pensatori contemporanei. E non finisce qui la nostra dedizione incondizionata al lavoro. Ci preoccupiamo spesso della privacy, ma noi non regaliamo solo la nostra vita privata, regaliamo la vita stessa. La flessibilità ha operato un ribaltamento e il tempo libero si è trasformato in un tempo di lavoro. Siamo connessi di continuo. Ma chi è sempre connesso? Le macchine, gli apparecchi elettrici… Rischiamo di non funzionare se non siamo connessi. Paventiamo l’arrivo delle macchine, ma le macchine sono già qui, siamo noi. Stakanovisti, felici, sempre in vista e con la spina perennemente inserita. Ormai chi può permettersi di “sparire”? Di riservarsi una porzione di vita? Di avere del vero tempo libero, una vita privata? Sono considerati lussi ovvero anticaglie. Non si tratta di rifiutare scioccamente l’innovazione o il progresso pur nell’ambiguità corrente del concetto ma di conservare il sacrosanto diritto di non prendere tutto il “pacchetto”. Gli indiani d’America avranno anche apprezzato il cavallo e forse il treno, in un secondo momento ma avrebbero preferito tenersi la loro terra e di certo la loro vita. D’accordo l’innovazione, ma non acriticamente. «È soltanto la visione critica che può mitigare il processo non ostacolato dell’automatismo. Il cambiamento dei costumi mentali è un processo impersonale, irresponsabile e inconscio che rende privi di difese sia l’individuo sia la massa», notava sempre McLuhan.

Con la scusa di un mondo migliore si finisce quasi sempre con il piazzare un prodotto. Alla prova dei fatti “migliore” significa un prodotto migliore. E così non cerchiamo più soluzioni nei processi personali, politici, civili, sociali o spirituali, ma nei prodotti. Il lavoro e il tempo libero sono stati trasformati in merci: li compriamo, li vendiamo, li sfruttiamo, li ottimizziamo. Scambiamo la libertà o la realizzazione personale con la soddisfazione di un bisogno. Che brutto affare. C’è spazio per la libertà in un simile contesto? La libertà di essere se stessi, la libertà di scegliere, la libertà di poter fare qualcosa e la libertà di non fare qualcosa: esistono concretamente? Proviamo a ragionarci. Può l’impiegato di un’agenzia di comunicazione tornarsene a casa alle diciotto quando i colleghi resteranno in ufficio fino a mezzanotte? Può uscire a cena o andarsene al cinema, quando il collega o il concorrente lavorerà fino alle tre del mattino per terminare il progetto? Oppure: può l’artista, lo scrittore, l’artigiano, il giovane professionista rinunciare ad autopromuoversi sui social? Può l’esercente rifiutare di farsi infilare in un sito, in una lista, in una graduatoria dove chiunque può giudicarlo, disprezzarlo o attribuirgli un punteggio? Può rifiutarsi di essere trasformato in numero di stelline? E ancora: può la partita iva in vacanza respingere un lavoro last-minute da eseguire tra la sdraio e la piscina?

Gli esempi sono infiniti e ci dimostrano quanto i nostri effettivi spazi di manovra si siano pericolosamente ristretti. Rifiutare di adeguarsi e prendersi le proprie libertà significherebbe in molti casi rinunciare a carriera, guadagni, affermazione sociale… Chi può permetterselo? Solo chi è molto ricco o al contrario chi è molto povero. Tutti gli altri sono ingabbiati giocoforza in questo sistema che si autoalimenta. Se nel gergo del marketing “free” è al primo posto tra le parole più persuasive, è forse perché la libertà sta diventando un miraggio. Viceversa gli antichi elogiavano l’otium, inteso come un momento improduttivo, ma ricco spiritualmente: non tanto e non solo un dolce far niente, ma un tempo indeterminato da dedicare ad attività senza un fine immediato, come leggere, passeggiare, pensare, contemplare, guardare… L’otium non esiste più, perché qualsiasi attività non solo è monetizzabile, ma produttiva per il soggetto. Lo vedo sulla mia pelle: se vado in viaggio scrivo un reportage, se leggo un libro lo recensisco, se guardo un film lo pubblicizzo sui social… Monetizzo, ottimizzo, faccio girare la ruota.

