Intervista a Barbara Cominelli, COO di Microsoft Italia, che racconta i mesi di lockdown del colosso e delinea gli scenari del new normal

Lo smart working fa bene all’ambiente, lo smart working delle Pa, lo smart working che non è il telelavoro. In queste settimane il lavoro agile è di nuovo sotto i riflettori grazie ai dibattiti tra aziende, amministrazioni comunali e ai report che ne raccontano gli effetti durante i mesi di lockdown. La pandemia di coronavirus ha infatti imposto un cambiamento radicale nel mondo del lavoro, costringendo molti a riorganizzarsi in tempi serrati. E ora che l’emergenza sanitaria sta allentando la presa, è arrivato il momento di capire quali benefici ha portato il lavoro agile e cosa invece ci ha lasciato da ripensare in vista del new normal.

Se per Twitter lo smart working dovrebbe proseguire “per sempre”, secondo il Ceo di Microsoft Satya Nadella è invece urgente recuperare quel contatto umano che abbiamo rischiato di perdere, come ha dichiarato al New York Times. Tra i due estremi, però, esiste anche una virtuosa via di mezzo che potrebbe portare cambiamenti proficui nella nuova normalità. Ne è convinta Barbara Cominelli, Chief Operating Officer (COO) e direttore Marketing & Operations di Microsoft Italia dal 2018, oltre che una delle Inspiring Fifty, le 50 donne europee più influenti nel mondo della tecnologia.

Barbara Cominelli, cosa pensa dell’affermazione di Nadella alla luce della vostra esperienza di questi mesi?
Lo smart working a Microsoft in realtà è una regola da sempre: la possibilità di lavorare dove si vuole fa proprio parte del dna della nostra azienda. Il coronavirus non ha quindi sconvolto le nostre attività, tanto che non ci siamo fermati nemmeno un giorno. Il fatto è, però, che ci siamo trovati, come tutti, a dover fare i conti con una formula di smart working estrema. Lavorare da remoto deve essere uno strumento facilitatore, non un obbligo. Come ha spiegato Nadella, quell’elemento di empatia e presenza è molto importante perché riempie l’esperienza lavorativa di ciascuno di noi: ci permette di confrontarci con più naturalezza e scambiare due chiacchiere che spesso danno stimoli in più a quello che stiamo facendo. D’altra parte, lo smart working è molto naturale per chi lavora con colleghi e i clienti che si trovano in una sede diversa, come accade a me quotidianamente. Credo si possano creare numerose situazioni lavorative a partire da quanto abbiamo sperimentato in questi mesi, optando per quella più adatta di volta in volta. A Microsoft la nostra sfida del nuovo normale sarà scegliere il set ideale per ogni occasione.

Cos’è cambiato in questi mesi in Italia grazie al lavoro da remoto?
C’è stata un’accelerazione incredibile: in due mesi le aziende italiane hanno vissuto una trasformazione digitale di due anni. I numeri dell’Osservatorio sullo Smart Working del Politecnico di Milano, con cui collaboriamo, parlano chiaro: i lavoratori attivi da remoto sono passati da 570mila a 8 milioni. Oggi tutti abbiamo capito che lo smart working funziona e che il nuovo normale sarà digitale. I nostri clienti hanno approfittato del lavoro agile per cambiare i modelli di business: hanno scoperto che l’ufficio è uno degli strumenti a disposizione, ma non è l’unico, anche se siamo abituati a pensarlo tale. È bello invece immaginare di poterci andare se serve e stare a casa invece se conviene, per concentrarsi meglio. Alle persone piace molto come idea: secondo una ricerca di Microsoft, il 70% dei lavoratori vorrebbe un giusto equilibro ufficio-casa anche in futuro. La pandemia ha permesso che venisse gettato un seme del cambiamento. Ora sta a noi farlo crescere.

