Assorbono il 26,5% dell’intera occupazione italiana e implicano una vicinanza fisica non facile ai tempi del Covid

In Italia ci sono 6.145.000 lavoratori cosiddetti di prossimità, ovvero camerieri, commessi, parrucchieri, estetisti, operatori sanitari, fisioterapisti, massaggiatori o collaboratrici domestiche che, con il progressivo allentarsi del lockdown e una ripresa alla piena operatività, dovranno adottare una nuova organizzazione delle loro attività. Come spiega una dettagliata analisi della Fondazione studi consulenti del lavoro condotta sui dati di Forze lavoro Istat, queste professioni, che assorbono il 26,5% dell’intera occupazione italiana, implicano una vicinanza fisica e un contatto con la clientela. Con la quale, come detto, servono nuove regole di ingaggio sia nella gestione degli spazi, sia nelle modalità con cui relazionarsi, sia nei dispositivi sanitari necessari per limitare i rischi di ulteriori contagi da Covid-19.

“L’uscita dal lockdown impone a molte di queste professioni un cambiamento, non sempre facile, della modalità di lavoro”, sottolinea il presidente del Fondazione studi consulenti del lavoro, Rosario De Luca, “e bisognerà fare i conti con una revisione dell’organizzazione dei luoghi di lavoro, assicurare il contingentamento degli accessi, fornire protezioni individuali e garantire una maggiore attenzione all’igiene e alla cura dei locali. Si tratterà di un cambio epocale, di cui peraltro non se ne conosce la durata. E ciò renderà particolarmente difficile l’adattamento ai nuovi modelli organizzativi delle aziende più piccole”.

Il primo grande gruppo è rappresentato da commercianti e addetti alle vendite, ovvero quanti lavorano a diverso titolo nel commercio, con un rapporto a diretto contatto con la propria clientela. Si tratta di 1.723.000 lavoratori (il 28% delle professioni di prossimità) che si dovranno adeguare a protezioni individuali e contingentamento degli accessi in negozio (pensiamo solo ai supermarket) impegnandosi di più nel supportare la clientela nel processo d’acquisto per evitare possibili contaminazioni tramite merci.

Questo primo grande gruppo rappresenta un universo molto vario, che va dal comparto alimentare, che durante l’emergenza sanitaria non ha mai smesso di lavorare, all’abbigliamento, uno dei settori più penalizzati dalle chiusure. Per molti è ipotizzabile un’organizzazione del lavoro che veda ampliare gli orari di apertura dei negozi, per consentire la gestione dei flussi. Inevitabile sarà, soprattutto per alcuni segmenti, un investimento nelle strategie commerciali: più vendita online, su piattaforme o strumenti dedicati, consegne a domicilio, ma anche campagne promozionali ad hoc, per smaltire magari gli acquisti effettuati per la stagione primaverile prima che termini.

C’è poi un secondo gruppo di lavoratori di prossimità che comprende gli esercenti e gli addetti alle attività di ristorazione (1.154.000 lavoratori, pari al 18,8% delle professioni di prossimità): per molti il rientro al lavoro è già stato traumatico, in quanto implica, oltre all’adozione delle misure di protezione individuale, una vera e propria riorganizzazione della modalità di lavoro. A partire dagli spazi riprogettati per garantire adeguata distanza (tra tavoli e persone), fino ai tempi di lavoro. L’animo imprenditoriale che ha già portato tanti ristoratori a riorganizzare con il delivery la propria attività, peraltro, potrebbe trarre dall’attuale crisi anche occasione per spingere sulla riorganizzazione e la crescita dell’attività, con lo sviluppo di un servizio a domicilio o da asporto, già largamente sperimentato in fase di lockdown.

Anche le professioni sanitarie, terza grossa categoria della analisi, dovranno largamente rivedere procedure e tecniche di lavoro. Ovviamente le nuove pratiche a garanzia della sicurezza propria e dei pazienti sono già state adottate da chi è in prima linea nella lotta al virus, ma non si devono dimenticare la tante figure professionali comprese nel segmento degli operatori sanitari: sono 976 mila lavoratori gli addetti tra tecnici (radiologi, fisioterapisti, etc) e figure qualificate nei servizi sanitari e assistenziali (infermieri, operatori sanitari e così via), a cui si aggiungono 302 mila medici. Per tutti questi professionisti, oltre alla fornitura dei necessari dispositivi di sicurezza e a un’attenzione maggiore all’igiene di ambienti e strumenti di lavoro, sarebbe auspicabile anche un rafforzamento dell’orientamento alla sicurezza e soprattutto alla prevenzione (e qui serve tanta formazione), per garantire la salute personale e dei pazienti. Per chi lavora nelle strutture, e non a domicilio, sarà centrale la revisione dell’organizzazione e soprattutto della gestione dell’utenza, al fine di garantire, anche attraverso una più funzionale organizzazione degli spazi e dei percorsi, la sicurezza del personale sanitario e dell’utenza che, come visto, ha rappresentato una delle principali carenze anche nella gestione dell’attuale fase emergenziale.

Al quarto posto (con 776 mila occupati, pari al 12,6% del totale delle professioni in argomento) ci sono poi tutti quei lavori che riguardano la fornitura di servizi personali: parrucchieri e barbieri, estetisti, massaggiatori, logopedisti, etc. Sono le professioni a maggiore contatto fisico con il cliente, pur non avendo, come quelle sanitarie, quel bagaglio formativo di tipo sanitario che sarebbe stato molto utile in questo momento. Anche per loro la ripresa significherà una riorganizzazione a tutto tondo, e non sempre facile, delle attività. A partire dal mestiere vero e proprio (si pensi alla dimensione della manualità, elemento distintivo di tali lavori, vincolato dall’obbligo dei guanti), all’organizzazione degli spazi, al contingentamento delle entrate, a una maggiore attenzione per l’igiene e cura dei locali e degli strumenti di lavoro, e a una formazione più specifica in tema di tutela della salute. Compiti non proprio facili per tante strutture abituate a convivere con le piccole dimensioni. Pure in questo caso è ipotizzabile un prolungamento degli orari di lavoro, per garantire l’adeguato contingentamento dei flussi di clientela, e servizi solo su appuntamento con prenotazione obbligatoria.

C’è infine un segmento di cui poco si è parlato in questa fase dell’emergenza ed è rappresentato dalle tante operatrici che svolgono servizi di pulizia a domicilio (449 mila, pari al 7,3%). Lavori per lo più sospesi nel corso della crisi. In questo caso è facile pensare che, a parte la temporanea sospensione dell’attività, poco cambi all’interno delle mura domestiche, salvo il rispetto di quelle norme minime di sicurezza che ormai contraddistinguono ogni rapporto sociale, anche in famiglia.

A fronte di questi cinque grandi gruppi, vi sono poi molti altri segmenti professionali che vivono un rapporto diretto con il pubblico: dagli specialisti delle scienze della vita (135 mila), ai tecnici della pubblica sicurezza, dei servizi culturali, agli esercenti attività ricettive. L’uscita dal lockdown imporrà a molte di queste categorie, come visto, un vero e proprio cambiamento della modalità di lavoro. Anche se quasi la metà (45%) arriverà più preparato, dal momento che ha continuato a lavorare anche nella fase emergenziale, non essendo stato interessato dal blocco delle attività.