Icone si diventa?


D’Annunzio e Pasolini erano personaggi trasversali. Ora lo scrittore deve anche essere influencer?


Icone si diventa?

Con il ricordo dei mitici party di Truman Capote (dress-code bianco e nero) o del volto di Virginia Woolf che ha acquisito un significato universale ben prima delle storie di Instagram, proviamo a indagare con un gruppo di scrittori il lato pop della scrittura in memoria di Andrea Pinketts, forse davvero l’ultimo scrittore iconico pop. «Non credo che Andrea sia stato un’icona pop. Era semplicemente uno scrittore famoso quando la parola degli scrittori era ancora una parola ascoltata. E loro andavano ovunque a parlare del mondo», ribatte Annarita Briganti (il suo ultimo libro è “Quello che non sappiamo”, Cairo) scrittrice e vulcanica giornalista culturale. «Pinketts era il caro amico di un mio compagno storico. Una delle prime persone conosciute a Milano quando, arrivando da Roma, ho sentito subito il bisogno di comprare un cappottino nuovo, adatto a quella che pensavo essere l’austera società milanese. Ma poi ho conosciuto Andrea, così lontano da quell’idea di Milano che avevo. Ricordo quando mi ha dato l’ultima intervista, che sapevamo entrambi essere davvero l’ultima. C’era grande affetto. Ma non credo che lo scrittore sia una figura pop. Ci sono icone pop che cercano di fare gli scrittori. Pubblicano libri perché famosi. Io vorrei che gli scrittori tornassero a essere persone e non personaggi».

Un grande personaggio è sicuramente lo scrittore Marco Missiroli, autore di consolidato successo (“Fedeltà”, Einaudi). «Certamente in passato Pasolini, Capote, Hemingway lo sono stati. Ma oggi? Chi può essere un’icona pop? Chi vende molti libri? O chi ha rotto uno strato di controllo culturale? Oppure chi ha molti follower? Se è così vuol dire che chi ha successo sui social può diventare un’icona e chi ha scritto un gran bel libro, no. Forse parliamo di due misure diverse. Una volta data l’opera in pubblicazione, lo scrittore dovrebbe fregarsene. Ma oggi i social mantengono un cordone ombelicale con ciò che si è scritto. È la rovina della tensione esistenziale tra autore e opera».

E allora, proviamo a chiedere a uno degli scrittori di successo meno social d’Italia: Marco Vichi, fresco curatore di “La scia nera”, TEA. «È un mondo che non mi interessa, non mi ha mai affascinato, anzi. Ma certamente l’influenza che uno scrittore (così come ogni altra persona) può avere sugli altri, dipende dalla sua fama, dal suo modo di essere e dall’uso che fa dei social.»E allora? «Secondo me in Italia gli scrittori non sono mai diventati vere “icone pop”. Pasolini è un caso a parte, è una sorta di “agglomerato di significati” che ognuno ha usato a proprio modo: ognuno ha il proprio Pasolini e non c’è un Pasolini giusto e un Pasolini sbagliato, c’è il Pasolini “mio”. Credo che vere icone pop si possa diventare soltanto se la propria arte comporti l’apparire in pubblico, come per attori e cantanti, o se si è diventati enormemente famosi per altri motivi, come D’Annunzio o Dalí. Mi riesce difficile immaginare che uno scrittore, semplicemente perché appartiene a una “categoria”, venga considerato un’icona pop. Ogni generalizzazione mi spaventa».

Rivolgiamoci a un’esordiente: la blogger Giulia Ciarapica al debutto con “Una volta è abbastanza”, Rizzoli.«L’immagine dello scrittore come icona pop non solo non esiste più, ma oggi assistiamo a una sorta di scopiazzatura da parte di certi autori contemporanei che vorrebbero riproporre quel tipo di modello ma senza grandi risultati. Attraversiamo un momento storico in cui tutti cercano la propria identità guardandosi indietro senza percezione del presente né del futuro». E con i social? «Lo scrittore di oggi ne subisce più l’influenza che non il contrario. È “influenzato” e meno influencer, diciamo. Ma questo è normale, tutta la partita si gioca sul web, soprattutto quella della promozione. Ad esempio, io che ho appena esordito, passo diverse ore sui social per dialogare con i lettori: oggi, se non hai un account Instagram e non promuovi lì il tuo lavoro, non sei cool». E allora serve un esperto, lo scrittore Gaetano Cappelli autore di “Quanto sei cool. Piccola guida ai capricci del gusto”, Sonzogno. «Per ambire allo scranno di icona pop, oltre al successo ci vuole altro. Gran carattere e stile di vita spericolato, prima di tutto. Eccentrica eleganza e quel minimo di dipendenza, da droga o alcol non importa; devi inoltre accompagnarti promiscuamente a femmine ieratiche e manzi irresistibili raccattandoli dalla moda, l’arte d’avantgarde, il rock o il cinema indipendente: devi essere glamour, insomma! Temo che senza essere anche e soprattutto un “televisivo”, nessuno “scrittore-di-successo-semplice” possa avere gran voce sui social. D’altra parte è pur vero che non c’è influencer che si esima dallo scrivere libri. Come pure sono ormai una moltitudine i romanzi che veicolano stili e materiali tratti proprio dai social». Alla fine viene quasi il dubbio che la più iconica e pop tra gli autori italiani sia proprio Elena Ferrante, con quella sua scelta così controcorrente di non apparire mai. Sui social come nella vita.

L'autore

Alessio Romano

Alessio Romano Alessio Romano è nato a Pescara nel 1978. Ha studiato Lettere a Bologna e a Roma, laureandosi con una tesi su John Fante, e Tecniche della Narrazione alla Scuola Holden di Torino. Ha pubblicato i romanzi "Paradise for All" e "Solo sigari quando è festa", entrambi editi da Bompiani e i racconti "Dimentica il Burundi" (in "W Las Vegas", Las Vegas Edizioni) e "Violenza balneare" (in "Meglio non morire d’estete", Giulio Perrone editore). Per la NEO ha curato l'antologia "Gli Stonati". Insegna scrittura creativa e come direttore artistico ha curato i festival Montesilvano Scrive, Cepagatti Arte e il Premio Metamorfosi di Sulmona.