Se sul fronte tecnologico eravate preparati per lavorare da casa, la gestione dei team da remoto per un tempo così lungo è stata una novità anche per voi. Come avete fatto a tenere alto lo spirito di gruppo?
Il nostro team dedicato si è subito messo in azione. Abbiamo organizzato aperitivi e colazioni virtuali, ma anche corsi di yoga, di fotografia e di coding per permettere alle persone di fare qualcosa insieme al di là del lavoro. E devo dire che le proposte sono piaciute molto. Il lunedì è diventato il nostro momento di update abituale. Proprio perché siamo lontani fisicamente, incrementare la comunicazione era un passaggio essenziale che andava curato molto bene. Si è trattato di condividere una situazione senza precedenti, al di là delle attività lavorative, che ha causato incertezza e paura nelle persone. Era molto importante per noi essere in grado di parlarne e non lasciar passare l’aspetto emotivo sotto silenzio.

Il lavoro da remoto cambia anche il ruolo di un leader?
Decisamente sì. Dall’inizio del lockdown abbiamo fatto un grande cambiamento tecnologico, ma dobbiamo ricordarci che la tecnologia è solo un abilitatore. Quello che c’è ancora da fare è proprio il change management, cioè adottare un nuovo modo di lavorare e una nuova leadership. Lo smart working richiede infatti un’attività più orientata ai risultati e di conseguenza deve cambiare anche il lavoro dei capi. Ai leader è ora richiesto di fare role model, di essere coach e care, prendersi cura: devono, cioè, dare la visione, essere esempio dei valori dell’azienda, fornire ai collaboratori gli strumenti per continuare a migliorare e soprattutto essere capi attenti, che si interessano ad ambizioni e paure delle persone e le accompagnano nel loro percorso di crescita. In questo senso è molto importante stabilire delle regole sullo smart working: per esempio, bisogna darsi orari di lavoro e di stacco ed evitare di fare tante cose contemporaneamente per evitare lo stress e la perdita di concentrazione. La pianificazione, di tutti e dei leader, è fondamentale. Lo smart working richiede ai vertici delle aziende un grande salto di qualità.

Lei fa parte dei vertici aziendali ma è anche una mamma. È stato difficile trovarsi a conciliare le due vite di colpo nello stesso spazio?
Fortunatamente la scuola di mio figlio, che ha undici anni, si è attrezzata molto bene con le lezioni digitali, così le sue giornate erano comunque piene. Inoltre, anche mio marito ha lavorato da casa e in questo modo siamo riusciti a gestire bene il ritmo famiglia-lavoro. Ogni tanto mi manca la banda perché mio figlio gioca in streaming, ma questa è stata davvero la difficoltà maggiore (ride, ndr). La questione però è seria: come ha raccontato il report di Valore D, il lockdown è stato un periodo molto duro per tantissime donne, specie per le madri dei bambini più piccoli, perché le scuole non erano preparate a gestire una situazione del genere. L’evoluzione digitale di tutto l’ambito dell’istruzione sarà uno dei temi principali sui quali lavorare nei prossimi mesi.

E qui rientra il problema delle competenze. Rispetto al nuovo normale e allo smart working, quali saranno le priorità per le aziende e per i singoli lavoratori?
Lo smart working ha dimostrato che le Pmi e le Pa hanno ancora molto da fare sul fronte digitale, e non dobbiamo assolutamente fermarci ora. Per questo motivo abbiamo lanciato l’Alleanza per lo smart working, pensando proprio alle piccole-medie imprese, con l’obiettivo di aiutarle a completare la transizione iniziata durante l’emergenza. In parallelo, Microsoft ha stanziato anche un nuovo piano, “Ambizione Italia Digital Restart”, che prevede investimenti in Italia pari a 1,5 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per creare nuovi datacenter per il cloud e offrire programmi di formazione digitale e supporto allo smart working a tutte le imprese. Il momento è proficuo: è in corso un grande cambiamento culturale ed è tempo di investire sia sulle competenze digitali e tecniche sia sull’upskilling e reskilling di chi già lavora in vari ambiti e deve aggiornare le sue conoscenze. In questo senso negli ultimi 18 mesi abbiamo formato 500mila persone, e nel prossimo anno prevediamo di formarne un milione e mezzo. Perché le competenze sono il vero tema di questo Paese. Cosa ci chiedere il futuro? Un nuovo modello di leadership, un approccio più data-driven, una collaborazione diversa con le persone e un ingaggio diverso con l’ecosistema. Il digitale è un mondo aperto e di partnership, per il quale c’è bisogno di catene di valori adeguate alla nuova normalità, nel segno dell’innovazione.