Broken Nature, comunicare l’emergenza climatica


La mostra che racconta, in modo pop, come il clima sia cambiato


Broken Nature, comunicare l’emergenza climatica

Il tema dell’emergenza climatica porta con sé una doppia problematicità. Questo cerbero bifronte da una parte grida la gravità delle variazioni climatiche in diverse scale spaziali e storico-temporali, tra i canini dell’altra testa gorgoglia il dilemma di comunicare a un pubblico sempre più vasto tale pericolo per l’ecosistema. In questa dicotomia problematica la comunicazione dovrebbe essere pop letteralmente, cioè dovrebbe arrivare a tutti, al fine di dare a quei tutti l’allarme che su questo pianeta qualcosa comincia ad andare storto. Eppure, spesso il lavoro di comunicazione compiuto, lavoro forse tra i più pop, risulta vano o addirittura sbeffeggiato. Un po’ come per i #Fridaysforfuture che, partendo dai più giovani, hanno destato scalpore e attenzione, incontrando allo stesso tempo la diffidenza di buona parte dell’opinione pubblica. Lavoro che comporta, quindi, delicatezza e sagacia. Una soluzione univoca sarebbe eccessivamente idealistica.

Tuttavia, una mostra come “Broken Nature” potrebbe essere la svolta pop necessaria. L’esposizione tematica alla XXII Triennale di Milano, aperta al pubblico fino al 1° settembre 2019, ospita un centinaio di progetti internazionali risalenti agli ultimi tre decenni, tra design e arte ricostituente. La sua cifra stilistica è decisamente pop: interattività, informazione, creatività, tecnologia e innovazione. L’unione di tutto questo incanalato in un lavoro comunicativo efficace, esaustivo e intrigante è ciò che serve per informare con leggerezza, senza tralasciare l’esaustività e la correttezza scientifica.A questo punto non è un caso che la mostra si apra con “The Room of Change”, installazione lunga tre pareti fitte di simboli e iconografie. L’impossibilità di traduzione è presto risolta da una legenda al centro della sala. L’opera, ideata tra gli altri da Giorgia Lupi e Gabriele Rossi, trasporta i dati dei cambiamenti del pianeta su otto diversi livelli, dalla prima presenza umana fino ai giorni nostri. Sconcertante notare come lʼimpatto dell’uomo nel solo Novecento sia gravemente più “esteso” di quello avuto dal suo arrivo; lasso di tempo che occupa appena la parete sinistra. Come se non bastasse “la stanza del cambiamento” per rendere spaventosa
la gravità dell’intervento umano, nella stessa sala sono proiettate su due grossi pannelli le immagini di territori totalmente danneggiati dall’uomo, osservati dal punto di vista “privilegiato” del satellite. Radiografie firmate Nasa.

Insomma “Broken Nature” scopre da subito, con colorata minuzia, la fisionomia di una grossa verità: l’uomo ha esagerato. Il percorso che porta alla seconda parte della mostra è intessuto di installazioni innovative in bilico tra design e arte. Ogni opera rielabora la concezione dell’uso comune di molti materiali o propone un nuovo modo di pensarli, come “Palm Stool from Can City” o “Faiphone 2”, forse la proposta artistica più pop fra tutte. La prima espone il riutilizzo da parte dei catadores dei rifiuti della città di San Paolo sotto forma di gioielli o mobili. La seconda invece propone un cellulare modulato, ovvero un dispositivo le cui parti non funzionanti possano essere sostituite e riparate, limitando l’ingente mole di rifiuti elettronici prodotta dal business della telefonia. “Mix tape”, poi, rielabora i vecchi fili magnetici delle cassette audio e dei walkman in tessuti misti a lana o cotone. O ancora: la plastica degli oceani recuperata e rielaborata diventa materiale per le “Concept Shoes from Adidas x Parley”. Il fil rouge che lega tutte queste installazioni è la consapevolezza della caducità del mondo che ci circonda e l’urgente necessità di comunicarlo. Come in “Fisica della malinconia” di Georgi Gospodinov, qualcuno si è preso la briga di salvaguardare per un futuro post apocalittico ciò che è proprio del nostro presente. Così Paola Bay e Paolo Bruni chiudono nel loro “Reliquaries” ciò che è sacro e caratteristico della natura attuale partendo dal presupposto che ciò di cui disponiamo oggi non esisterà più.A comunicare in modo pop, tuttavia, potrebbe non bastare la vista, piuttosto sarebbe necessario anche l’udito.

Forse è ciò che hanno pensato Bernie Krause e lo studio londinese United Visual Artists quando hanno presentato “The Great Animal Orchestra” nel 2016 alla Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi. Riportata nella cornice di “Broken Nature”, l’orchestra animale traduce audiovisivamente, al buio, tra comodi pouf quadrati per il pubblico, le biofonie di sette territori differenti: dal Canada allo Zimbabwe. Ciò che mette in luce lo studio di Krause è che da una parte la natura accorda i propri rumori proprio come un’orchestra, dall’altra che durante gli anni di osservazione la sua polifonia sembrerebbe sempre più spinta verso il silenzio dall’intervento umano.Comunicare in modo esauriente e pop significa anche dedicare un intero comparto della mostra a quelle compagne di viaggio che spesso gli uomini, negligenti e orbi, soffocano con le esalazioni dannose dei propri interessi industriali: le piante. La prima installazione vuole mettere alla prova l’occhio del visitatore: sul pannello iniziale noterete solo la tigre coperta dalle fronde e non la varietà di esseri viventi “verdi” che compongono l’intero quadro. Questa è la plant blindness, ovvero l’incapacità cognitiva di riconoscere e notare le piante nel proprio ambiente. Eppure, le piante occupano l’81% della materia vivente, gli uomini solo lo 0,01%; il 30% della superficie terrestre è occupato da foreste, solo il 2,7% da aree urbane e, infine, banale sottolinearlo, le piante vivono su questo pianeta da milioni di anni prima del genere umano. Insomma, conoscere questi silenti vicini di casa che poi, come dimostrano varie opere, così silenziosi non sono permette di riflettere su un punto. La diagnosi della plant blindness è fin troppo benevola: l’uomo è cieco verso l’ambiente tutto che lo circonda e forse è proprio questo il momento di fare qualcosa per la sua cecità, pop o rock che sia.

L'autore

Antonio Potenza

Antonio Potenza Laureato in Comunicazione, si specializza in Editoria e Scrittura presso l'Università LaSapienza di Roma. Collabora come editor con la rivista Sundays Storytelling. Ha lavorato come redattore televisivo presso il programma di Rai 3 'Tutta Salute' e per Class Editori nella redazione di Class News. Attualmente scrive per Auralcrave occupandosi di cultura, cinema, musica e letteratura.


« Precedente