Mai tradotto in italiano, il saggio di David Sax mette in discussione il digitale come unico futuro possibile.

David Sax
“The Revenge Analog. Real things and why they matter”
(Public Affairs Books, 2016)

Ci sono saggi che per qualche strana ragione non vengono pubblicati in italiano. Eppure un libro che, con una serie di esempi, mette in discussione l’assioma del digitale come unico futuro possibile potrebbe interessare a un lettore di un paese di grande tradizione artigianale e industriale come il nostro. David Sax è un reporter canadese che si occupa di economia e di tecnologia per Bloomberg Businessweek e per il New Yorker e nel suo libro, The Revenge of Analog, individua una serie di attività umane che resistono, anzi prosperano, nonostante lo strapotere della loro controparte digitale. Carta, vinile e pellicola per esempio sopravvivono in piccole, curatissime nicchie di produzione e di consumo. Pur non facendosi troppe illusioni sulla vera portata economica di queste imprese, Sax sottolinea però che dischi, libri, eleganti block notes rilegati, macchine fotografiche analogiche e giochi da tavolo rispondono a un bisogno umano che il dilagare del digitale non riesce a soddisfare completamente. Nella seconda parte del libro Sax allarga il suo sguardo al mondo del lavoro, della scuola e della vendita al dettaglio: è tutto digitalizzabile (e in buona parte già digitalizzato) ma siamo sicuri che quella sia l’unica strada possibile?

L’unica ingenuità del libro di Sax è che manca un dettaglio: questa vendetta dell’analogico, almeno per come funzionano oggi produzione e distribuzione, rischia di essere una vendetta dei ricchi sui poveri che non potranno mai permettersi impianti stereo, bei libri con copertina rigida e Polaroid vintage con cui giocare a fare Andy Warhol in giro per la città.

L’esperienza del lungo lockdown che abbiamo vissuto ci ha insegnato una grande lezione: il digitale ha permesso a molti di noi di continuare a lavorare, ai bambini più fortunati ha permesso di non troncare completamente il legame con la scuola e in generale, grazie a social e chat, ha dato a tutti l’illusione di essere meno soli. Eppure, durante la quarantena, quando si trattava di tempo di libero, in molti ci siamo trovati a impastare pani e pizze, a leggere giornali e riviste e a fare telefonate di ore ad amici e parenti come negli anni Novanta. E la vera rivincita dell’analogico c’è stata proprio nel momento in cui ci veniva richiesto di essere più digitali possibili.