Il successo di Chiara Ferragni e non solo: ma allora perché in pochi lo considerano un vero lavoro?

Unposted, il documentario che celebra e racconta la carriera di Chiara Ferragni, una delle influencer più famose del mondo, è stato stroncato dai critici quasi all’unanimità, ma ha avuto un enorme successo nelle sale e sta andando benissimo in streaming su Amazon Prime. Chiara Ferragni ha milioni di follower che seguono quotidianamente le sue mosse, come lei li ha abituati a fare da più di dieci anni e cioè da quando aggiornava quotidianamente il suo blog, The Blonde Salad, raccontando attraverso le fotografie dove era stata in vacanza con il fidanzato o le domeniche pomeriggio a spasso con il cane per le vie del centro di Milano. Chi la ammira riconosce la sua capacità di aver anticipato un fenomeno che sarebbe poi diventato globale: raccontare la propria vita privata sui social usando sempre di più le immagini (di se stessi) e sempre meno le parole. Ora Chiara Ferragni è una star che racconta la sua vita sui social, come fanno tante altre persone famose, con la differenza che lei è diventata una star proprio grazie alla generosità con cui ha sempre condiviso tutto, dalle giornate in università quando era ancora una studentessa sconosciuta, ai party più esclusivi insieme alle star del cinema, della musica e della moda.

Lo scorso ottobre un’iniziativa dell’università telematica eCampus ha suscitato lo sdegno del Codacons, lanciando un corso di laurea specifico dedicato agli aspiranti Influencer. Così si legge sul sito: «Da sempre attenta alle nuove opportunità offerte dal mondo del lavoro, l’Università eCampus ha messo a punto il primo percorso formativo in Italia specifico per chi desidera intraprendere la professione di Influencer con serietà, consapevolezza e una solida preparazione». E ancora: «Estetica della comunicazione, sociologia dei processi economici, linguaggi dei mezzi audiovisivi, diritto dell’informazione, social media marketing sono solo alcuni degli insegnamenti in programma». Secondo il Codacons l’operazione rischia di illudere i giovani, facendo loro credere di poter diventare come Chiara Ferragni o altri personaggi simili che, tra l’altro, non dovrebbero essere considerati esempi virtuosi ed educativi per i giovani.

Da una parte, quindi, ci sono gli influencer, personaggi che hanno evidentemente dato forma a un business vincente e in crescita esponenziale (come spiega Ferragni nel suo documentario-spot), dall’altra un pubblico globale di osservatori apparentemente polarizzati, ma coesi nell’attenzione riservata a questi personaggi, nel bene e nel male (sono i numeri a dimostrarlo). Perfino chi detesta gli influencer o afferma con orgoglio la sua indifferenza, è costretto a riconoscere l’evidenza: il successo raggiunto da questi personaggi è innegabile e non è possibile sfuggire alla loro pervasività. 

Per lavorare come influencer, poi, in realtà, ci vogliono molte doti: bisogna essere disposti a fomentare l’ossessione collettiva per se stessi e saperla mantenere. Bisogna saper selezionare i contenuti, comunicare con efficacia, sedurre il pubblico, convincerlo a restare. Influenzarlo, appunto, senza che si accorga troppo di essere pilotato. Bisogna proporsi come modelli senza farlo esplicitamente, e generare un’ammirazione spontanea, e quindi un istinto a copiare naturale. Bisogna, insomma, saperci fare: la prova sono i migliaia di profili di aspiranti influencer che non riescono a raggiungere una quantità di follower adeguata per iniziare a fruttare denaro o che durano soltanto per qualche stagione. I più bravi resistono al tempo e sanno adattarsi perfettamente alle trasformazioni dei social, mostrandosi più intuitivi e flessibili di molti giornalisti ed esperti di altri settori: come Chiara Ferragni, appunto, passata da Flickr al blog, al sito, a Instagram, e ora sbarcata con successo su TikTok.