L’ascensore sociale è bloccato e, dice il Rapporto annuale 2020 dell’Istat, per la prima volta sono più i figli che rischiano una regressione rispetto allo status dei genitori.

La vita dei millenials non era facile neanche prima del Covid-19. Cresciuti alle prese con gli effetti di una crisi economica, i nati fra il 1981 e il 1996 (questa la definizione di millenials) erano già consapevoli che la loro vita sarebbe stata diversa da quella dei genitori. Niente casa di proprietà nella maggior parte dei casi, tanti lavoretti precari, partite iva e false partite iva, titoli di studio da accumulare per rendersi competitivi, probabili fughe all’estero. E fin qui ok. Lo si sapeva e tanti si sono messi d’impegno comunque per migliorare la situazione – al contrario dei vari appellativi stile “bamboccioni” e “choosy” e della retorica stucchevolmente paternalista di chi scrive dei giovani, da adulto rivolto ad adulti, ribattezzandoli sempre “i nostri figli”, con tanto di sospiro sconsolato a corredo.

Poi è arrivata la pandemia e le cose sono ulteriormente peggiorate. I dati sono impietosi: oggi i trentenni italiani che si trovano in una condizione peggiore di quella di partenza (prima del Covid-19) sono superiori a quelli che l’hanno migliorata. L’ascensore sociale è bloccato e, dice il Rapporto annuale 2020 dell’Istat, per la prima volta sono più i figli che rischiano una regressione rispetto allo status dei genitori (26,6%) di quanti avranno invece la possibilità di ascendere verso condizioni più favorevoli (24,9%). La recessione innescata dal coronavirus, però, si è aggiunta a una serie di problemi preesistenti. Specifica infatti l’Istat: “La pandemia da Covid-19 si è innestata su una situazione sociale caratterizzata da forti disuguaglianze, più ampie di quelle esistenti al momento della crisi del 2008-2009”. Ad esempio? La classe sociale di origine che influisce ancora sulle opportunità delle persone. Ma non solo. La pandemia ha esacerbato una serie di dinamiche dannose che esistevano già. Ora ai millenials non resta che misurarsi con un mercato del lavoro ancora più contratto. E non è facile capire come muoversi.

Cosa non andava già prima del Covid-19

Partiamo dal lavoro. Quanto ad occupazione giovanile l’Italia era già fanalino di coda in Europa da tempo. Secondo i dati Eurostat elaborati dalla Fondazione Leone Moressa, in Italia il tasso di occupazione giovanile ha perso 7 punti tra il 2010 e il 2014, attestandosi al 56,3% nel 2019 contro una media europea del 76%. Già un anno fa insomma il nostro Paese si era piazzato ultimo in classifica, con un netto distacco anche da Grecia (62,2%) e Spagna (67,7%). Al contrario, è nostro il primato dei Neet (Not in Education, Employment or Training, ovvero non studente, né occupato, né in formazione), che in Italia sono due milioni. Vuole dire che il 22,2% dei ragazzi tra 15 e 29 anni non lavora e non studia, e sono soprattutto giovani che hanno un titolo di studio medio-basso. Quella dei Neet è una condizione di forte disagio culturale, sociale ed economico, e va ricondotta a molteplici cause. Tra queste, una popolazione con sempre meno giovani, un alto tasso di abbandono della scuola, una scarsa valorizzazione del potenziale di giovani nel sistema produttivo italiano, pochi laureati.

Proprio la quota dei laureati in Italia è in stallo dal 2018 (nel 2019 era ferma al 27,6%; -0,2 punti rispetto all’anno precedente) ed è un numero che ci vale il penultimo posto in Europa, prima solo della Romania. Non solo, ma pur essendo molto pochi, i laureati occupati 30-34enni sono il 78,9%, contro un valore medio europeo dell’87,7%. Qui si inserisce il discorso del cosiddetto skill mismatch, cioè il gap tra le competenze richieste dalle aziende e quelle invece possedute dai candidati. Si inizia quindi a parlare di lauree inutili, quelle cioè che non offrono sbocchi lavorativi perché formano su competenze non ricercate dai datori di lavoro e che però abbondano in Italia (tipo i corsi umanistici, il cui titolo gode invece di gran fama in altri paesi come la Gran Bretagna). Da più parti si chiede di sanare la distanza tra università e mondo del lavoro, sviluppando percorsi formativi più mirati e cercando nuove soluzioni anche per le discipline umanistiche, ma ad oggi i progetti si limitano all’iniziativa individuale degli atenei.

La differenza con l’Europa di 9 punti per l’occupazione dei laureati ci dice però anche di un mercato del lavoro che assorbe con difficoltà e lentezza il giovane capitale umano più formato, in un contesto peraltro segnato da forti discriminazioni specie verso il Mezzogiorno e le donne. In un recente articolo del Sole 24 Ore, Alberto Magnani spiega bene come questo gap si rifletta sia nel settore privato sia nel pubblico. Da una parte infatti i giovani si trovano da anni incastrati in un un’economia sempre meno competitiva e in un sistema imprenditoriale dominato da aziende piccole che non riescono ad assorbire una forza lavoro più qualificata rispetto alle generazioni precedenti. Dall’altra lo scenario è dominato dall’insufficienza di investimenti in politiche attive e di transizione scuola-lavoro, e da un drammatico sotto-finanziamento dell’istruzione.

Fughe all’estero, precariato e povertà delle famiglie giovani

Tutti questi problemi hanno portato ad alcune conseguenze molto pesanti. La prima è che i millenials sono sempre più protagonisti di fughe verso realtà in cui le possibilità di realizzazione personale e lavorativa sono maggiori. Il nono Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa, presentato nell’ottobre scorso, segnala che negli ultimi 10 anni circa 250mila giovani, tra i 15 e i 34 anni, hanno deciso di lasciare l’Italia. Il che non rappresenta un danno solo demografico o sociale, ma anche economico. Questa fuga all’estero si stima sia costata circa 16 miliardi di euro, quasi un punto di Pil.

