Il ritorno alle origini del World Economic Forum. Davos 2020, tra sostenibilità e lavoratori


Il WEF va verso la sostenibilità. Anche le imprese devono cambiare molto per raggiungere certi obiettivi


Il ritorno alle origini del World Economic Forum. Davos 2020, tra sostenibilità e lavoratori

Dopo quasi 50 anni, il meeting di Davos torna alle origini, come ha spiegato il fondatore, il professor Charles Schwab: nelle intenzioni del primo meeting del 1971, c’era quello di portare avanti l’idea che il business dovesse servire per tutti gli stakeholder: consumatori, dipendenti, comunità. Con un’aggiunta: la sostenibilità. L’anno dopo l’intervento di Greta Thunberg, l’impronta ecologica del meeting sarà drasticamente ridotta a livello “carbon neutral”. Per accompagnare questa trasformazione è evidente che anche le imprese devono cambiare molto per raggiungere certi obiettivi.
Un report di Manpower, intitolato “What Workers Want” fotografa questa situazione però dal punto di vista dei lavoratori. Nel 2019, peraltro, lo skill gap si è allargato: il 54% delle aziende lamenta una carenza di profili per coprire alcune posizioni lavorative. Dieci anni prima questa cifra era pari al 30%. Ma cosa vogliono invece i lavoratori? Al primo posto, per tutti, sembra un’ovvietà, ma ci sono i soldi. Uno stipendio adeguato alle difficoltà del ruolo è al primo posto per tutte le categorie analizzate in questo studio, donne e uomini, dai 18 ai 54 anni. Il quadro cambia solo per gli uomini che rimangono al lavoro dopo i 65 anni: i boomer più anziani vogliono che il lavoro sia soprattutto stimolante, per ottenere sempre nuove motivazioni. Per i millennials, compresi tra i 25 e i 34 anni, dopo la paga c’è invece la necessità di avere ore flessibili, per andare incontro alle esigenze dei singoli lavoratori, che in quegli anni magari scelgono di comprare casa o di iniziare una nuova vita familiare con partner e magari anche dei figli, esigenza condivisa anche con la generazione X, leggermente più grande. Un altro dato va oltre questo: per l’89% dei lavoratori degli Stati Uniti, contano anche i benefit aggiuntivi accanto allo stipendio, per avere uno stile di vita migliore e rendere di più sul lavoro.  Ma ancora di più conta la personalizzazione: gli algoritmi andrebbero utilizzati per andare incontro alle proprie esigenze, secondo il 49% dei lavoratori, in modo da ottenere benefit personalizzati. Ma è comunque considerato importante anche il rapporto umano: per il 62% del campione avere un manager che ti ascolta sul lavoro è essenziale per evitare problematiche di burnout. Ma il manager dev’essere anche di esempio, ed essere un “chief learning officer” per far sì che la formazione continua in azienda inizi soprattutto dall’alto. E dall’alto deve arrivare il segnale che la produttività batte il presenzialismo: nel Regno Unito solo il 6% della forza lavoro fa una settimana di 5 giorni da 9 ore ciascuno. Il benessere dei dipendenti quindi, è cruciale per far sì che le dinamiche aziendali rimangano sane ed efficienti, in un momento in cui si hanno esigenze trasformative per ridurre l’impronta ecologica.

L'autore

Matteo Muzio

Matteo Muzio Nato a Genova nel 1985, in tasca una laurea in storia contemporanea e una tessera di giornalista professionista. Ama scrivere di economia, di cultura e di altre varie ed eventuali. Ho scritto per le pagine genovesi di Repubblica, per il Foglio, L’Espresso e il Fatto Quotidiano. Scrive per il Corriere della Sera. Mi piacciono anche i treni, l’Appennino ligure, il cibo campano. Un po’ liberale, un po’ socialista.


« Precedente