Ci sono nuove regole ed è mutata la sensibilità dei lavoratori, ma non spariranno affatto i grandi uffici condivisi

Il nuovo coronavirus ucciderà gli open space? Donerà loro una nuova giovinezza? O li trasformerà radicalmente? Difficile fare previsioni a lungo termine, ma è assai probabile che nell’immediato post-Covid-19 gli uffici a spazio aperto resteranno diffusi almeno quanto prima, anche se si prospetta – in un certo senso – un ritorno alle origini.

Nati negli anni Sessanta per favorire la collaborazione e la creatività all’interno dell’ambiente lavorativo, gli open space avevano fatto i conti con virus e altri patogeni già prima del Sars-Cov-2. È del 2014, infatti, un famoso studio scientifico che aveva analizzato la capacità di un virus (innocuo per gli esseri umani) di diffondersi all’interno di uno spazio di lavoro condiviso. E che aveva avuto risultati non proprio incoraggianti: nel giro di una mezza giornata di lavoro, ossia di 4 ore, il virus aveva contaminato tutto il possibile, dal bagno alle maniglie, dalle scrivanie alla macchinetta del caffè. Dimostrando, di fatto, che dal punto di vista del biocontenimento la soluzione a spazio aperto è molto peggiore della tradizionale suddivisione in uffici singoli o che ospitino poche persone.

Gli scienziati hanno notato che c’è un solo elemento che punta nella direzione opposta: l’open space tende a ridurre i contatti stretti tra le persone, perché l’ambiente visibile a tutti i colleghi porta istintivamente a mantenere un comportamento più pacato, a conversazioni più ridotte e a sostare di meno dalle postazioni altrui.

Queste caratteristiche, nel bene e nel male, sono state accentuate da una progressiva deriva degli open space rispetto al loro originale design. Se negli anni Settanta a ciascun lavoratore era assegnato uno spazio immenso, anche superiore ai 40 metri quadrati (di media), nel corso dei decenni questo spazio è andato progressivamente stringendosi, fino ad appena un quarto dell’area iniziale pro capite. Il minimo, raccontano i designer, si è toccato tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, per poi avere una piccola risalita fino a 20 metri quadrati circa intorno al 2010. E naturalmente, dal punto di vista del distanziamento fisico e dalla capacità di non far diffondere un patogeno, queste variazioni fanno tutta la differenza del mondo.

Lo spazio vitale e la solidità aziendale

Se mezzo secolo fa avere a disposizione un bell’appezzamento di open space era sinonimo di prestigio e di ricchezza, oggi gli esperti dicono che la situazione si è capovolta. Analizzando le statistiche di mercato – e prendendo a esempio la situazione statunitense – si è visto che a essere compattati come sardine sono soprattutto i lavoratori delle aziende più in salute e in crescita, che stanno ottimizzando i costi durante la fase di espansione del proprio business.

Viceversa, gli spazi più larghi si registrano più spesso nelle aziende che hanno avviato una serie di esuberi, e che quindi mantengono i locali originari ma li fanno abitare a un numero minore di lavoratori. Siamo quindi di fronte a due tendenze contrapposte, una imprenditoriale e una sanitaria: essere più distanziati dai colleghi rende naturalmente più semplice il rispetto delle precauzioni anti-Covid-19, ma allo stesso tempo può essere segno di qualcosa che non va all’interno dell’azienda.

Secondo alcuni analisti, in realtà ci sarà una sorta di compensazione. Da un lato la crisi economica preesistente alla pandemia aveva lasciato abbandonati alcuni grandi spazi di coworking, il cui prezzo di affitto si è andato abbassando fino al punto che oggi, in realtà, risultano accessibili anche alle aziende meno ricche. E poi, soprattutto, l’acuirsi della crisi a causa del nuovo coronavirus porterà molte aziende a ridurre la propria forza lavoro, consentendo di conseguenza ai dipendenti rimasti di avere più spazio a disposizione. Dove questo non fosse possibile, comunque, oggi la tecnologia permette di ovviare alla carenza di spazio con divisorie ad hoc, di materiale, opacità e caratteristiche diverse a seconda delle specifiche necessità, e in ogni caso facili da pulire per garantire la massima igiene sul luogo di lavoro.

Il vero stress test è lo smart working

La nuova normalità del mondo del lavoro con cui gli open space si trovano a fare i conti non consiste solo di biocontenimento e distanziamento fisico, ma soprattutto di una rinnovata consapevolezza sul modo stesso di impostare il lavoro. Guardando il fenomeno degli spazi di lavoro aperti in una prospettiva storica, infatti, questi si sono diffusi quando ancora la tecnologia di comunicazione non consentiva di collaborare da luoghi fisicamente distanti, separati magari da una semplice tramezza in cartongesso. Oggi, invece, tanto il muro divisorio interno quanto un intero oceano possono essere facilmente superati da una videochiamata, un file condiviso o una riunione virtuale.

Viene da chiedersi, dunque, quanto abbia ancora culturalmente senso affidarsi alla configurazione dell’open space. Spesso gli stessi lavoratori, soprattutto se videoterminalisti, non sentono l’andare in ufficio come una priorità, sono ben disposti a rimandare il ritorno alla routine della propria scrivania e – tutto sommato – mal tollerano l’idea di spazi aperti ma allo stesso tempo affollati, chiassosi e angusti.

La soluzione, probabilmente, sta proprio in un compromesso tra tutti questi fattori. L’alternanza tra smartworker e lavoratori in ufficio, le turnazioni dei dipendenti, il recarsi all’open space solo quando necessario, trascorrendo il resto delle ore lavorative altrove o a casa: l’effetto complessivo è probabilmente un parziale svuotamento degli open space stessi, che pur restando il luogo di lavoro di riferimento vedranno meno frequenza, più distanziamento e dunque più attenzione a scongiurare i contagi. E, al contempo, potrebbero recuperare le proprie origini, fatte di quegli ampi spazi a testa che i più giovani lavoratori non avevano mai avuto occasione di vivere e apprezzare.