La seconda conseguenza è il precariato come condizione d’ingresso nel mondo del lavoro. Stage non pagati o pagati pochissimo e partite iva sono ormai lo standard dell’inizio di carriera di un giovane in Italia. Non a caso un italiano esce di casa in media a 30 anni, contro i 17,8 anni in Svezia, i 23,7 in Germania e i 23,6 in Francia. Secondo i dati Eurostat, nell’Unione europea solo Slovacchia e Croazia hanno un dato peggiore del nostro Paese (rispettivamente 30,9 e 31,8 anni).

Nemmeno per le famiglie giovani le cose vanno tanto bene. In Italia la natalità era già ai minimi storici, con nessuna previsione di risalita. Dopo il Covid non c’è quindi da aspettarsi nessun baby boom, dato il dilagare del clima di incertezza e la mancanza di forti politiche di sostegno alle neo-famiglie. La crisi provocata dal lockdown ha anche diminuito la capacità delle famiglie di far fronte all’improvvisa riduzione dei redditi. Un’analisi pubblicata a maggio su La voce mostra come l’impoverimento riguarda soprattutto i nuclei più giovani, che non riescono a far fronte alle conseguenze economiche dell’emergenza sanitaria con le proprie risorse. Il motivo? “Un mercato del lavoro che continua a penalizzare soprattutto i lavoratori più giovani e in un sistema pensionistico che, invece, ha tutelato relativamente bene la parte più anziana della popolazione”.

L’impatto del coronavirus

L’emergenza da coronavirus ha quindi inciso pesantemente sui giovani italiani, che adesso stanno cercando di capire cosa sarà di loro nei prossimi mesi. Un’indagine promossa dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, condotta da Ipsos tra la fine di marzo e l’inizio di aprile 2020 insieme al Ministero per le Pari opportunità e la Famiglia, raccontava già durante il lockdown di una generazione smarrita e impaurita. Oltre il 60% dei giovani italiani si dichiarava convinto che l’emergenza sanitaria avrebbe avuto un impatto negativo sulla loro vita e nutriva ben poche speranze di risalita. Un quadro analogo è quello tracciato anche da Acta, l’associazione dei freelance, che in questi mesi ha monitorato la situazione delle partite iva, rivelando come – di nuovo – a essere colpiti dal calo drastico di lavoro e di conseguenza di redditi siano soprattutto donne e trentenni (qui i risultati dei sondaggi condotti tra marzo e giugno). L’emergenza occupazionale in Italia, insieme a quella demografica, è ormai ai livelli di allarme sociale. A luglio, l’Istat certificava un tasso di disoccupati tra i giovani sopra il 30%: 31,1% per la fascia di età 15-24 anni, in aumento di 1,5 punti da giugno, e del 15,9% per chi ha tra i 25 e i 34 anni, quasi il triplo di quello nella fascia di età 50-64 anni, .

Nel Piano di ripresa zero proposte concrete 

L’attenzione di tutti è puntata sul Next generation EU (il Recovery Fund) che metterà a disposizione dell’Italia 209 miliardi ripartiti in 81,4 miliardi in sussidi e 127,4 miliardi in prestiti. Dalla politica sono arrivati diversi appelli a non dimenticare i giovani tra i piani di investimento, da Mario Draghi a Sergio Mattarella. I fronti sui quali occorre agire sono molti: servono un nuovo sistema di inserimento nel mercato del lavoro, una migliore capacità attrattiva dell’Italia per gli under 35, un welfare per le famiglie giovani, un maggiore allineamento scuola-lavoro, più digitalizzazione, rilancio della ricerca, incentivi per far rientrare gli expat. Nel documento diffuso dal governo però, le famose “Linee guida per per la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, le parole “giovani” e “giovanile” ricorrono soltanto 16 volte. La maggior parte delle volte sono riferite a un resoconto di dati precedenti (ad esempio: a quanto ammonta la disoccupazione giovanile). Non vi è alcuna proposta concreta, solo qualche vago auspicio, come l’obiettivo di “abbattere l’incidenza dell’abbandono scolastico e dell’inattività dei giovani”, oppure “supportare i giovani ricercatori”, ma senza alcuna indicazione delle azioni da perseguire.

Se i giovani si fanno avanti

In questo scenario drammatico, c’è però un segnale controcorrente. Per la prima volta a chiedere a gran voce in modo compatto questi e altri provvedimenti sono i diretti interessati: i millenials. Venerdì 18 settembre un gruppo di 48 realtà giovanili italiane nato quest’estate con il nome di Rete Giovani 2021 ha infatti presentato un piano al presidente del Consiglio e al governo. Nel documento intitolato “Piano Giovani 2021”, coordinato da Officine Italia, hanno illustrato una serie di proposte concrete su temi cruciali per il futuro dei giovani, che ruotano attorno tre macrocategorie: società inclusiva, cultura dell’innovazione e sostenibilità ambientale. I temi vanno dall’economia circolare alla parità di genere, dall’imprenditorialità giovanile all’allineamento tra scuola e mercato del lavoro. La richiesta diretta delle associazioni degli under 35 è quella di ideare un piano strategico e davvero lungimirante utilizzando bene il Next Generation Eu e di coinvolgere le giovani generazioni nel dibattito e nelle scelte politiche. Ecco. Ci si è a lungo chiesti perché i giovani non si mobilitino chiedendo di correggere scelte nella direzione sbagliata o di potenziare scelte timide nella direzione giusta. Ora anche questo non è più vero.