Qualche giorno fa, mentre stiravo, riflettevo che, se avessi portato le camicie alla stireria sotto casa, avrei risparmiato tempo e ottenuto un servizio migliore: infatti avrei potuto impiegare l’ora dedicata alle camicie per lavorare, guadagnando così più di quanto pagato alla lavanderia, e inoltre avrei fatto girare l’economia. Poi però ho pensato che durante quell’attività manuale mi sarebbero potute venire buone idee per il mio prossimo libro. Rinfrancato ho proseguito, ma non ci ho messo molto ad accorgermi che anche questo ragionamento era parte del problema, e non della soluzione: seppure mitigata, restava l’idea malata del tempo e di se stessi come risorse da sfruttare. Perché non stirare e basta, senza secondi fini? Un saggio chassidico sosteneva di aver avuto la più grande illuminazione della sua vita mentre lavava i piatti, semplicemente essendo presente mentre li lavava, senza altre finalità. Anche stirare può diventare allora otium, inteso come fonte di libertà profonda e di piena consapevolezza, ovvero dimenticanza di sé. Certo, la società antica poteva permetterselo perché era una società schiavista. Erano i servi per lo più a lavorare, specie in certi frangenti storici. Questo non va dimenticato, non esistono e non sono mai esistite età dell’oro sulla Terra. Ma anche la nostra è una società schiavista: ci auto-sfruttiamo bellamente. La smaterializzazione ha permesso infatti l’auto-carcerazione perpetua.

«L’eccesso di lavoro e di prestazione aumenta fino all’auto-sfruttamento. Esso è più efficace dello sfruttamento da parte di altri in quanto si accompagna a un sentimento di libertà. Lo sfruttatore è al tempo stesso lo sfruttato. Vittima e carnefice non sono più distinguibili» scrive Byung-chul Han. A questo eccesso corrisponde, secondo il filosofo, il dilagare della depressione: «la depressione esplode nel momento in cui il soggetto di prestazione non è più in grado di poter-fare, ed è in primo luogo una stanchezza del fare e del poter fare. Il lamento dell’individuo depresso, niente è possibile, è concepibile soltanto in una società che ritenga che “niente è impossibile”. Il-non-essere-più-in-grado-di-poter-fare conduce a un’auto-accusa distruttiva e all’auto-aggressione. Il soggetto di prestazione si trova in guerra con se stesso». Pascal diceva sapientemente che molti dei nostri problemi nascono dal non sapercene stare tranquilli in camera nostra per un’ora. Chi ne è più capace? Chi può permetterselo? L’iper-attenzione si trasforma a livello nervoso in un’instabilità latente e in uno stato di allerta costante. Le ultime ricerche stimano che un italiano su due ha problemi con il sonno. Non possiamo staccare la spina, nemmeno quando dormiamo.

Già Hannah Arendt aveva ficcato il coltello nel cuore del problema mettendoci in guardia: «La richiesta universale di felicità e l’infelicità largamente diffusa nella nostra società (le due facce della stessa medaglia), sono i segni più convincenti che viviamo in una società dominata dal lavoro, ma che non ha abbastanza lavoro per esserne appagata». Solo i lavori tradizionali quelli destinati a scomparire con la robotizzazione restano almeno in parte legati al tempo naturale, giuridico o sociale, quello che volente o nolente prevedeva una porzione di libertà. È necessario e salvifico un tempo infruttuoso, quella “noia” che Walter Benjamin definiva l’uccello del sogno che cova l’uovo dell’esperienza. Grazie alla noia, simile al sogno, torniamo al mondo ancestrale da cui siamo originati e da cui traiamo energia vitale e creativa. Le migliori idee vengono sempre lontano dalla scrivania, come sanno molti scrittori. Bertrand Russell non usava giri di parole: «una generazione che non riesce a tollerare la noia è una generazione di uomini piccoli, nei quali ogni impulso vitale appassisce». Otium e noia sono allora due potenti grimaldelli per scardinare il meccanismo di auto-carcerazione permanente, ovvero due isole su cui rinfrancarci per qualche tempo prima di rituffarci nella corrente. Perché altrimenti che cosa resta della vita in un lungo, ininterrotto turno di lavoro?

L'autore

Davide Mosca

Davide Mosca Davide Mosca è nato a Savona e vive a Milano, dove dirige la libreria Verso. Editorialista di Riza Psicosomatica, è autore di una quindicina di libri tra romanzi e saggi.